QUANDO LA VOCE DIVENNE MEMORIA

Da Maria Malibran ad Adelina Patti: il momento in cui il canto sopravvisse al tempo

Francesco Pintaldi

Maria Malibran

Per secoli la grande voce lirica fu un’esperienza irripetibile. Chi ascoltava un cantante straordinario poteva soltanto affidarne il ricordo alla memoria personale, alle cronache dei giornali o ai racconti di chi era presente in teatro. La musica sopravviveva nello spartito, ma la voce reale dell’interprete svaniva nell’istante stesso dell’esecuzione. È in questo spazio fragile, tra presenza e perdita, che si colloca la figura di Maria Malibran.
La sua voce attraversò l’Europa dell’Ottocento lasciando impressioni potentissime nei contemporanei, ma nessuna registrazione riuscì a trattenerla. Tutto ciò che sappiamo nasce da testimonianze indirette: recensioni, lettere, memorie teatrali, racconti spesso attraversati dalla leggenda. La Malibran appartiene ancora a un’epoca in cui il canto viveva soltanto nel corpo dell’artista e nella memoria di chi ascoltava. Ed è forse proprio questa assenza sonora ad aver contribuito alla costruzione del suo mito. La Malibran ci è giunta soprattutto attraverso una memoria indiretta, quasi evocata da luoghi, racconti e tracce culturali più che dalla concretezza della sua voce reale.
La cantante sopravvive nei teatri che ne conservano il nome, nelle cronache entusiaste dei contemporanei, nella costruzione romantica della sua figura, ma non nel suono autentico della sua voce. È qui che il passaggio verso Adelina Patti assume un valore quasi simbolico. Con la Patti accade infatti qualcosa di nuovo nella storia della musica: per la prima volta una grande cantante, formatasi nell’ambiente del belcanto ottocentesco, entra realmente nella memoria sonora dell’umanità. Le sue registrazioni, effettuate tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, rappresentano un ponte diretto con il mondo musicale di Rossini, Bellini e Donizetti.

Ascoltare oggi Adelina Patti significa ascoltare l’eco vivente di un’intera civiltà musicale. Il contrasto con Maria Malibran è impressionante. La Malibran, nata nel 1808 e morta nel 1836, appartiene ancora completamente all’epoca della voce perduta. Adelina Patti, nata nel 1843, entra invece nel tempo della registrazione sonora. In pochi decenni cambia il rapporto stesso tra arte e memoria. Per comprendere la portata di questa trasformazione bisogna tornare alla nascita della registrazione sonora. Nel 1857 il francese Édouard-Léon Scott de Martinville inventò il fonautografo, uno strumento capace di tracciare graficamente le onde sonore su carta annerita dal fumo. Non era ancora possibile riascoltare i suoni registrati, ma per la prima volta la voce umana lasciava una traccia materiale. La vera rivoluzione arrivò però nel 1877 con Thomas Edison. Con il fonografo il suono poteva essere riprodotto. La voce riusciva finalmente a sopravvivere al proprio istante. Fu un cambiamento enorme, quasi filosofico. Per la prima volta nella storia non era più necessario immaginare una voce del passato: la si poteva ascoltare realmente. Negli anni successivi il grammofono di Emile Berliner trasformò la registrazione in fenomeno industriale e culturale. I dischi iniziarono a circolare, la musica uscì dai teatri e raggiunse le case borghesi, mentre il cantante lirico cessava di essere soltanto presenza scenica per diventare anche presenza sonora permanente. È dentro questa rivoluzione che Adelina Patti assume un ruolo decisivo. Le sue registrazioni furono effettuate quando la cantante era ormai anziana e lontana dagli anni del massimo splendore vocale. Eppure proprio questo le rende straordinarie. Non ascoltiamo la Patti giovane che aveva conquistato i teatri europei, ma una sorta di ultima eco del grande Ottocento musicale. In quelle incisioni sopravvive ancora qualcosa del mondo che aveva generato Maria Malibran. Non è difficile immaginare il senso di meraviglia che dovettero provare i contemporanei. Per secoli la voce era stata legata all’assenza: dopo la morte del cantante non restava che il ricordo. Con la registrazione sonora, invece, il canto acquisiva una nuova forma di permanenza. La voce diventava memoria. Da questo punto di vista, il passaggio da Maria Malibran ad Adelina Patti non rappresenta soltanto un’evoluzione musicale. Segna piuttosto un cambiamento profondo nella storia della cultura occidentale. La Malibran appartiene ancora al tempo della leggenda orale, della testimonianza, dell’irripetibilità assoluta dell’evento teatrale. Patti inaugura invece l’epoca della conservazione sonora, della riproducibilità tecnica, della memoria registrata. Con Maria Malibran il pubblico doveva immaginare, con Adelina Patti poteva finalmente ascoltare. Ed è forse proprio qui che si colloca uno dei passaggi più emozionanti della modernità musicale: il momento in cui la voce umana smise di essere soltanto presenza e divenne memoria viva del tempo.

 

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