ALEKO E PAGLIACCI AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO
Gabriella Maggio
Ph. Teatro Massimo
La stagione lirica palermitana s’inaugura con un originale dittico che unisce Aleko di Sergej Rachmaninov, in prima esecuzione scenica in Italia, a Pagliacci di Ruggero Leoncavallo. Lo spettacolo, prodotto dalla Fondazione Teatro Massimo, avvicina due opere composte nello stesso anno, il 1892, ma diverse per molti aspetti, assimilate sulla scena soltanto dal tema: l’incapacità dell’uomo di accettare la libertà della donna, l’ossessione del possesso e la violenza che trascende nel femminicidio. Aleko, opera giovanile di Rachmaninov su libretto di Vladimir Nemirovic-Dancenko, dal poema “Gli zingari” di Puškin, è ambientata in un campo di zingari. Il protagonista Aleko scopre che la moglie Zemfira lo tradisce con un giovane zingaro e uccide i due amanti. La comunità degli zingari lo condanna perciò a vagare per sempre da solo. Pagliacci di Ruggero Leoncavallo (autore della musica e del libretto), ispirata da un fatto realmente accaduto, porta sulla scena una compagnia teatrale girovaga nella quale scoppia il dramma della gelosia. Canio scoperto il tradimento della moglie Nedda la uccide sulla scena tra lo stupore degli spettatori. L’opera è considerata un manifesto della Giovane scuola, nome dato a un gruppo di musicisti emergenti nell’ultimo ventennio del XIX secolo, che si distaccavano dalla tradizione operistica dell’Ottocento. Il dittico diventa, nelle intenzioni della regista Silvia Paoli un unico discorso in cui le due opere si rispecchiano come parti di una stessa narrazione con l’epilogo tragico che riecheggia la società contemporanea, cogliendo l’occasione per affermare un teatro civilmente impegnato. Fra le varie interpunzioni di simboli e richiami emergono le gerbere, fiore simbolo contro la violenza di genere, e l’uso del medesimo abito da parte di Zemfira e Nedda durante l’uxoricidio. Prima che la musica di Aleko si avvii una giovane donna in proscenio è barbaramente assassinata dal suo carnefice con innumerevoli coltellate; la sua spettrale presenza insanguinata, anticipa le vittime predestinate Zemfira e Nedda, e costituisce il fil rouge del dittico insieme ad alcune scene dal docufilm Comizi d’amore di Pierpaolo Pasolini sulle abitudini e i taboo sessuali degli italiani che precedono Pagliacci. “La brutalità di Canio e di Aleko sopravvive ancora nella nostra quotidianità – dice la regista Silvia Paoli – «l’uom riprende i suoi dritti, e ’l cor che sanguina vuol sangue a lavar l’onta» canta Canio nei Pagliacci. Ed è l’eco della vecchia teoria del delitto d’onore, l’idea che la donna sia proprietà dell’uomo, che la sua indipendenza sia un’onta. Il delitto d’onore in Italia è stato abolito solo nel 1981, e poco sembra essere cambiato. I dati e le cronache ce lo ricordano continuamente: le donne uccise, in Italia, nel 2025, sono più di 70 ad oggi. Per questo ho voluto che finzione e realtà si intrecciassero fin dall’inizio. Lo spettacolo si apre con 75 coltellate, un numero che potrà sembrare eccessivo o provocatorio, ma che corrisponde alle coltellate inferte a Giulia Cecchettin dal suo ex-fidanzato. Quest’azione mette lo spettatore davanti ad un fatto, una mostruosità, un eccesso che è però tristemente reale, vero. Non è possibile, oggi, parlare di femminicidio senza far riferimento alla quotidianità. Per questo avrei voluto avere in scena il numero esatto di donne uccise fino al giorno della prima, ma questo non sarà possibile vista la quantità di vittime; ci sarà una rappresentanza: ho chiesto alle lavoratrici del teatro, sarte, truccatrici, attrezziste, di arrivare in scena con un fiore da deporre sul corpo di Zemfira, donne che hanno voglia di ricordare che non possiamo guardare dall’altra parte, che ci dicono quanto questo dramma riguarda tutte e tutti noi”.
Ph. Teatro Massimo
Sul podio Francesco Lanzillotta con qualche incertezza nelle sonorità čajkovskiane di cui questo lavoro giovanile di Rachmaninov è largamente intriso. Più scorrevole è il suo taglio interpretativo di Pagliacci, liberato dal peso accumulato dalla tradizione orchestrale. Nel complesso l’orchestra ha dato a volte l’impressione di scarsa concentrazione. Comunque Lanzillotta si è mostrato sensibile verso gli equilibri di sonorità fra orchestra e cantanti, impiegati in profondità, sulla scena scarna, quasi da oratorio disegnata da Eleonora De Leo sia nell’accampamento di zingari che nella piazza di Pagliacci. In contrasto le luci di Fiammetta Baldiserri che livide precipitano Aleko in un’atmosfera cupa che ben si attaglia alla tinta musicale ricercata da Rachmaninov, mentre luminosissime nel primo atto danno a Pagliacci una cifra felliniana, insieme ai bei costumi di Ilaria Ariemme. Cast internazionale : il baritono azero Elchin Azizov nei ruoli di Aleko e Tonio, il soprano Caròlina Lopez Moreno in quelli di Zemfira e Nedda, il tenore Brian Jagde nelle vesti di Canio. Il corpo di ballo, diretto da Jean-Sébastien Colau, si è ben disimpegnato nelle due ampie pagine di balletto di Aleko con le coreografie di Daisy Ransom Phillips. Il Coro diretto da Salvatore Punturo ha dato una prova meno brillante del solito nella componente femminile. Il pubblico ha applaudito, mostrando di apprezzare l’originale dittico.


