I CILIEGI IN FIORE E L’ESTETICA GIAPPONESE

Alessandro Montagna

Con il sopraggiungere della stagione primaverile, tra fine marzo ed inizio aprile, in Giappone si tiene il rito della cerimonia della fioritura dei ciliegi in fiore (sakura) con il rito di Hanami, vale a dire la contemplazione dei ciliegi, uno spettacolo capace di attrarre numerosi visitatori. Questi ultimi, giapponesi o turisti di altri paesi, stendono teli e seduti per terra allestiscono dei picnic godendosi la danza dei petali rosa attorno a loro. L’evento in questione segna un vero e proprio spartiacque e non a caso viene fatto coincidere con l’inizio di un nuovo anno scolastico per gli studenti del Sol Levante. Il fiore di ciliegio rappresenta il simbolo dell’impermanenza, della caducità e della fragile ed effimera bellezza della vita, concezione non lontana da quella che afferma il poeta francese Lamartine con questo aforisma: “Bellezza, dono di un giorno che il cielo ci invidia”. Questo fiore viene rappresentato anche su prodotti di consumo, tra cui kimono, cancelleria e stoviglie. Anche il cosiddetto principio del Wabi-sabi è indicativo e ci insegna ad essere consapevoli dell’imperfezione che permea tutto il mondo che ci circonda. Esiste, infatti, una scalinata presso il santuario Suga che possiede un gradino in meno di un numero che identificherebbe la perfezione, rispecchiando così l’imperfezione tipica del mondo transeunte della vita. Ci si può dunque avvicinare alla perfezione, carezzandola in maniera asintotica, ma mai raggiungere pienamente. Da una parte abbiamo il termine wabi che richiama la semplicità e la sobrietà. I giardini orientali (chiamati anche giardini zen) sono un chiaro esempio del minimalismo in cui davvero l’architettura del “meno” si rivela sinonimo del “più”. In questi giardini trovano collocazione pietre circondate da sabbia e piccoli tempietti, favorendo nello spettatore uno sguardo carico di meditazione. Dall’altro possediamo, invece, il concetto del sabi, ossia il fascino causato dalla patina del tempo che tramuta le cose, quindi una dinamica che esalta il vintage e il retrò pur nella contraddizione di un paese lanciato rapidamente verso il futuro. Il sentimento estetico giapponese, come si può intuire, viene percorso da una tenue e dolce malinconia capace di accettare il tempo che passa e la vita. Lasciando il senso della vista per accogliere quello dell’udito, ricordiamo il rito che ricorre ogni 31 dicembre a mezzanotte, momento in cui suonano le campane (108 rintocchi) in tutti templi buddhisti, in primis, quelli storici di Kyoto (l’antica capitale) al fine di simboleggiare i 108 vizi da allontanare e da abbandonare in vista del nuovo anno. La bellezza, nell’estetica giapponese, trae spunto dalla semplicità della vita e dai cambiamenti stagionali, si tratta perciò di un sentimento di stupore e di meraviglia di fronte ai fenomeni della natura, quali la neve, i fiori sbocciati ecc…Un concetto famoso dell’estetica nipponica, inoltre, è quello del Kawaii, ossia la predilezione per tutto ciò che è carino, piccolo, adeguatamente proporzionato, dolce e oggetto di coccole. La gattina di Hello Kitty, molti Pokémon e gli sguardi innocenti di personaggi dei cartoni animati ne sono chiari esempi iconici conosciuti in tutto il mondo. La galleria commerciale “Character street” di Tokyo, a ridosso della stazione, cattura gli occhi dei visitatori e soprattutto della subcultura otaku grazie ai suoi oggetti in vendita e alle sue immagini carine e simpatiche, in grado di persuadere all’acquisto in un’apologia del consumismo di stampo postmoderno. Interessante è anche il Bihaku e con tale termine ci si riferisce alla predilezione per il colore bianco che richiama da vicino gli aspetti del candore e purezza. È bianco il pesante trucco impiegato delle geishe sul proprio volto, mentre è risaputo che i turisti giapponesi evitano le spiagge (preferendo trascorrere le proprie vacanze in luoghi termali) proteggendosi quando possibile con un parasole, poiché, come retaggio della propria tradizione, dimostrare di salvaguardare il colore chiaro di pelle significava non essersi abbronzati e di conseguenza, essere benestanti, in quanto non costretti a lavorare nei campi o, comunque, all’aria aperta. L’atmosfera che viene apprezzata è ascrivibile al vago, cioè qualcosa di rarefatto e di indefinito (concetto che Leopardi associava al desiderio di infinito, in un binomio poetico) che può venire particolarmente enfatizzato da eventi atmosferici quali la pioggia, che per esempio ha ispirato diversi scrittori come Kawabata, il quale la celebra in un suo racconto, o la neve, oppure ancora, attraverso la fase della giornata che equivale al crepuscolo (emblematizzato dall’espressione Kataware doki), momento magico in cui i confini tra giorno e notte, nonché tra mondo reale e mondo spirituale vengono meno e si perdono nel mélange delle tonalità dei colori.

 

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