DOPO IL QUARTO STATO

(Daniela Crispo)

Il famoso quadro di Pellizza da Volpedo Il quarto stato del 1901  rappresenta  un corteo di  contadini che protesta  in modo non violento  e avanza sicuro con  la potenza di un fiume. L’immagine del fiume per indicare l’avanzata dell’emancipazione e del progresso  ritorna  negli scritti dello stesso Pellizza e prima ancora nel 1881 nella Prefazione ai Malavoglia di G. Verga :  Il movente dell’attività umana che produce la fiumana del progresso…..Il cammino fatale, incessante, spesso faticoso e febbrile che segue l’umanità per raggiungere la conquista del progresso, è grandioso nel suo risultato, visto nell’insieme, da lontano. Il quarto stato è stato protagonista del ‘900 in diverse  parti del mondo. Ha conquistato seggi nei parlamenti, ha governato stati, ha creato il welfare state. Oggi il suo cammino si è fermato e i suoi interessi ideali e universali si sono ripiegati sul particolare di natura strettamente economica, dimenticando gli svantaggiati. Il suo inno è stata L’Internazionale : Su, lottiamo! l’ideale/  nostro alfine sarà/  l’Internazionale/  futura umanità!….Avanti, avanti, la vittoria/ è nostra e nostro è l’avvenir;/  più civile e giusta, la storia/ un’altra era sta per aprir…. L’antico quarto stato aveva da mettere sulla bilancia sociale la forza delle sue braccia, oggi gli svantaggiati, pur essendo molto numerosi, sono  meno organizzati e organizzabili perché non hanno nulla di immediatamente visibile  da scambiare. Sono identificati come  precariato privo d’identità  occupazionale nella società globalizzata; si sobbarcano a lavorare molto per una retribuzione scarsa o inesistente per restare sul mercato e nello stesso tempo trascorrono ore su internet, frequentano corsi di aggiornamento ed altro ancora, privi o quasi di protezione sociale. Spesso in  ansia, convinti  di essere esclusi, non hanno possibilità di programmare la propria vita. Intorno al 2010 hanno fatto dei  tentativi di mobilitazione che nel tempo non hanno dato frutti nel senso dell’emancipazione, ma al contrario si sono incanalati verso la regressione e la xenofobia. Oggi sarebbe difficile rappresentare  il precariato con un’icona unificante ed evocativa come quella individuata  da Pellizza. È molto improbabile realizzare  una sintesi. Eppure  la  precarietà viene affrontata da punti di vista diversi, nessuno però sembra risolutivo da solo; forse un’equa redistribuzione delle risorse potrebbe costituire un avvio.

 

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