IL PIACERE DELLA TAVOLA NEL MONDO ANTICO

Fiorella Vergano

Secondo Brillat Savarin tutti gli uomini di tutte le età  e condizioni apprezzano il piacere della tavola e questo  è l’ultimo che resta quando si è privati di tutti gli altri. Valga per tutti l’esempio di  Ulisse  (Odissea 9, 7-9, traduzione di I. Pindemonte) :

Nè spettacol più grato havvi, che quando
Tutta una gente si dissolve in gioja,
Quando alla mensa, che il cantor rallegra,
Molti siedono in ordine, e le lanci
Colme di cibo son, di vino l’urne,
Donde coppier nell’auree tazze il versi,
E ai convitati assisi il porga in giro.

Col tempo in Grecia si distinsero il   σύνδειπνον e il συμπόσιον nel primo si mangiava insieme, nel secondo si beveva insieme vino mescolato all’acqua secondo la regola stabilita dal simposiarca , συμποσίαρχος. A seconda del tipo di vino l’acqua veniva riscaldata o raffreddata con la neve. Mentre si beveva si mangiavano le cosiddette seconde mense, cioè salatini e dolcetti, come miele e formaggi, noci, mandorle, pasticcini, frutta. Per consentire a ciascuno di vedere e sentire tutti gli altri in ugual modo, la sala del simposio non aveva mai grandi dimensioni,   i convenuti univano al piacere della parola quello per la poesia, la musica, lo spettacolo. Elemento caratterizzante  era il fatto che vi potevano partecipare solo gli uomini, la presenza femminile era infatti  limitata a fanciulle spesso, ma non sempre, di modesta estrazione sociale: etere, flautiste e danzatrici che rallegravano il simposio maschile con le loro arti.  Il simposio si svolgeva secondo un rito che aveva valenza religiosa e  sociale  espresso nella poesia lirica, voce dei gruppi aristocratici che si riconoscevano come un’associazione politica formata da cittadini maschi, l’eteria. Simonide (fr.74 P. )  sosteneva infatti : la virtù è di pochi. Alceo cantava esplicitamente il simposio:

Beviamo! Perché aspettare le lucerne?

Breve il tempo.

O amato fanciullo, prendi le grandi

tazze variopinte,

perché il figlio di Zeus e di Sémele

diede agli uomini il vino

per dimenticare i dolori.

Versa due parti d’acqua e una di vino;

e colma le tazze fino all’orlo:

e l’una segua subito l’altra.

S. Quasimodo, Lirici greci, Mondadori

A Roma , quando si abbandonò la tradizionale frugalitas ,  si diffuse l’abitudine del  convivium, stare insieme, dal significato ampiamente  culturale e sociale. Secondo Varrone il numero ideale di convitati doveva  essere compreso tra il tre ed il nove, tra le Grazie e le Muse. Al convivio partecipavano invitati di diversa condizione sociale, disposti nei triclini secondo una rigida gerarchia ed anche le donne, diversamente dai Greci. Era diffusa l’usanza  dei carmina convivalia che celebravano personaggi storici, spesso appartenenti alla famiglia  ospitante,  o del mito . Sul modello del simposiarca si definì anche   il magister bibendi . I partecipanti al convivium prima di sdraiarsi toglievano anelli, bracciali e cinture per scongiurare gli spiriti maligni. Si evitavano anche gli argomenti tristi che facevano riferimento a calamità .

 

 

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