IL GIORNO IN CUI GLI AGHI TACCIONO: SANT’ANNA E LE RICAMATRICI DI PALERMO
Francesco Pintaldi
C’è un giorno, a Palermo, in cui gli aghi si fermano e i fili restano sospesi a mezz’aria. È il 26 luglio, festa di Sant’Anna, madre della Vergine, ma anche protettrice delle ricamatrici. Nessun pizzo, nessuna frangia, nessuna calza può essere intessuta in questa giornata sacra: lo impone una devozione radicata, che unisce il gesto quotidiano al timore del soprannaturale. Si racconta che, nei vicoli della Kalsa, alcune ricamatrici sfidarono il divieto per compiacere una signora in ansia per le nozze della figlia. Era un lavoro urgente, sì, ma nel cuore del drappo—proprio nel punto più importante—divampò una fiamma improvvisa che ridusse tutto in cenere. “Fu lo sdegno della Santa”, mormorarono le donne, mentre riponevano aghi e fusi. E non finisce qui. Le lavandaie, anch’esse devote a Sant’Anna, tramandano che la Santa, prima di cucire, lavava: per questo, il bucato del 26 luglio resta nel cesto. A chi osa violare il divieto, la leggenda riserva un destino severo: una donna divenne statua di marmo a Danisinni, pietrificata nella sua sfida all’usanza. Ma il filo che lega Sant’Anna e le donne di ago e tela attraversa i secoli e brilla anche nel cuore dell’età normanna, quando la corte palermitana—fiorente di arti e saperi—promosse una delle più raffinate culture tessili del Mediterraneo. Ricami d’oro e seta, ornati di perle e motivi geometrici o zoomorfi, decoravano i paramenti sacri, i manti regali e i drappi cerimoniali. Le mani che li realizzavano—spesso quelle delle ricamatrici arabe ed ebraiche al servizio della corte—erano considerate custodi di un’arte preziosa, capace di tradurre in filo la grandezza di un regno. Il celebre Mantello di Ruggero II, conservato oggi al Tesoro Imperiale di Vienna, testimonia questo straordinario connubio tra fede, potere e ricamo: un’opera tessile che unisce il cielo e la terra, come i gesti umili e devoti delle ricamatrici che ancora oggi, nel giorno della loro Santa, depongono l’ago in silenzio. Oggi, mentre il tempo corre e i riti si sfilacciano come stoffe antiche, restano nei quartieri storici le eco di queste storie, dette piano tra una tazzina di caffè e una sedia accostata al sole. Forse non si crede più ai miracoli punitivi, ma si continua a rispettare il giorno del riposo del filo. La tradizione del culto è riportata da G. Pitrè .

