ARTE MESSAGGERA DI PACE: IL CASTELLO DI MARINEO SI ILLUMINA DI MEMORIA E SPERANZA

Francesco Pintaldi

Chiara Fici, anima della Biennale Sicily Trinacria, spiega il senso profondo di un progetto che trasforma la bellezza in impegno civile. L’8 novembre, tra le mura del suggestivo Castello Beccadelli di Marineo, si inaugura Arte messaggera di pace, una rassegna d’arte, musica e poesia ideata e curata da Chiara Fici, presidente della Biennale Internazionale Sicily Trinacria, storica e critica d’arte, inviata di Globus Magazine. L’evento, che resterà aperto fino al 18 novembre, è concepito come un grande omaggio alla memoria: alle vittime di Gaza e, insieme, ai siciliani emigrati nel mondo. Nel percorso espositivo – che intreccia pittura, scultura, fotografia, musica e rievocazione storica – l’arte diventa ponte di umanità. Tra i protagonisti figurano la pianista e direttrice d’orchestra Corinne Latteur, autrice del toccante brano Coeur d’enfant dedicato ai bambini di Gaza, il maestro Giovanni Zappulla e il duo internazionale Calandra & Calandra, insigniti del titolo di Eccellenze Siciliane. Accanto alle opere contemporanee, una sezione fotografica curata dallo storico Innocenzo Glorioso ricostruisce il dramma e la speranza dell’emigrazione siciliana attraverso oltre duecento immagini d’epoca. L’apertura sarà affidata al corteo medievale dell’Associazione “Croce Normanna di Ruggero II”, mentre le note della musica e le voci dei poeti accompagneranno il pubblico in un viaggio simbolico tra arte, storia e memoria. «L’arte deve servire a unire, non a dividere» – afferma Chiara Fici, la cui visione della cultura si fonda sull’incontro e sulla solidarietà. La sua attività, che da anni coniuga impegno etico e sensibilità estetica, trova in questa manifestazione la sua più alta sintesi: un progetto che trasforma la bellezza in gesto civile e la creatività in strumento di pace. Di questo e di molto altro abbiamo parlato con Chiara Fici, protagonista e anima di un evento che restituisce all’arte la sua missione più autentica: riconciliare l’uomo con la sua storia e con l’altro.

Chiara Fici, originaria di Palermo, proviene da una famiglia di antica tradizione nobiliaria e filantropica: sua madre è Giuseppina Marsala Bonetti e il padre è il Duca d’Amafi, feudatario di origine genovese nelle campagne marsalesi. Dopo un’infanzia all’insegna dello studio e dell’impegno sociale, Chiara ha conseguito la laurea in Scienze della Formazione, con indirizzo filosofico-pedagogico, e ha poi proseguito con un dottorato in arte medievale.Fin da giovane ha manifestato una particolare sensibilità per le arti e la cultura, decidendo di proseguire l’opera filantropica della famiglia, trasformandola in un progetto personale volto a scoprire e sostenere giovani talenti. Dichiara:  «Sono ragazzi che hanno talenti artistici… e che potrebbero diventare un futuro Pelé ».Nel suo percorso professionale, Chiara Fici è attiva come curatrice e critica d’arte. Collabora con il network Globus Magazine, per il quale scrive articoli d’arte e di cultura. È Presidente della Biennale Internazionale Sicily Trinacria, manifestazione che, con uno staff coeso di personalità di alto prestigio, promuove tutte le varie forme d’arte, compresa la fotografia. La sua attività è caratterizzata da un forte legame con il territorio siciliano, da un’attenzione costante all’educazione e alla valorizzazione dei talenti — spesso provenienti da contesti sociali fragili — e da un approccio che coniuga rigore culturale e sensibilità sociale. Come lei stessa afferma: «Nella vita è importante fare qualcosa di pulito, avere obiettivi validi». In qualità di promotrice di eventi culturali, Chiara Fici ha collaborato con enti, istituzioni e realtà associative del panorama siciliano, nazionale e internazionale, contribuendo a dare visibilità ad artisti emergenti insieme a nomi affermati di livello internazionale e a progetti legati alla valorizzazione del patrimonio culturale.

Il castello Beccadelli di Marineo

Intervista a Chiara Fici

  1. Il Castello Beccadelli è un luogo intriso di storia e di memoria. Cosa ha significato per lei portare un evento dedicato alla pace e all’arte dentro una struttura così simbolica del territorio siciliano?     

Portare un evento dedicato all’arte e alla pace dentro una struttura antica significa dare un valore aggiunto all’esperienza, sia sul piano simbolico che su quello emotivo. Sul piano simbolico, un luogo antico è portatore di memoria, di storia, di stratificazioni umane. Inserire un’iniziativa che parla di pace all’interno di quel contesto significa creare un dialogo tra passato e presente: si riconosce ciò che è stato, anche nelle sue ombre, e si sceglie di orientarsi verso un futuro più armonioso. È un atto di continuità culturale, che afferma che la ricerca della bellezza e dell’umanità è sempre possibile. Sul piano emotivo, lo spazio antico cambia la percezione delle opere e delle persone. La materia – pietra, legno, mura consumate dal tempo – invita alla lentezza, alla riflessione, al rispetto. L’arte e il messaggio di pace risuonano in modo più profondo, perché inseriti in un luogo che chiede di essere ascoltato, non solo visto. Sul piano comunitario, infine, significa far vivere e riattivare un patrimonio, rendendolo nuovamente luogo di incontro e dialogo. La storia non rimane chiusa nei musei o nei libri: si fa viva attraverso la relazione tra le persone. In sintesi, è un modo per unire memoria e futuro, bellezza e consapevolezza, creando un’esperienza che non è solo estetica, ma anche interiore e condivisa.

2-La mostra è un omaggio alle vittime di Gaza e insieme un tributo alla memoria dell’emigrazione siciliana.Come dialogano, secondo lei, questi due temi all’interno dello stesso spazio espositivo?

I due temi – le vittime di Gaza e la memoria dell’emigrazione siciliana – possono sembrare distanti nel tempo e nello spazio, ma in realtà condividono un nucleo umano profondo: la condizione di chi è costretto a lasciare la propria casa, i propri affetti, la propria quotidianità, spesso in cerca di sopravvivenza e dignità. All’interno dello stesso spazio espositivo, il dialogo può avvenire su diversi livelli:

  1. La ferita del distacco

Sia chi fugge dalle guerre, sia chi è partito a causa della povertà e della mancanza di futuro, porta con sé una perdita: la casa non è più solo un luogo fisico, ma diventa nostalgia, mancanza, identità sospesa. Esporli insieme invita a riconoscere il dolore universale di chi è costretto a partire.

  1. La memoria come responsabilità

Ricordare i siciliani emigrati significa non dimenticare .

3-Il titolo della manifestazione, “Arte messaggera di pace”, è anche una dichiarazione di intenti.
In che modo l’arte può oggi essere davvero veicolo di pace in un mondo attraversato da conflitti e divisioni?

L’arte non può fermare le guerre, ma può fare qualcosa di altrettanto necessario: può trasformare lo sguardo. E quando lo sguardo cambia, anche le società cambiano. Oggi l’arte può essere veicolo di pace in almeno quattro modi:

  • Restituendo umanità alle persone. I conflitti tendono a ridurre l’altro a un numero, a una categoria, a un “nemico”. L’arte, invece, ridà volti, storie, emozioni. Un volto fotografato, una voce registrata, un oggetto conservato: tutto questo ricorda che ogni vita è singolare, irripetibile. Quando riconosciamo l’altro come simile, il terreno della pace diventa possibile.
  • Creando luoghi di ascolto e non di propaganda L’arte non deve urlare slogan: deve aprire spazio. Uno spazio dove non si impone un’idea, ma si accoglie una domanda: Che cosa significa soffrire? Che cosa perdiamo quando perdiamo la casa? Che cosa significa essere vivi in tempi di dolore? La pace nasce dall’ascolto, e l’arte è uno dei pochi linguaggi che sa ascoltare anche il silenzio.
  • Generando empatia condivisa L’arte è esperienza, non informazione. Non ci “dice” solo cosa accade: ci fa sentire. E ciò che si sente non resta neutro. L’empatia è forse la più potente forma di resistenza alla violenza.
  • Ricordando che la bellezza è un diritto umano. La bellezza non è un lusso. È la condizione che ci ricorda che il mondo può essere diverso da com’è ora. In un tempo di cinismo, l’arte ci tiene aperta la possibilità: la possibilità di immaginare un futuro non dominato dalla forza.

L’arte non costruisce la pace da sola. Ma costruisce le persone capaci di desiderarla e di difenderla. E questo, nel lungo tempo della storia, è forse l’atto più necessario e rivoluzionario.

4-Lei ha curato personalmente l’allestimento, la selezione degli artisti e la critica delle opere.
Quali criteri ha seguito per costruire un equilibrio tra linguaggi visivi, poetici e musicali in un luogo così evocativo?

Ho adottato un approccio fondato sull’ascolto del luogo e sulla relazione tra le opere. Sono partita dal luogo prima di definire qualsiasi intervento, ho osservato le qualità spaziali dell’ambiente: la luce naturale, la risonanza acustica, i punti di attraversamento, le zone di sosta. Questo mi ha permesso di capire quali elementi valorizzare e quali, invece, lasciare in ombra. L’idea non era aggiungere, ma dialogare. Equilibrare i linguaggi. Il criterio principale è stato evitare la competizione sensoriale. Le componenti visive – soprattutto la disposizione e il respiro tra le opere – sono state pensate come un paesaggio percorribile, mentre gli elementi poetici (testi, citazioni, titoli) sono stati distillati in pochi punti chiave, quasi come “stazioni di senso”. La musica o il paesaggio sonoro, invece, è stato calibrato in modo discreto e immersivo, così da accompagnare senza saturare.  Ho lavorato sul ritmo della fruizione, alternando momenti di maggiore densità visiva, spazi vuoti e silenzi, zone in cui il suono emerge, aree in cui prevale il gesto del guardare. In questo modo l’esperienza non è statica, ma si sviluppa come un percorso narrativo. Più che cercare una coerenza stilistica, ho cercato una coerenza emotiva: i linguaggi — immagine, parola, suono — sono stati orientati verso la stessa tonalità percettiva, così che il visitatore possa sentirsi immerso in un unico campo di senso. Ho costruito l’equilibrio tra linguaggi visivi, poetici e musicali lasciando che ciascuno avesse il proprio spazio respirato: la parola come accento, il suono come atmosfera, l’immagine come paesaggio. Il luogo non è stato riempito, ma ascoltato, affinché l’esperienza risultasse coerente e delicata.

5-Durante il vernissage si alterneranno artisti, poeti e musicisti provenienti da diverse aree della Sicilia. Crede che questa coralità sia la chiave del successo culturale dell’isola?

Senza dubbio sì!

6-Il castello di Marineo non è solo una cornice, ma diventa parte viva della mostra.
Come ha dialogato l’architettura medievale con le opere contemporanee che ha selezionato?

Lascio ai visitatori e ai numerosi turisti che visiteranno la mostra, lasciarsi trasportare da questa atmosfera antica che il castello ha e queste opere esposte.

7-Uno dei momenti più toccanti sarà l’esecuzione del brano “Coeur d’enfant”, dedicato ai bambini di Gaza.Quanto conta l’emozione nel suo modo di vivere l’arte?

L’emozione è parte integrante, fondamentale delle manifestazioni che curo. Ricorderemo tutte le vittime di Gaza soprattutto tanti bambini che sono stati uccisi per colpa di giochi sporchi di alcuni politici. Il loro sacrificio non deve essere dimenticato.

8-La presenza di rievocazioni storiche e degustazioni medievali unisce cultura, memoria e convivialità. È una scelta estetica o un modo per riportare l’arte nel quotidiano della gente?

È una scelta estetica. Inaugurerà la manifestazione, il corteo medievale. E al termine, potremmo degustare dei dolcetti che sono stati preparati, prendendo spunto da antiche ricette del 1500 di alcuni monasteri siciliani.

9-Lei è da anni promotrice della Biennale Internazionale Sicily Trinacria. In che modo questo evento di Marineo si collega alla sua più ampia visione di una “Sicilia dell’arte e della pace”?

A luglio di quest’anno ci ha spalancato le porte, il palazzo reale della Ficuzza, luogo che ho definito magico. Uno degli scopi della manifestazione dal titolo BIENNALE INTERNAZIONALE Sicily Trinacria è quello di valorizzare anche dei siti storici e dunque per logica, dato che Marineo è vicino Ficuzza, abbiamo voluto anche fare una manifestazione a Marineo, dove c’è questo castello del 1540 che si chiama Castello Beccadelli un filo invisibile ci ha condotto da Palermo a Ficuzza e a Marineo. In tutti questi anni, siamo stati anche a Londra. Siamo stati anche al castello  della Rinchiostra Pamphili a Massa in Toscana. Siamo stati sempre ospitati in luoghi storici antichi di prestigio che ci hanno accolto con grande entusiasmo, perché hanno compreso lo spirito della manifestazione.

10-Dopo Marineo, quale crede sarà l’eredità di questa manifestazione? C’è un messaggio che desidera rimanga nel pubblico, una scintilla che vada oltre la durata della mostra?

Io dico sempre: i figli, si partoriscono uno alla volta. Intanto, inauguriamo questa manifestazione l’8 novembre a Marineo al castello Beccadelli. Questa manifestazione chiuderà l’anno 2025 delle nostre manifestazioni. Per quanto riguarda il 2026, già stiamo programmando altre manifestazioni prestigiose. Il messaggio che voglio che rimanga al pubblico è questo: Viva la Sicilia, degli onesti, viva l’arte

 

 

 

 

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