CASTELLAMMARE DEL GOLFO, GENNAIO 1862: UNA RIVOLTA CONTADINA NELLA NASCITA DELL’ITALIA
Un episodio emblematico delle tensioni che attraversarono il Mezzogiorno dopo l’Unità d’Italia
Francesco Pintaldi
Una delle pagine meno conosciute dell’Italia postunitaria: tra il 2 e il 4 gennaio 1862 Castellammare del Golfo fu teatro di una violenta rivolta popolare e di una durissima repressione militare.
Un episodio dimenticato del Risorgimento
Nei primi anni successivi all’Unità d’Italia il Mezzogiorno fu attraversato da tensioni profonde, rivolte locali e dure repressioni. In Sicilia una delle vicende più drammatiche si consumò a Castellammare del Golfo, dove tra il 2 e il 4 gennaio 1862 esplose quella che la memoria storica locale ha tramandato come la rivolta contro i cutrara. Non si trattò di un episodio marginale o folklorico. In quei giorni si concentrarono molti dei nodi più complessi del processo unitario: la leva obbligatoria, il conflitto sociale nelle campagne, la redistribuzione dei beni ecclesiastici e demaniali e il contrasto tra vecchie fedeltà borboniche e nuovi gruppi dirigenti locali. Le ricostruzioni storiche concordano almeno su un punto: la rivolta fu reale, sanguinosa e repressa con estrema durezza.
Le tensioni dopo l’Unità d’Italia
Dopo il 1860 il nuovo Regno d’Italia estese anche alla Sicilia alcune misure percepite come oppressive dalle classi popolari. Tra queste spiccava soprattutto la leva obbligatoria di sette anni, introdotta nell’isola nel 1861. Per le famiglie contadine significava perdere per lunghissimo tempo i giovani indispensabili al lavoro nei campi. A questo si aggiungevano: una fiscalità più pesante, la crisi delle aspettative nate dallo sbarco garibaldino, la gestione dei beni ecclesiastici e demaniali, spesso finiti sotto il controllo dei nuovi notabili locali. In questo contesto nacque nel linguaggio popolare il termine cutrara, con cui si indicavano coloro che si sarebbero “divisi la coperta”, cioè potere e risorse del nuovo ordine politico. Sul fronte opposto comparve il nome surci (“topi”), attribuito ai nostalgici del regime borbonico.Più che categorie politiche precise, erano etichette identitarie di una società profondamente divisa.
L’esplosione della rivolta
Il malcontento sfociò in aperta rivolta all’inizio del gennaio 1862.
Secondo le ricostruzioni più diffuse, un gruppo numeroso di giovani contadini provenienti dalle campagne circostanti si radunò nella zona di Fraginesi. Erano armati soprattutto di strumenti di lavoro – falci, zappe e coltelli – segno della natura spontanea e rurale dell’insurrezione. Nel pomeriggio del 2 gennaio 1862, circa quattrocento insorti entrarono a Castellammare guidati, secondo la tradizione, da Francesco Frazzitta e Vincenzo Chiofalo. La furia popolare si abbatté sulle abitazioni di due figure simbolo del nuovo ordine istituzionale: Bartolomeo Asaro, commissario di leva e Francesco Saverio Borruso, comandante della Guardia nazionale. Le case furono assalite e incendiate. Nella violenza di quelle ore furono uccisi i due funzionari, alcuni loro familiari e Antonino Galante. La rivolta assunse subito un carattere tragico e radicale: i rappresentanti locali dello Stato unitario divennero il bersaglio di una rabbia accumulata per mesi.
L’arrivo dell’esercito
Il giorno successivo arrivò la risposta del governo. Secondo diverse fonti storiche e la memoria locale, davanti al porto di Castellammare giunsero unità navali del Regno d’Italia, tra cui la piro-cannoniera Ardita e il vapore Monzambano, dalle quali sbarcarono truppe e bersaglieri. I rastrellamenti furono immediati e la repressione estremamente dura. Alcune testimonianze locali parlano anche di bombardamenti navali nelle periferie del paese, un dettaglio che non sempre compare con chiarezza nei documenti ufficiali ma che resta radicato nella memoria cittadina. Quel che è certo è che l’intervento militare fu percepito come una punizione esemplare inflitta a un’intera comunità.
Il dramma di Villa Falconeria
Tra gli episodi più dolorosi di quei giorni emerge la vicenda di Villa Falconeria. Secondo la tradizione locale, il 4 gennaio 1862 un gruppo di civili in fuga nelle campagne venne intercettato dai soldati. Sette persone sarebbero state uccise senza processo: (Mariana Crociata, Marco Randisi, Benedetto Palermo, Angela Catalano, Angela Calamia, Antonino Corona, la piccola Angela Romano di 8 anni). Nella memoria castellammarese queste vittime sono ricordate come inermi e in parte fragili o disabili, simbolo della brutalità della repressione.
Una memoria incompleta
Rimangono tuttavia molte zone d’ombra. La memoria popolare parla di decine di morti, mentre alcune ricostruzioni segnalano che nei registri civili comunali di gennaio 1862 mancherebbero alcune pagine, circostanza che alimenta il sospetto di registrazioni incomplete o perdute. La ricostruzione storica dell’episodio dipende quindi da un intreccio delicato tra: documenti amministrativi, registri ecclesiastici, cronache successive, memoria orale).
Una rivolta sociale prima che politica
Ridurre la rivolta a uno scontro tra borbonici e sostenitori dello Stato unitario sarebbe fuorviante. La sommossa nacque soprattutto dal basso, nel mondo contadino, e la leva obbligatoria fu probabilmente la scintilla decisiva. Dietro i nomi di cutrara e surci agivano questioni molto concrete: il possesso della terra, la perdita delle risorse comuni, il controllo locale del potere, la paura della coscrizione militare, il senso di tradimento rispetto alle promesse del cambiamento.
Una pagina della questione meridionale
La rivolta da i Castellammare rappresenta un caso emblematico per comprendere come l’unificazione italiana sia stata vissuta in molte aree del Sud non come una festa, ma come una frattura. Da una parte la narrazione statale dell’ordine ristabilito; dall’altra la memoria locale di una repressione violenta. Questo contrasto non riguarda soltanto Castellammare, ma l’intera questione meridionale nei suoi anni originari.




