LE PARROCCHIE STORICHE DI PALERMO

Introduzione (prima parte)

(Giacomo Cangialosi)

Stemma Parrocchia S.Ippolito

La parrocchia, da paroikìa (abitare vicino), è una porzione di territorio delle diocesi su cui presiede un parroco nominato dal vescovo diocesano. L’origine è da collocare nei primi secoli dell’era cristiana anche se è papa Dionisio, alla fine del terzo secolo, ad istituire queste entità, ma è solo con il Concilio di Trento (1545 – 1563) che viene più esattamente stabilita la situazione giuridica e territoriale della parrocchia.In Sicilia si inizia a parlare di parrocchie nel V secolo.  Nel 1590 Valerio Rosso parla dell’esistenza a Palermo di nove parrocchie che diventeranno dodici ai tempi di Mongitore. Mentre le parrocchie di S. Pietro e di S. Silvestro erano sovvenzionate dalla corona, i parroci delle altre  “esigevano la mercede dovuta a loro sudori per sostentarsi”. Spesso tali richieste divenivano esose soprattutto in occasione delle esequie con scandalo nel popolo per cui i parroci “che doveano essere considerati come padri dell’anime, venivano ad essere odiati come tiranni”. Pertanto l’arcivescovo Mons. Giacomo Lomellino nel 1571 corse ai ripari tanto che il Senato nel 1584 decretò di assegnare un salario ai parroci per contenere gli abusi. La lunga questione proseguì fino al 1600 anno in cui padre Giovanni Antonio Zizzo, già parroco di S. Ippolito martire, fu inviato a Roma dal Papa per esporre il problema e per comunicare la decisione del Senato. Finalmente Clemente VIII approvò la riforma con Bolla data a Frascati il 15 ottobre 1599 e  che venne eseguita a Palermo il 17 aprile 1600.  Da quest’epoca il pontefice concesse al Senato lo “Ius presentandi” dei parroci all’arcivescovo, si dava facoltà agli stessi parroci  nominati di eleggere i cappellani e venivano obbligati a celebrare messa nella chiesa parrocchiale almeno cinque giorni alla settimana. Seguivano anche delle multe se il parroco non avesse ottemperato al proprio compito.

Contemporaneamente l’arcivescovo don Diego Ajedo sciolse dal vincolo della Mensa Capitolare le chiese di S. Nicolò all’Albergheria, S. Antonio Abate e S. Giacomo la Marina in quanto anche il Senato si sarebbe occupato di queste. Il Senato, da canto suo, decretò che i parroci dovessero essere palermitani e che fossero approvati dall’arcivescovo almeno 5 mesi prima della nomina. Dal 1645 I parroci potevano portare cotta e stola dottorale che divenne loro insegna. Nel 1660 pretesero di portare mozzetta e rocchetto con decreto della Santa Sede ma si oppose il Capitolo Metropolitano che considerava tale privilegio  “come pregiudiziale ad esso Capitolo” e il decreto venne revocato ma nel 1723, stavolta a richiesta del Senato, ottennero dall’arcivescovo don Giuseppe Gasch il tanto sospirato uso del rocchetto e mozzetta in quanto considerati protonotari apostolici. Nel 1694, dopo qualche decennio del Giuramento sanguinario fatto dalla città in occasione della peste, i parroci si riunirono su consiglio dell’Arcivescovo Bazan e decretarono di porre anche le parrocchie sotto la protezione dell’Immacolata Concezione per cui sopra la porta di ogni parrocchia venne sistemata una statua della Vergine Immacolata (nelle tre chiese parrocchiali ancora esistenti possiamo ancora ammirare tali immagini).

Immacolata nella facciata di S. Ippolito martire

Con il Concilio Vaticano II tutti i privilegi vennero annullati. Oggi il territorio parrocchiale è stabilito dall’Arcivescovo ed è lui che nomina i parroci. La parrocchia ha personalità giuridica ecclesiastica pubblica e viene definita “comunità di fedeli, ovvero una circoscrizione ecclesiastica, dove il vescovo invia un suo presbitero per la cura delle anime che in quel territorio si trovano, in un’ottica di evangelizzazione e di attività pastorale”.

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