UN ALTRO FARO CHE SI SPEGNE IN UNA SOCIETÀ PRIVA DI GUIDE

Carmelo Fucarino

Non saprei dire se è l’ultimo dei soli che hanno illuminato e riscaldato la nostra esistenza. In questo momento di smarrimento e di desolazione non me ne sovviene altro, che possa essergli pari sia per lunghezza di didassi, sia per profondità e densità di offerta, di antica altra e prolifica generazione che ha formato la nostra esistenza o di recente e presente. Altra cosa nel linguaggio divulgativo le scopiazzature di Paolo Mieli, affabile e mieloso “racconto dal vivo della grande storia”, ma di scarsa profondità, una sequenza appiccicaticcia di sbiaditi docufilm del tempo. Posso affermare con estrema sicurezza che nessuno è rimasto nel campo dell’informazione culturale, artistica e scientifica che possa essergli lontanamente alla pari. E quel motivo che ci ha introdotto per decenni in quel mondo straordinario, la familiare e discorsiva aria dalla suite n. 3 in re maggiore BWV 1068 di Johann Sebastian Bach, il genio che ha cadenzato le scene di il Vangelo secondo Matteo di PP Pasolini, Chi vuol conoscere la sua proteiforme offerta informativa e culturale troverà tutto on line. Io voglio solo ricordare il programma che ha segnato tante serate TV e al quale ha instradato e guidato il figlio, nella stessa linea giornalistica che è quella della acculturazione scientifica all’inglese e che ricava spesso materiale dai documentari della BBC e di David Attenborough, ma anche dal glorioso National Geographic Magazine. Fu nel 1981 che si avviò la sua serie Quark che così presentò: «Il titolo Quark è un po’ curioso e lo abbiamo preso a prestito dalla fisica, dove molti studi sono in corso su certe ipotetiche particelle subnucleari chiamate appunto quark, che sarebbero i più piccoli mattoni della materia finora conosciuti. È quindi un po’ un andare dentro le cose.».

La sua evoluzione fu nel 1995, Superquark. Fortuna per lui, ma anche per noi che in questo lavoro di ricerca e di divulgazione ha trovato un degno collaboratore nel figlio Alberto, sia in qualche puntata di Superquark, sia con Ulisse – Il piacere della scoperta, titolo per se stesso emblematico dei propositi e del progetto, dal 2000 su RAI3 per 18 anni e nel 2018 per quattro puntate u RAI1 con strepitoso successo. Assieme tutti ricordiamo il nutrizionista Carlo Cannella prematuramente scomparso e l’altra esimia spalla l’etologo Danilo Mainardi con i suoi animali viventi o Alessandro Barbero con la sua vita quotidiana della storia. La speranza che Alberto sappia reggere e proseguire il progetto pur nella differenza di approccio e di sensibilità. Nel suo eloquio c’è qualcosa di diverso, più austero e talvolta forse un po’ cattedratico rispetto all’approccio di Piero che ci aveva seguito identico per decenni, quella voce dolce e ammaliante, la magia di dire cose altissime, più alte dell’universo stellare che analizzava con il tono dell’affabulazione, del discorso noto e risaputo, di notizie e segreti semplici della natura. C’era quell’immagine di un sorriso all’angolo delle sue labbra e quegli occhi che ci scrutavano con semplicità, come fra amici. Identici a 93 anni, in questi ultimi programmi che ha guidato con Alberto, saggi in cui si supponeva incombente la sua presenza dietro il sipario. Quella semplicità nel comunicare, un vero colloquio, che ho sperimentato in quel pomeriggio per me memorabile del 23 gennaio 2018, alla Pontificia Università Antonianum di Roma ove il presidente della Fondazione Levi Pelloni, Pino Pelloni gli ha conferito l’VIII Edizione del Premio Fiuggi Storia per il suo Epistolari e memorie, e a me targa con la Menorah in pietra per il mio Il Genio Palermo. Dopo il suo intervento intorno alle 17 ci lasciò prima per un appuntamento di lavoro alla RAI. Ancora senza sosta, nella mania della ricerca che era stata tutta la sua vita. Impressionante la sua lucidità, ma anche la inflessibilità nel lavoro, la sua esistenza votata alla indagine profonda della verità scientifica, ma anche antropologica. Per smascherare i numerosi inventori di prodigi, maghi e millantatori era stato nel 1989 tra i fondatori e presidente onorario nel 2016, del CICAP, Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze, nato per il controllo del paranormale, e per promuovere l’educazione scientifica e lo spirito critico, slogan dell’associazione, «Bisogna avere sempre una mente aperta, ma non così aperta che il cervello caschi per terra». Ha avuto la fortuna eccezionale di potere leggere in itinera il suo sconvolgente addio, nell’intraprendere l’ultimo e ancor più arcano infinito viaggio: «Cari amici – ha scritto nel suo messaggio – mi spiace non essere più con voi dopo 70 anni assieme. Ma anche la natura ha i suoi ritmi. Sono stati anni per me molto stimolanti che mi hanno portato a conoscere il mondo e la natura umana.» E di ricevere il viatico, il buon viaggio da Alberto, per lui che aveva viaggiato dalle stelle ai deserti, che non aveva avuto un attimo di posa, alla ricerca di qualcosa di inafferrabile, quegli stupori della vita che sono imperscrutabili e irraggiungibili. Più di quei buchi neri e di quelle galassie infinite.

 

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