Palermo: la desertificazione economica e culturale

(Carmelo Fucarino)

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C’è un tornado che si è abbattuto su Palermo e ne sta devastando l’intera topografia. Se studiose come Anna Maria Ruta hanno cercato di ricreare quel reticolo di attività (I caffè storici di Palermo), negozi ed industrie palermitane, dovranno ripensare quella geografia economico-finanziaria, quel volto di una Palermo che fu. Evidente il torrente che sta devastando le attività palermitane. Non mi si vengano a sciorinare i soliti bla-bla della crisi economica nazionale, così letta da una parte politica, mondiale invece da parte dei ventennali governativi, oppure dell’esosità fiscale, oppure ancora della ingombrante burocrazia, altro sommo pericolo con i “lacci e lacciuoli”. Né parlino ancora della piovra con i suoi tentacoli, di pizzo e taglieggiamenti che scoraggiano gli arrivi esterni, come se questi crimini non prosperassero a Milano e da secoli anche a New York e Chicago, i vari Padrini e pizze connection docent. La crisi grava su industrie deboli e incapaci, ma soprattutto ingessate, che per più di un secolo sono state finanziate dalle tasse del solito popolo bue, con sovvenzioni dirette o casse integrazioni da furto. Dove esiste il vero liberismo economico, leggi USA, la crescita è a cifre intere.

Anche se questo tipo di ragionamento potrebbe far acqua, per legge razionale e naturale la produzione non può aumentare esponenzialmente all’infinito. Per il caso specifico vorrei però che mi si spiegasse come certi gruppi e certe attività hanno trasformato le vie principali di Palermo. D’accordo, i cinesi, oggi unici abietti disumani, e tutto il resto, la solita figura di incapaci o furbi razzisti. A Pechino siamo ritenuti accattoni che mandano politici a chiedere yuan. Non è che i commercianti locali siano più onesti dei cinesi con le loro assunzioni in nero, con l’omissione totale dello scontrino fiscale. D’altronde si capiscono il finto razzismo della Padania e la legge detta Bossi-Fini (Testo Unico delle disposizioni circa la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, si badi all’ultimo termine di stampo risorgimentale antiaustriaco). Meglio un clandestino pagato con l’elemosina che un lavoratore con diritti, ma soggetto fiscale. Ammettiamo pure questi colpi bassi e questa concorrenza sleale, però i loro tessuti sono comprati e riciclati esosamente dalle grandi firme. In proposito vorrei che mi si spiegasse, perché le grandi major nazionali, tutte e nessuna esclusa, hanno conquistato le strade di prestigio di Palermo e sbaragliato tanti bar e negozi, diciamo i locali storici della Palermo di fine Ottocento e primo dopoguerra. Gli Europei, tedeschi, inglesi e francesi, a dispetto di tutti questi strombazzati ostacoli, hanno occupato la città con le loro firme, tanto per fare un esempio concreto, a partire da quelle haute di Zara, il più ricco commerciante del mondo, agli straccetti di poco costo come Desigual. Dopo questa premessa le lacrime.Certo per prima la cultura, quella compianta da semplici élites. Pochi piansero su Flaccovio, sovrastata di fronte dai piani dello scempio del palazzo Mondadori (anche un’altra major nordica ha stuprato piazza S. Domenico), grande industria della lettura usa e getta con le pile di oggetti americani e non (non sono libri), prossima traversa gli altri piani di Feltrinelli. È ivi impossibile trovare una collezione completa dei classici della BUR, figuriamoci le edizioni della Oxford, della Teubner o della Belles lettres. Sì, si trovavano a Palermo qualche decennio fa. Ma Flaccovio non era solo una libreria. Era stata gloriosa casa editrice, nobilissimo luogo di incontro e di sosta e conversazione di tutta la cultura palermitana. Sì, i centri moderni di libri, dischi e gadget vari, hanno anche l’angolo bar, capisco, basta vederli e sedersi in questi posticini da bar di stazione ferroviaria. Sono i non-luoghi del consumismo. Io ricordo i miei luoghi di cultura. Davanti al tempio dell’arte che rinnova i popoli la fornitissima Libreria Ciuni (molte volte i figli rinverdiscono altre glorie personali, senza nulla togliere alle eccellenze del grande Roberto) era un luogo palermitano. All’altro estremo della via Maqueda, alla Porta del Sol, l’altro luogo della mia educazione letteraria, la libreria Dante, già Agate. Qui un semplice commesso di grande cultura guidò me diciottenne negli scaffali dei classici e nel banco delle novità, calde di stampa, dall’ultimo Le parole di Sartre e al suo L’esistenzialismo è un umanismo, al profondo Moravia di L’uomo come fine, alla scandalosa Età del malessere, altre glorie letterarie, prima dei vari indagatori di crimini e commissari.

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Ieri il de profundis per un altro luogo della memoria, il Grand Hotel et des Palmes. Il luogo ove Wagner scrisse ad un anno della sua morte nel 1883 il terzo atto del Parsifal e tante celebrità vi passarono, ove si tenne un celebre summit. Qui non si tratta della piccola azienda a conduzione familiare stritolata dai mostri industriali. È invece il fallimento di un’orgia di potere e di acquisizioni che tutto ha conquistato e comprato e ora si trova sull’orlo del fallimento (leggi Villa Igiea ed Excelsior). È la selvaggia e incontrollata compravendita di marchi e di locali che ha travolto tutte le industrie che contavano in Italia. L’esempio più eclatante è stata la Fiat. Si è favorita la fagocitazione di tutta l’industria automobilistica, dalla statale Alfa Romeo (alti lai allora contro il tentativo di acquisizione nipponica) all’Innocenti, alla Lancia etc. Risultato gli italiani finanziano con i loro acquisti la Chrisler americana che ha comprato l’industria automobilistica italiana. Il nostro Pil si ridurrà a zero. Ma è imperata la solita balorda propaganda dell’industria ingessata italiana, l’epico “Non passa lo straniero!”, salvo ad alzare poi lamenti sul fatto che gli stranieri non investono in Italia, c’è proprio da essere ridicoli buffoni.

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Ieri un piccolo gioiello, il panificio Morello con il suo bellissimo portale liberty, il mio luogo di visita abituale al mercato del Capo. Fra qualche giorno non ci sarà più, i buoni turisti portano via le tessere per ricordo, come fanno d’altronde alla Cappella Palatina e al duomo di Monreale.

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Lugete Veneres Cupidinesque. Mortuus estPanormus. A giorni altri funerali. Oltre al torrente c’è un fiume carsico invisibile e sotterraneo, perché lontano da occhi indiscreti.

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