GOVERNO DELLA CITTÁ

(Francesco Paolo Rivera *)

Molte volte, riportando, in queste brevi note, gli avvenimenti di Palermo durante il XVIII secolo, capita di citare il nome di qualche altolocato amministratore di questa città, sarebbe – quindi – opportuno curiosare nell’ambito di coloro che l’amministravano nel bene o nel male. Fin dall’antichità la Sicilia, anche se durante i secoli è stata anche “Regno” è sempre stata considerata terra di conquista o (peggio) colonia dei romani, degli arabi, dei normanni, degli angioini, degli spagnoli e, infine nel XVIII secolo, del Regno di Napoli, … vale la pena ricordare un vecchio detto …, dai più remoti tempi, il genio (dei siculi)  di divorare i suoi e di nutrire gli estranei ….Il Senato era il supremo magistrato della città, e anche se a Palermo esisteva un Vicerè, colui che di fatto teneva il potere era il Pretore. Infatti era Grande di Spagna di prima classe (1), camminava alla sinistra del Re e sedeva, nelle cappelle reali, di fronte a lui a capo coperto, comandava la cavalleria e tutte le truppe della città; sovraintendeva il Senato, la Tavola (la Tesoreria della città), il Monte di Pietà, era Protomedico della capitale con i più ampi poteri sia sulla salute del popolo, che sull’igiene e la pulizia; aveva potestà “criminale”. Nelle manifestazioni pubbliche, il Pretore indossava la toga e reggeva in mano il bastone del potere.  Il potere gli era conferito dalla sacra formula “do, dico, abdico”: con il “do” si concedeva i poteri giudiziari alla Corte Pretoriana, con il “dico” si imponeva la proibizione dei giorni di giudizio e la integrale restituzione per le persone, con l’”abdico” si esercitava il diritto di confisca di beni, della messa all’incanto dei beni stessi.  Il Pretore esercitava il diritto sulle carceri del Palazzo e le ingiunzioni al Capo del Castello a mare (fu prima residenza reale, poi sede del Tribunale dell’Inquisizione, trasferito, in seguito, allo Steri.) Naturalmente, per aspirare a tali cariche si doveva essere blasonati.  Stemma del Senato, rosso e giallo, con l’aquila d’oro in campo rosso (tale e quale quello attuale del Comune),   Tutti i dignitari, la cavalleria, la fanteria, i paggi e i cocchieri vestivano in rosso, i mazzieri (2) portavano vesti rosse sulle quali erano ricamati fiori d’oro … (pare che il costo si aggirasse sulle 120 onze). Abitualmente i funzionari vestivano, come si diceva allora, “alla francese”, mentre nelle mezze festività indossavano la “toga semplice e cateniglia” (3), e nelle grandi feste, la “toga, con manica ricca e gioie”  e durante le cerimonie ufficiali portavano in mano un bastone sormontato dall’aquila.  Nel caso in cui il Pretore avesse paggi della propria famiglia, le livree con i colori della Città venivano sostituite con quelle del casato del Pretore. L’uscita dal Senato era un vero spettacolo: una compagnia di carabinieri a cavallo con le sciabole sguainate, seguiti dai contestabili (capi militari), con il cappello a embrici (a forma di tegola), poi tre carrozze del Senato (4), accompagnati dal rullo dei tamburi e dagli squilli di tromba; e nei casi in cui si accedesse in una chiesa o in una fortificazione venivano, rispettivamente, suonate le campane o sparate salve di cannone (5), il tutto tra due ali di folla plaudente. Naturalmente queste manifestazioni generavano malumori tra i partecipanti, nel senso che i componenti dei più alti gradi della gerarchia statale pretendevano il rispetto delle precedenze derivanti dal loro rango, dal loro casato (6). Moltissimi i litigi insorti sia per le precedenze, che per l’uso delle carrozze del Comune; il marchese di Geraci Ventimiglia (padrone di gran parte della Sicilia e come tale …), andando a passeggio alla Marina con il Vicerè Duca di Uzeda (1687-1696), venne inviato in carcere da quest’ultimo, perché si era permesso di sedere tenendo la sinistra. La durata dell’ufficio di Pretore, di Senatore, di Governatore del Monte di Pietà, degli ospedali, di Deputato per la suprema deputazione di Salute e di quella del Molo, delle torri e delle strade era di due anni, e non erano rieleggibili; la durata dell’ufficio dei Giudici Senatori delle gabelle sull’olio, sulla macellazione e delle altre gabelle era limitata a un anno. La durata di tali cariche e il divieto di rinnovazione delle stesse era determinato allo scopo di impedire il formarsi di clientele. L’Archiviario della Tavola (tesoreria comunale), i Giudici idioti (onorari, non togati), i Deputati di piazza, i credenzieri (controllori fiscali) della carne, il Pretore, i Senatori (sei), i Capitani delle Torri, i Giudici pretoriani (due, sotto la ispezione del pretore), il Capitano Giustiziere (il controllore delle votazioni), e altri dignitari eletti dovevano prestare giuramento perché sulla loro fede era riposta la fede pubblica. L’Ufficio di Senatore doveva essere conferito ai primogeniti e secondogeniti di famiglie titolate, di feudatari con vassalli e di altri nobili, ritenuti idonei a tali uffici. Il titolo di Eccellenza competeva soltanto al Vicerè, perché era colui che rappresentava il Re. Tuttavia spesso i Senatori facevano uso – illegittimamente – del titolo di Eccellenza, fintanto che nell’agosto del 1774 il Tribunale del Regio Patrimonio, composto di cinque ottimati (funzionari ex Pretori, ex Capitani giustizieri, tutti patrizi, investiti per legge di particolari poteri) venne sostituito dalla Giunta pretoria (una vera giunta amministrativa di revisione degli atti del Senato) si dovette affrontare anche il problema del titolo. Il ministro della Giunta pretoria scrivendo al Senato avrebbe dovuto dare il titolo di “Eccellenza” e il Senato rispondendo alla Giunta pretoria con lo stesso titolo, non sottoscriveva né come Senato né come Pretore, ma con la semplice firma del Segretario, ed era anche prescritto che i Senatori non erano obbligati a dare dell’Eccellenza al Pretore. Altra abitudine era quella che i figli nati da un Senatore venissero portati al fonte battesimale dal Senato, e che, quindi assumendo il Senato la veste di “compare” dei neo genitori facessero un regalo alla puerpura (50 onze se senatoressa, 100 se pretoressa in carica), alla levatrice (10 onze) e agli ufficiali della parrocchia … e, trattandosi di persone – specie le consorti – giovani di età, non passava anno che si festeggiassero le “nobili comari” … naturalmente a carico  della cassa pretoria (7). Finchè il 16 agosto 1788 un dispaccio del Re approvò i “Nuovi regolamenti stabiliti per il buon ordine dell’amministrazione dell’annona del Senato di questa Città” secondo cui all’art. XIII si ordinava l’abolizione delle regalie “pelli parti delle mogli del Pretore e Senatori: non essendo giusto che ritrovandosi il corpo amministrativo in somma decadenza e sbilancio, gli amministratori, in danno del pubblico, fruiscano delli vantaggi.” (8) Il Magistrato civico, quale tutore, benefattore e padre dei cittadini, presenziava sempre, con i Senatori, a tutte le sventure del paese (incendi, terremoti, alluvioni, carestie). Solo per ricordarne alcune il 5 dicembre 1775 il Pretore p.pe di Resuttano con i Senatori, i carrozzieri e la fanteria partecipava allo spegnimento di un incendio di una confetteria a Ballarò,  il 22 ottobre 1774 lo stesso avvenne per l’incendio del Conservatorio del Buon Pastore, e per il forno civico di Porta Vicari, per quello del Monastero di Valverde, della casa Merlo al Garraffello, della bottega del fruttivendolo Neglia a via Biscottai e nel 1788 per la esplosione di polveri ai Bastioni di Porta S.Giorgio,  Non può dimenticarsi l’intervento, non solo del Pretore duca di Cannizzaro e di tutti i Senatori ma addirittura della migliore nobiltà, per la salvezza della contrada dei Materassai a seguito del  disastroso incendio di un forno.  Sempre pronti in caso di bisogno erano i conciatori e i pescatori della Kalsa. Il Pretore coadiuvato dai Senatori vigilava sulla salute pubblica, sull’annona, interveniva per qualsiasi lamentela dei cittadini per la cattiva qualità del pane e dell’olio; i forni pubblici (molti gestiti dai lombardi), erano la preoccupazione del Senato: almeno tre volte all’anno si controllava se una data quantità di grano desse la presunta quantità di pane. La città godeva di un privilegio: fin dal 1507 una legge (prammatica) del Re Ferdinando (anche se spesso veniva disattesa) stabiliva che ogni ordinanza regia o viceregia venisse sottoposta al Pretore e ai Senatori per controllare se intaccasse i privilegi e le consuetudini della Città: se il controllo dava i risultati richiesti, con la formula “pubblicetur, salvis privilegiis urbis”, otteneva la firma del Sindaco per l’approvazione.  Il Vicerè p.pe di Caramanico addirittura pretendeva il placet dell’avvocato fiscale delle Gran Corte. Insomma il Senato era sottoposto alla Giunta pretoria e nulla poteva fare senza il permesso del Vicerè, questo ingenerava non solo il malcontento ma anche conflitto tra i governanti. Il cittadino palermitano (almeno di nascita, ma talvolta anche per effetto di matrimonio) godeva di un certa preminenza nei confronti di cittadini di altre città e ne approfittava per ottenere uffici pubblici non consentiti ad altri siciliani. Fin qui i privilegi dei governanti e dei cittadini.  E volendo dare una occhiata al rovescio della medaglia, vale la pena riassumere la cronaca storica di una seduta dei rappresentanti del popolo all’interno del Palazzo Comunale. Con i rintocchi, per tre giorni, della campana di Sant’Antonio, il Senato aveva convocato, in pubblico consiglio, le corporazioni degli artigiani, dei mercanti e i rappresentanti del popolo dei quattro quartieri della Città per il giorno 21 novembre 1789, allo scopo di determinare la “mèta da imporsi ad alcuni commestibili”, cioè di contribuire alla determinazione, da parte dell’autorità competente, del prezzo da fissare per la vendita di generi commestibili. Le maestranze degli orafi, degli argentieri, dei sarti, degli scarpari, dei chiavettieri, dei calderai e delle altre consorterie, invitate dal Contestabile maggiore, dalla mattina fino al tardo pomeriggio, confluirono nel salone delle grandi adunanze, ove erano già convenuti i Maestri magnani, i Deputati di piazza, i Contestabili (9), i Maestri di mondezza (10). Al fine di raggiungere il numero legale (duecento) “per concludersi il Consiglio” si ammette in aula anche la banda del Senato.  Assenti alla riunione i Deputati di piazza nobili, i quali, per partito preso, non si degnavano di intervenire per la pretesa alla preminenza. I rappresentanti del popolo, quindi, venivano democraticamente invitati dai governanti per partecipare a una riunione, nella quale, sotto forma di referendum, si sarebbero dovuti determinare i prezzi dei generi di prima necessità.  Raggiunto il numero legale, viene distribuito, dai servitori, a ciascuno dei presenti, un sorbetto di mieta (cannella) e successivamente un secondo sorbetto di melarosa. Mentre veniva consumato il rinfresco, i membri del Senato con i suoi  ufficiali nobili e civili, dopo avere confabulato tra di loro  nella “Camera di Negozio” del Pretore, accedono – tra la riverenza dei presenti – nella sala consiliare disponendosi gerarchicamente avanti i rappresentanti del popolo. Nell’ordine,  il Pretore (Bernardo Filangeri conte di S.Marco), quindi i Senatori in ordine di anzianità (il duca di Camporeale, i p.pi della Trabia e del Cassaro, il m.se Ugo, il duca di Villafiorita, e il duca di Paternò) e il Sindaco. Quindi, suonate le trombe e gli oboe, il Pretore pronuncia la seguente concione: “Nobili e onorati cittadini, dovendo imporsi la mèta alli formenti forti, rosselli e orgi (orzi), racina e vino, e dovendo farsi alcune concessioni di terreno e altri, ho fatto convocare voialtri nobili e onorati cittadini, per dare ognuno il vostro parere.” Segue fa lettura della proposta da parte dell’attuario del Maestro Razionale.  A questo punto, il lettore di questa cronaca, si aspetta l’inizio di una ampia discussione, con l’intervento dei rappresentanti del popolo che, bene o male, avrebbero aperto un contraddittorio  ed enunciato le loro proposte , invece … silenzio assoluto! Quindi il Sindaco, procuratore generale della cittadinanza, accoglie la proposta circa la “mèta del frumento” (proposta così come era stata formulata dal Pretore), ma per quanto riguarda l’uva, il vino e la concessione del terreno, ritenuti – tali argomenti – di grande importanza, invoca il parere di dodici cavalieri, sei interessati e sei disinteressati. Infine, il tutto consacrato in uno scritto viene letto dall’attuario senatoriale pubblicamente e con la formula “conclusum est” la seduta viene sciolta. Vengono spontanee al lettore le domande: per quale motivo è stato proposto questa specie di referendum? in quali misure si intendono applicare le nuove regolamentazioni?  quali risultati si intendono ottenere?

Invece nulla, solo il silenzio !… come mai? …

Si potrebbe pensare che i rappresentanti del popolo non abbiano capito le proposte formulate … ma la presenza degli orafi, degli argentieri, dei maestri magnani che rappresentavano le classi più abbienti e quindi più preparate, annulla tale ipotesi; si potrebbe pensare che l’offerta del rinfresco possa avere suggerito, per deferenza, il silenzio, ma pare che tale tipo di trattamento era normalmente effettuato in ogni riunione di questo tipo; si potrebbe pensare che il popolo temesse qualche forma di ritorsione da parte delle autorità, ma anche questa ipotesi è da scartare, infatti più volte il popolo si era ribellato ai propri governanti; si potrebbe pensare che il tutto fosse frutto di un accordo precedentemente preso tra il Pretore e il Senato … ma che motivo c’era di convocare una assemblea di rappresentanti del popolo, considerato che i governanti disponevano del potere assoluto. A questi interrogativi, purtroppo, non è pensabile formulare alcuna risposta!

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  • Del Lions Club Milano Galleria 108 Ib-4

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  • i Grandi (Grandato) di Spagna sono considerati i successori degli antichi “Ricoshombres” dei regni di Castiglia e del Leon e delle corone di Aragona e di Navarra;
  • erano i subalterni o del vicerè o del pretore o di qualche alta autorità che, nelle manifestazioni ufficiali, precedevano il loro signore, portando la “mazza” simbolo del potere;
  • oreficeria di poco valore,
  • in merito alle tre carrozze del Senato, due erano vere e proprie “opere d’arte” (rivestite all’interno con splendidi tessuti ovviamente rosso-gialli, ricche di dorature, di decorazioni, di dipinti e di sculture all’esterno, talmente ricche che venivano paragonate a quelle usate da Carlo X o da Caterina di Russia) e venivano adibite, la prima, al trasporto del Pretore e di alcuni Senatori, la seconda al trasporto di altri Senatori, la terza trasportava il Cerimoniere, il Segretario e qualche ufficiale nobile, ma qualche volta la prima ospitava tutti in membri del Senato, la seconda la sua Corte, e la terza, forse perché la più povera di ornamenti, restava vuota.. E, a proposito di tali carrozze, nel 1789 il Senato acquistò per 46 onze la carrozza dell’abolito  Sant’Uffizio, dalla quale,  eliminato lo stemma raffigurante la croce fiammeggiata dalla spada e  dall’ulivo e il motto “Exsurge domine et iudica causam tuam”, vi si sostituì l’aquila e la scritta S.P.Q.P. L’8 maggio 1796. in occasione della festa di Santa Cristina, uscirono per la prima volta le tre carrozze di proprietà del Comune, ma fabbricate e decorate con il contributo del Pretore, dei Senatori e di tutti i nobili che amministravano la cosa pubblica della Città;
  • fino a quando i cannoni delle fortificazioni della Città non furono trasferiti a Napoli:
  • durante la Festa del Corpus Domini, il Pretore (il duca di Castellana), ammalatosi dovette farsi sostituire alla manifestazione da un Senatore. Gli altri Senatori non vollero riconoscere il diritto di preminenza di quest’ultimo che sostituiva, in quella manifestazione, il Pretore e il litigio fu sottoposto al Protonotaro del Regno;
  • il 17 gennaio 1770 nacque il primogenito del sen. Valguarnera p.pe di Niscemi, il 10 marzo dello stesso anno la figlia del sen. Filangeri p.pe di Mirto;  il 5 luglio 1773 nacque il figlio del Sen. Carcamo, il quale aveva già ricevuto ben 90 onze per la nascita di precedenti figli. Nel 1782 (rari nantes in gurgite vasto)  il p.pe di Valguarnera e il duca di Belmrgo rifiutarono dignitosamente il regalo dell’erario in conseguenza della nascita dei rispettivi figli, ma non li rifiutarono, lo stesso anno, la puerpera p.ssa di San Lorenzo e nel 1785 la p.ssa di Fiumesalato né la b.ssa Morfino.
  • verso la fine di quell’anno, avendo la senatoressa Marianna Branciforte dato alla luce una bimba, Beatrice, il Senato si propose per il consueto battesimo, ma il padre della piccola, Pietro Lanza di Trabia, la sera del 30 dicembre, fece portare alla fonte battesimale la neonata da una coppia di persone della sua famiglia, La cosa provocò la meraviglia ma soprattutto il plauso di tutti: “serva questa buona introduzione in beneficio e rilievo in qualche maniera della cosa pubblica … Dio volesse che il di lui esempio venisse dai successori padri seguitato!” Ma il principe non si limitò soltanto a questo gesto infatti nel 1799 nominato Segretario di Stato dal Re, rifiutò l’emolumento di 5.000 scudi annui;
  • in origine era colui che portava la “spada del Re”, poi si definìrono tali anche i comandanti militari;
  • antenati degli attuali operatori ecologici (si diceva che puzzassero molto), erano addetti oltre che alla pulizia delle strade, delle piazze e dei vicoli della città, pieni dei residui vegetali (gettati dalle finestre delle abitazioni), delle deiezioni degli animali domestici e anche … di altri, alla manutenzione degli argini dei due fiumi Papireto e Kemonia. Per descrivere lo stato delle strade della Città, vale la pena trascrivere una sestina composta da Onofrio Jenco “… Però una grazia v’addimannu/ Com’un aju carrozza e vaju a pedi/ Vurria li strate netti tutto l’anno/ O fangu, u pruvulazzo che arriseddi/ Sfascia li scarpi, allorda li quasetti”. E a proposito della manutenzione delle strade della Città, nel 1748, allo scopo di eliminare la polvere stradale durante i mesi estivi, nella stagione dei concerti alla marina, (e cioè dal 24 giugno al 31 agosto) un carro botte trainato da buoi, annaffiava la strada a mezzo di un tubo di pelle attaccato nella parte posteriore del carro, che il popolo umoristicamente denominò “la minc…. di Giacona” dal nome dell’ideatore.

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