LA TRAGEDIA DELLA FINE DI ATAHUALPA

(Gianfranco Romagnoli)

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Atahualpa, divenuto imperatore degli Incas a seguito della guerra civile scatenatasi con il fratello Huascar alla morte del padre Huaina Capac avvenuta nel 1525, fu il sovrano che ebbe la sorte di vedere travolto il suo potente impero dall’arrivo degli Spagnoli, guidati dal Conquistador Francisco Pizarro. Come poche centinaia di soldati ai suoi ordini siano riusciti a sopraffare il preponderante apparato civile e militare imperiale, resta uno degli enigmi della storia: a tale esito concorse certamente (anche se non può attribuirglisi un peso esclusivo) un’antica profezia, che prevedeva il ritorno dal di là del mare di Viracocha, mitico sovrano deificato che aveva lasciato in epoca remota il Perù e che avrebbe portato una nuova religione. Gli Incas credettero che il dio fosse tornato, identificandolo in Pizarro e nei suoi uomini, che chiamarono Viracochas, e si piegarono alla sorte ineluttabile.

Atahualpa, dopo avere avuto da suoi esploratori resoconti abbastanza rassicuranti sulla marcia di avvicinamento di Pizarro alla capitale imperiale Cuzco, accettò di incontrarlo a Cajamarca nel 1532, ma gli Spagnoli gli tesero un agguato, catturandolo e facendo poi strage del potente esercito, accampato fuori dalle mura, grazie alla sorpresa nonchè all’artiglieria ed ai cavalli, entrambi sconosciuti ai locali. L’imperatore offrì un favoloso riscatto in oro, che Pizarro accettò: ciò nonostante, l’anno seguente egli fu processato e gisutiziato mediante garrota perché aveva accettato il Battesimo, anzichè arso sul rogo.

La vicenda è stata trattata da vari storici occidentali, tra cui John Hemming (La fine degli Incas), e rievocata in commedie spagnole del secolo d’oro quale La parola data ai re e gloria dei Pizarro di Luis Vélez de Guevara (che però tace dell’esecuzione di Atahualpa, dicendolo antistoricamente tradotto vivo in Spagna davanti all’imperatore Carlo Quinto).

Meno nota è la versione indigena dei fatti, che è data, tra altre fonti, nella piéce teatrale La tragedia del fin de Atahualpa, opera anonima il cui manoscritto, datato 1871, fu trovato nel 1957, ma che veniva rappresentata nel periodo coloniale finchè fu proibita nel 1781 a seguito della rivolta indigenista guidata da colui che si era proclamato Tupac Amaru II in segno di continuità con la dinastia imperiale Inca.

La piéce, non divisa in atti, consta di ben 1590 versi. Due sono i motivi principali: i presagi di Atahualpa, confermati dall’indovino, che spiegano la sua rassegnazione, e l’incomprensione linguistica. Di fronte all’arroganza del conquistatore che lo interpella con violenza, l’Inca risponde:

Uomo rosso che ardi come il fuoco …

mi è impossibile comprendere il tuo strano linguaggio.

Ugualmente basata sull’incomprensione, non solo linguistica (nonostante la presenza dell’interprete), è la risposta sprezzante di Pizarro:

Che sciocchezze vieni a dirmi, povero selvaggio?

Mi è impossibile comprendere il tuo oscuro idioma.

Ma il messaggio fondamentale di tutta l’opera è contenuto nelle ultime parole dell’imperatore, con le quali egli ordina al figlio di rifugiarsi a Vilcabamba, impervia località delle Ande tuttora sconosciuta, e di difenderla contro gli Spagnoli. In realtà, ad Atahualpa succedettero due imperatori-fantoccio insediati dagli Spagnoli, Tupac figlio di Huascar e Manco, che di Huascar era il fratello: fu quest’ultimo, rotta l’alleanza, a costituire nel 1537 lo stato indipendente di Vilcabamba, che resistette 35 anni, con i successivi imperatori Sayri Tupac, Titu Cusi e Tupac Amaru I, catturato e dacapitato dagli Spagnoli nel 1572.

Dopo la morte di Atahualpa, la commedia descrive come castigo divino -con ampie licenze sulla verità storica- l’uccisione del traditore Pizarro da parte di Almagro (1540), che riceve l’incarico dalla Spagna (qui simbolicamente personificata) di bruciare il corpo del traditore. Il re di Spagna concede la legittimazione all’Inca (aspetto coloniale del dramma), ma lo considera come suo uguale (aspetto rivendicativo indigenista).

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