LA DONIZETTIANA LUCIA AL MASSIMO

(Salvatore Aiello)

E’ tornata sulla ribalta del Massimo, per la Stagione 2016, Lucia di Lammermoor opera che Robert Steiner-Isenmann definì “una sinfonia della disgrazia” per le tematiche e gli “ingredienti” romantici di cui si fa carico e pertanto si colloca, in maniera esemplare, nella storia del melodramma italiano. Per Donizetti un vivo successo che definitivamente lo affermò come il  grande compositore, destinato ad occupare, per pochi anni, il trono di Rossini e Bellini. E non solo, essa costituì per il bagaglio di emozioni parossistiche incorniciate in un preciso panorama storico ed in un’ambientazione tenebrosa e lunare, il tentativo ben riuscito, come ebbe  a dire Franca Cella, “di realizzare in musica il contemporaneo romanzo storico”. Capacità di sintesi di Cammarano e maturità espressiva dell’autore della Bolena e della Borgia, hanno innalzato, nel cielo della poesia, un documento vivo e parlante a tutte le generazioni di quanto l’amore possa dimostrarsi nobile, forte, deciso, di fronte ad ogni avversità, di fronte ad ogni evento drammatico che ne schiaccia e vanifica ogni speranza.

Il mondo che vi si agita sa di dolore e di devastazione psichica e di approdo fatalmente al delirio e alla follia, una follia che scaturisce dalla frattura tra l’ideale tradito e l’abisso disumanamente profondo che attende la protagonista. Lucia è anche l’opera di Emma Bovary e di Anna Karenina non a caso, quell’Emma Bovary che ascoltandola “si empiva il cuore di quei lunghi lamenti melodiosi accompagnati dai contrabbassi simili a gridi di un naufragio nel tumulto della tempesta”.E’ il suono carezzevole dell’arpa che ci introduce al primo vagheggiato sogno d’amore dell’infelice Ashton, poi sarà l’oboe a sostenere e ad accompagnare il tormentato impari duetto con Enrico; ci penseranno i violoncelli a commentare durante la triste cerimonia nuziale, con un Arturo non amato ed ignoto, infine sarà la glasharmonika a sottolinearne tutti i momenti della pazzia fino al completo spegnimento di ogni capacità del pensiero e del reale. Il suo è un “delirar cantando”, un doloroso lancio d’accusa contro ogni sopraffazione, un grido ulcerato di libertà, di voglia di dare concretezza ai sogni, di gridare la sua esistenza negata in un contesto di odi, rancori mai sopiti, di gratuita infelicità, di potere rincorso a tutti i costi senza freni morali. Una nota amara: Lucia anticipa la pazzia del suo creatore che sarà condannato, dalla sifilide, a perdere ogni lume di ragione. Per tutto quanto abbiamo cercato di dire, ogni volta che un’artista approccia il personaggio l’aspettativa inevitabilmente si fa alta; dalla Tacchinardi Persiani ad oggi il cammino interpretativo si è fatto assai lungo e assai articolato, dal canto precallasiano, o liberty, al canto odierno. A Palermo giungeva Elena Mosuc che ha fatto dell’opera un suo cavallo di battaglia confermando senz’altro doti di tecnica sperimentata e spericolata, una vocalista inossidabile per timbro, tenuta, squillo, agilità ed estensione senza riuscirci però a catturare perché il suo canto rimaneva una prova di atletismo vocale tout court  con acuti e sovracuti, talvolta abusati, carente di elementi di sincera ispirazione. In lei,via via, veniva a mancare la costruzione del personaggio, le tinte necessarie per consegnarci gli aneliti, le dolorose perorazioni della infelice fanciulla risultando spesso inespressiva e con poco autentico pathos. Non ci colpiva più di tanto il facile ed esibito virtuosismo, né le note dipanate della celebre pazzia; avrebbe dovuto comunicarci il tutto con un fraseggio più articolato, più approfondito che ci confermasse di essere un’artista piuttosto consapevole e completa dopo tanti anni di frequentazione. A tenere alto il dettato donizettiano ci ha pensato  Giorgio Berrugi, un tenore capace di saper cantare e mettere a disposizione una vocalità squisitamente lirica restituendo  pienamente tutta la psicologia di Edgardo dimidiato tra l’eroismo cattolico e  il suo ruolo di amante leale, generoso a tutto tondo.  Anche se la voce non ha un timbro particolarmente suggestivo si è fatto apprezzare per i colori, le frasi roventi e scandite, il fraseggio vario, le belle mezzevoci animate da un soffio sentimentale che siglava momenti di struggente emozione e in più un physique du role  ben appropriato da personaggio protoromantico con classe e raffinato comportamento scenico, alieno da ogni tentazione verista, tutto misurato con sobrietà ed eleganza. Non altrettanto si può dire dell’Enrico di Marco Caria dalla vocalità robusta senz’altro, dai registri però non sempre omogenei, ciò che più difettava era l’accento raramente aulico ed aristocratico, poco raffinato poi il gioco scenico e il porsi con mani minacciose. Severo ma un po’ monocorde il Raimondo di Luca Tittolo, dal canto non sempre morbido  e ieratico.Completavano il cast adeguatamente Patrizia Gentile (Alisa), Francesco Pittari (Normanno), sbiadito l’Arturo di Emanuele D’Aguanno. In risalto e penetrante il coro diretto da Piero Monti. A capo dell’orchestra, debuttante nel titolo, Riccardo Frizza che ha deciso di aprire soltanto il taglio dell’atto secondo, per quanto poi non sia una pagina memorabile, non lasciando un segno personale della visione concertistica e lanciandosi in una conduzione che nel complesso è rimasta generica e poco distinguibile, presente però nel dialogare col palcoscenico. Poche parole per l’allestimento di William Orlandi, assai minimalista  e noiosamente spento anche per il defilato apporto della regia di Gilbert Deflo che ha avuto solo il merito di non avere stravolto l’opera ma che ci ha fornito una prova priva di idee portanti, occupandosi di assicurare le entrate e le uscite dei protagonisti senza alcuno sforzo per rendere più accettabile la recitazione ed il gioco scenico, trasportando l’epoca al XIX secolo per cui le rivoltelle prendevano il posto delle spade. In un teatro poco affollato il pubblico ha manifestato un cortese consenso.

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