OHIMÈ, IL DIAVOLO IN CONVENTO: IL CODICE INDECIFRABILE DI PALMA DI MONTECHIARO

Tra superstizione, fede e psicosi, un mistero siciliano che resiste al tempo

Francesco Pintaldi

Monastero del Santissimo Rosario a Palma di Montechiaro

Nel cuore della Sicilia, arroccata sulle alture agrigentine, sorge Palma di Montechiaro, città barocca fondata dai nobili Tomasi di Lampedusa. Qui, tra le mura del monastero benedettino del Santissimo Rosario, è custodito uno dei documenti più enigmatici della storia isolana: la cosiddetta Lettera del Diavolo. Una reliquia inquietante che affonda le radici nel XVII secolo, periodo in cui fede e superstizione si mescolavano senza confini. Protagonista di questa vicenda è suor Maria Crocifissa della Concezione, al secolo Isabella Tomasi, monaca di nobile origine e antenata dello scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa. La leggenda vuole che l’11 agosto 1676 la suora sia stata trovata priva di sensi nella sua cella, con il volto segnato dall’inchiostro e un foglio tra le mani, vergato in una lingua incomprensibile. In calce, una sola parola in italiano: “ohimè”. Un lamento, forse, o il rifiuto di firmare un patto demoniaco.

Un testo indecifrabile per secoli

 Il misterioso documento, da subito interpretato come frutto di una possessione diabolica, è rimasto per secoli indecifrabile. Solo nel 2017 un’équipe del Ludum Science Center di Catania ha tentato una decifrazione parziale utilizzando un sofisticato algoritmo. Il testo si è rivelato un intreccio di simboli e lettere appartenenti a diversi alfabeti – latino, greco, runico e yazida – in una sorta di alfabeto del caos. Le frasi risultano sconnesse ma potenti, cariche di allusioni eretiche e riferimenti mitologici. Si citano Zoroastro, il fiume Stige, e si mettono in discussione concetti fondanti della religione cristiana come la Trinità e l’esistenza stessa di Dio. Un attacco filosofico, forse simbolico, alle strutture della fede.

Soffitto del Palazzo ducale

Fede, isteria o crisi mistica?

Nel Seicento, episodi del genere venivano letti come segni tangibili della presenza del demonio. La lettera rafforzò il culto attorno a suor Maria, che nel 1787 venne beatificata da papa Pio VI, anche se il documento non fu mai ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa. Oggi, tuttavia, la vicenda viene letta anche in chiave psicologica. Alcuni studiosi ipotizzano che la suora potesse soffrire di disturbi mentali, come la schizofrenia o un disturbo bipolare. Il documento sarebbe dunque il frutto di una crisi mistica o di un dissociato dolore interiore, espresso attraverso un alfabeto personale creato per dare forma ai suoi  pensieri.

La venerabile Maria Crocifissa (Isabella Tomasi)

 

Un mistero che affascina ancora

La Lettera del Diavolo continua ad affascinare teologi, psichiatri e linguisti, alimentando un dibattito sospeso tra scienza e fede. Persino Giuseppe Tomasi di Lampedusa, autore de Il Gattopardo, ne fu influenzato e la evocò nelle sue riflessioni familiari, riconoscendone il valore simbolico. Oggi il manoscritto è conservato nel convento dove tutto ebbe inizio, a Palma di Montechiaro, come una reliquia di un passato che ancora ci interroga. È il segno tangibile di un’epoca in cui il confine tra l’aldilà e l’interiorità era sottile e pericolosamente affascinante.

Il Monastero

La costruzione del monastero risale agli anni  tra il 1653 e il 1659, fu originariamente il palazzo ducale della famiglia Tomasi di Lampedusa. Successivamente, il duca Giulio Tomasi lo trasformò in monastero per accogliere le sue figlie e la moglie Rosalia Traina. Il monastero è noto per la sua architettura sobria e per la posizione scenografica su una gradinata semicircolare che domina la piazza sottostante. All’interno del monastero si trova la tomba di suor Maria Crocifissa della Concezione, al secolo Isabella Tomasi, protagonista della misteriosa Lettera del Diavolo. Il monastero è ancora oggi uno dei pochi di clausura in Sicilia e rappresenta un importante sito storico e spirituale legato alla famiglia Tomasi di Lampedusa e al romanzo “Il Gattopardo”. Una delle attività artigianali delle monache è la preparazione di dolci a base di mandorle, come i “ricci“, seguendo ricette tramandate da generazioni. Questi dolci sono venduti attraverso la tradizionale “rota“, una ruota di legno che permette lo scambio senza contatto diretto, preservando la clausura

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