EBREI A PALERMO

(Francesco Paolo Rivera)

Quando il 18 settembre 1938 Benito Mussolini annunciò, dal balcone del Municipio in piazza Unità d’Italia a Trieste, che il Consiglio dei Ministri aveva approvato le Leggi per la difesa della razza, rivolte prevalentemente contro coloro che professavano la religione ebraica, a Palermo ci si chiese “ma dove sono gli ebrei?”, Si  sapeva che la moglie di uno dei pasticceri più rinomati del centro elegante della città (che regalava il biscottino a tutti i bambini che accompagnavano i genitori a comprare il dolce domenicale) era ebrea, (non foss’altro che per la inconfondibile capigliatura riccioluta e il tipico profilo palestinese); si presumeva che un fotografo (o commerciante di articoli fotografici) teneva chiuso, tutti i sabato, il suo negozio (sito in una strada perpendicolare alla via della Libertà) non per rispetto al “sabato fascista” ma perché di religione ebraica, ma, a quel tempo, non si sapeva dell’esistenza di Ebrei nella Città. Molti cognomi di persone della nobiltà o della borghesia palermitana che derivavano da nomi di luoghi, o da nomi di arti o mestieri avevano radici ebraiche. Ebrei praticanti non se ne conoscevano, non si conosceva l’esistenza di una comunità ebraica, di una sinagoga o di un ghetto. Tuttavia la Sicilia, e Palermo in particolare, ospitarono, fin dal 20 d.c., comunità ebraiche e centri di culto di tale religione. A partire dal 70 d.c. iniziò la diaspora dalla Palestina e moltissimi Ebrei nella loro migrazione si fermarono in terra di Sicilia, ove trovarono ospitalità e terreno fertile per le loro attività. Essi erano ben tollerati dagli Arabi, pagavano puntualmente la “gizya” (1) e la “zakat” (2) e qualsiasi altra imposta. Erano ben tollerati anche dai normanni e dagli svevi, pagavano qualsiasi tributo fosse loro imposto, ed erano sempre disponibili a transigere, mediante corresponsione di ammende sia legittime che illegittime, al fine di essere accettati senza problemi dai dominatori. Si sottomettevano, senza problemi, alle leggi locali,  si assimilavano facilmente alla cultura dei dominatori musulmani, ne adottavano gli usi e i costumi, cercavano anche di assimilare la loro lingua con quella degli arabi, forse perché le due religioni monoteiste erano molto simili, i divieti alimentari, la circoncisione, l’obbligo dei bagni rituali, il divieto della raffigurazione di Dio, tutte cose che li “affratellavano”. Nella città di Palermo risiedevano, nei periodi arabo. normanno e svevo circa millecinquecento famiglie ebree su circa 30.000 ebrei residenti in Sicilia (che aveva, all’epoca, una popolazione di circa 600.000 abitanti) (3); Palermo era considerato il maggior centro di vita ebraica di tutta l’Italia. Avevano il monopolio dell’industria della seta (dalla coltivazione del gelso fino alla commercializzazione del prodotto finito); tutte le attività artigiane erano gestite dagli Ebrei, erano vasai, ceramisti, falegnami, fabbri, si occupavano della lavorazione del rame, del ferro e dei metalli preziosi (particolarmente dell’argento), della pesca e della lavorazione del tonno. Erano, in prevalenza, ricchi, proprietari di immobili e spesso esercitavano anche il prestito di danaro, avevano medici e ospedali propri. Lo stesso Papa Martino V° (4) definì quella di Palermo la comunità semitica “fondamentale” della Sicilia, ove aveva sede la loro Corte Suprema, i loro Magistrati, le scuole, gli ospedali. Gli ebrei portavano, quale segno distintivo, una “rotella rossa” attaccata agli indumenti; addirittura, in ordine al culto, si ha notizia, fino ai tempi più recenti, di un “rito siciliano” praticato nella liturgia ebraica.   I problemi ebbero inizio con l’invasione dei catalani verso la fine del 1200, infatti, con l’accusa di “deicidio” i cattolici, aizzati dai monaci francescani, da quelli domenicani e di altre congregazioni religiose cristiane, specie durante le celebrazioni dei riti della settimana santa, provocavano incidenti con gli ebrei che, nella migliore ipotesi, finivamo in sassaiole, ma, qualche volta, anche con spargimento di sangue … sicuramente non cattolico. Durante la dominazione catalana pagavano le gabelle sulla “rotella rossa”,  sulla nascita, sui matrimoni, sul vino andato a male e sul fumo dei fornelli. Così fino al 18 giugno 1492 quando Ferdinando il Cattolico, V Re di Spagna e II Re di Sicilia, sconfitto l’ultimo baluardo musulmano in territorio iberico e occupata la fortezza di Granada, emanò il Decreto dell’Alhambra, meglio noto come l’editto di Granada, col quale impose agli Ebrei che soggiornavano sui territori spagnoli e su quelli sotto la dominazione catalana, tra cui la Sicilia, di abbandonarli entro tre mesi, pena la morte. Si interruppe così la più grande esperienza di convivenza tra musulmani, cattolici ed ebrei nel medio evo. Occorre ricordare che proprio nell’anno 1492 Ferdinando e Isabella, reali di Spagna, finanziarono la “grande avventura di Cristoforo Colombo”. Ancora oggi, è oggetto di discussione tra gli studiosi il fatto che i due avvenimenti, che sicuramente diedero una svolta al mondo di allora: la eliminazione delle due grandi religioni monoteiste e la scoperta del nuovo mondo, siano avvenuti nello stesso anno.  I due avvenimenti sono tra di loro collegati o collegabili? Si disse che la scoperta dell’America fosse la ricompensa di Dio per la cacciata degli Ebrei. Certamente la sconfitta dei musulmani e la espulsione degli ebrei contribuirono alla fondazione, in pieno medio evo, di uno Stato moderno, nel mondo di allora. La Spagna, con il pieno controllo del mondo cattolico, e la scoperta dell’America divenne la più grande potenza del mondo. Gli ebrei avevano contribuito generosamente alle notevoli spese militari che le casse reali di Ferdinando avevano sostenuto per l’assedio di Granada, ma sembrerebbe che contribuissero segretamente anche alle spese militari dei musulmani assediati. Quest’ultima ipotesi è condivisibile data la atavica abitudine degli ebrei di essere “amici di tutti” e di intrattenere buoni rapporti con tutti, anche per evitare eventuali conseguenze alla fine delle ostilità, con la potenza vincitrice, finanziavano sia gli assedianti che gli assediati. Potrebbe, quest’ultima però, trattarsi di una scusa costruita dai vincitori, al fine di evitare il rimborso degli enormi debiti contratti, in conseguenza dell’assedio di Granada, con la comunità ebraica e di appropriarsi dei beni che questi ultimi erano costretti ad abbandonare sul territorio in conseguenza dell’espulsione. Certamente la espulsione degli ebrei fu considerato il più grande errore sul piano economico, gli Ebrei oltre a gestire l’economia della Spagna e dei paesi a lei sottoposti, contribuivano con le enormi imposizioni fiscali al mantenimento dei loro dominatori, non risulta che abbiano mai fatto opposizione alle vessazioni che subivano, non risulta che abbiano mai reagito con la forza. Tale provvedimento che sconvolse l’Europa tutta, e che, al di là di qualsiasi considerazione umana, provocava un impoverimento delle risorse economiche della Spagna, fu sicuramente voluto dai Reali Ferdinando e Isabella, contro il parere contrario sia del Vicere  che di tutti i consiglieri della corona. Bisogna anche aggiungere che gli ebrei, ligi al loro pacifico temperamento, non solo non si opposero a tale editto (ne avrebbero avuto la forza) ma, in molti, presero la via dell’esilio, verso Paesi più ospitali (5). Molti, anche su suggerimento del Vicerè Fogliena, particolarmente coloro che possedevano “beni al sole”, preferirono abiurare la loro religione abbracciando quella cattolica, e, per coloro che preferirono restare e si nascosero (forse aspettando tempi migliori), scoperti finirono sul rogo, mentre per coloro che ufficialmente erano divenuti cattolici ma continuavano a seguire i riti giudaici, scoperti, si aprivano le porte delle celle segrete del Tribunale dell’Inquisizione.Successivamente, così come riferisce, in uno dei suoi manoscritti, Alfonso Airoldi (6), Ferdinando il Cattolico, V Re di Spagna e II Re di Sicilia, con bando del 6 luglio 1492, ordinò che “gli Ebrei, pria di partirsene dal Regno, pagati avessero i loro debiti ai loro proprj creditori …” e quindi li autorizzò alla vendita di beni mobili e immobili. In conseguenza di ciò (anche se forse è meglio parlare di “svendita”) gli Ebrei pensarono di vendere un “loro cortile grande di case e anche la loro stesa Adiamma ossia Abiamona o Moschita (7) ove radunar solevansi per gli affari loro, sì di religione e sì di Polizia, ed altri; essendogli permesse cotali radunanze tra essiloro.” Infatti il 6 ottobre 1492, con due contratti stipulati dal Notaio Domernico Di Leo di Palermo la nobile Cristina Di Salvo vedova del nobile Giacomo Di Salvo, creditrice della somma di 378,10 onze, acquistò col primo contratto per il prezzo di 300 onze il “cortile grande” e per il prezzo di 200 onze la Moschita “ed altro aggregato”. Al fine di descrivere sia il sito del predetto complesso immobiliare che la conformazione dello stesso, vale la pena di riportare letteralmente la descrizione che fa, nel suo scritto, l’Airoldi:

“Or tanto il Cortile, quanto la Moschita, diconsi, nelli cennati due contratti, esistenti nella Città di Palermo e nel Quartiere dell’Albergheria: ed il cortile dicesi grande consistente in numero quarantaquattro case circa computatevi alcune botteghe; e dicesi dinominato, il cortile della moschita, con altro cortile piciolo vicino alla stessa Moschita dalla parte di dietro verso il giardino del Nobile Scipione Sottile vicino allo spedale degli stessi Giudei, e presso la pubblica strada, che guidava dal Macello dei Giudei medesimi al luogo di Guzzetta, quale gran cortile si estendeva dalla Porta della Moschita vicina al cortile delle stessa Moschita sino al ponticello dello acquedotto situato vicino, e dinnanzi la Porta del detto Giardino del detto Nobile Scipione Sottile in frontispizio del Giardino del Nobile Pietro Antonio Imperatore, e vicino ad altra pubblica strada, per le quali strade di confini aveva le entrate e le uscite lo stesso Cortile grande, ove erano Pile e Pozzi; Pergole, ed  Alberi di Citrangolo (8), e Limoni e Fonte di Acqua, e Tocchi scuoperti, ed altro. E la Moschita dicesi venduta con tutti i suoi cortili e Tocchi cuoperti e scuoperti, con lo Spedale e Bagno, ed anche con cortili dello stesso Spedale, e case, e Stanze e Luoghi, e Membri sì dello stesso Spedale, che della Moschita, ed il tutto dicesi esistente vicino al cennato gran Cortile venduto da essi Giudei un puoco avanti della suddetta Nobile Cristina Di Salvo e vicino al Fondaco e Piazza del Macello della Giudaria, ossia comunità dei medesimi Giudei, e vicino al suddetto Giardino del Nobile Scipione Sottile, e pubblica strada suddetta.” Da questa relazione si denota ove era ubicato prima del 1492 il sito ove gli Ebrei si riunivano a Palermo, per svolgere le loro attività sia economiche che religiose e che occupava una enorme area della Città. Il rabbino Obadiah di Bertinoro (9) in una sua lettera datata 1488 descrive dettagliatamente la sinagoga di Palermo, asserendo che “non ha eguali al mondo per il suo gran pregio …”.  Pare che la Sinagoga fosse stata eretta, dopo la cacciata dei musulmani ad opera dei Normanni, nel sito ove era la Moschea più importante delle trecento esistenti in Palermo, in uno dei cinque quartieri in cui era divisa a quel tempo la città, tra via Giardinaccio, via Calderai e via Ponticello, ed esattamente tra le due zone fortificate del Cassare e della Kalsa (attualmente, grosso modo, tra la Kalsa, corso Vittorio Emanuele, via Maqueda, Discesa dei Giudici, via Calderai), in una zona attraversata dal “Fiume del Maltempo” (10).  Esisteva inoltre una strada pubblica che raggiungeva la “Guzzetta” ove era ubicato il Macello degli Ebrei, strada pubblica che si presume identificarsi, oggi, con la via Ruggero Mastrangelo che presumibilmente era più larga di oggi, e che conduceva all’attuale via Calderai e che la Guzzetta era proprio sull’angolo tra via R. Mastrangelo e Discesa dei Giudici (della Regia Corte Pretoriana, come era una volta denominata). Subito dopo la espulsione degli Ebrei, in quel sito venne progettata e realizzata in tempi brevissimi una “Cruci di strate”, ampie e spaziose, che collegarono la via Lattarini con Discesa dei Giudici, che apparirono come la “riconsacrazione cristiana” della Zona … forse per far dimenticare ai Palermitani l’infame gesto della espulsione degli Ebrei.

* LC MI Galleria 108 Ib-4

  • l’imposta dovuta dai sudditi non musulmani, e che continuò a essere corrisposta anche sotto la dominazione normanna;
  • altra imposta dovuta dai sudditi di altre religioni che garantiva la protezione fisica e la libertà di culto;
  • pare che nella città di Marsala la metà della popolazione residente fosse costituita da ebrei, presumibilmente perché quella città (Marsa Alì o Marsa Allah, in arabo porto di Alì figlio di Maometto o porto di Dio) aveva il porto naturale più agevole per chi provenisse dall’Africa;
  • Oddone Colonna (nato a Genazzano il 25 gennaio 1369 o 1370, appartenente a una delle più grandi famiglie romane i Colonna, fu eletto Papa col nome di Martino V° il 14 novembre 1417, mori il 20 febbraio 1431 a Roma e fu uno tra i più importanti Pontefici della Chiesa Cattolica di quel periodo;
  • li accolsero molti paesi dell’Europa orientale, la Turchia, e perfino gli Stati Pontifici. Proprio nel luglio 1492 alla morte di Papa Innocenzo VIII (G.B.Cybo) fu nominato Papa Alessandro VI (Rodrigo Borgia), che contribuì alla sistemazione degli Ebrei nell’isola Tiburtina
  • Airoldi (1729-1817) formatosi alla scuola dei padre teatini, fu segretario dell’Inquisizione, giudice del Tribunale della Regia Monarchia, Vescovo di Eraclea, Cappellano maggiore del re. Intorno al 1790 militò nella Massoneria e precisamente nella Loggia della Vittoria capeggiata da Francesco Maria Venanzio d’Aquino principe di Caramanico, ambasciatore del Regno Borbonico di Napoli in Francia e poi Vicerè in Sicilia;
  • la Sinagoga. Sia lo Airoldi che Nino Basile la denominano Moschita e non Meschita come si legge nell’iscrizione marmorea di tale Vicolo. Anzi il Basile sostiene che il nome di Moschita è quello dato all’Arco tra via Calderai e vicolo Moschita di fronte alla Congregazione del Sabato, ed è il nome dato alla piazzetta tra il vicolo e la via Lampionelli. Altri sostengono che il nome Moschita ha maggiore assonanza con Moschea: era costume degli Ebrei siciliani di “avvicinare” il loro gergo linguistico a quello dei musulmani con i quali convissero fino all’espulsione dalla Sicilia.
  • altro nome dell’albero di arancia amara.
  • Obadiah (che vuol dire servo di Dio) da Bertinoro o da Bertunuro (1455-1516), rabbino italiano, fu autore di un commento alla Mishnah (le leggi ebraiche tramandate oralmente);
  • in realtà denominato Kemonia. Era chiamato fiume del maltempo perché era a regime torrenziale, oggi non è più esistente in superficie. Il punto di incontro con il ghetto si presumeessere la via Porta di Castro..

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