PER EDGAR MORIN
Gabriella Maggio
“Bisogna preparare le menti ad attendersi l’inatteso per affrontarlo. […] Bisognerebbe insegnare dei principi di strategia, che permettano di affrontare l’alea, l’inatteso e l’incerto e di modificare il loro sviluppo, grazie a informazioni acquisite strada facendo; e quindi educare all’autonomia […] alla libertà di scelta fra le diverse opinioni, teorie, filosofie”(Edgar Morin “Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione “). Queste parole indicano in breve un aspetto del complesso pensiero di Edgar Morin morto ieri a 104 anni. Era un eterno curioso, come amava definirsi. Ha dedicato gran parte della sua opera ai problemi di una “riforma del pensiero”, affrontando le questioni alla base delle sue riflessioni sull’umanità e sul mondo, convinto della necessità di una nuova conoscenza che superi la separazione dei saperi presente nella nostra epoca e che sia capace di educare gli educatori al pensiero della complessità. Il suo approccio culturale era transdisciplinare, abbracciava un’ampia gamma di argomenti, filosofia, sociologia, critica cinematografica, antropologia, epistemologia. Ma l’obiettivo era unico, quello di riunire i due blocchi in cui il sapere oggi è frammentato :“quello umanistico che affronta la riflessione sui fondamentali problemi umani, stimola la riflessione sul sapere e favorisce l’integrazione personale delle conoscenze, e la cultura scientifica che separa i campi della conoscenza, suscita straordinarie scoperte, geniali teorie, ma non una riflessione sul destino umano e sul divenire della scienza stessa” . Morin esortava a prendere coscienza delle sfide gigantesche del nostro tempo: l’ambivalenza del progresso della scienza, della tecnica, dell’industria; l’insufficienza dello sviluppo tecno-economico per lo sviluppo umano; il mercato incontrollato e accelerato della tecnoscienza; la crisi e ristagno delle democrazie. L’eredità che ci ha lasciato è l’urgenza di ripartire dalla nostra educazione per trasformare la società e, attraverso la scuola, istruire le future generazioni affinché siano capaci di osservare la realtà con una visione d’insieme e di abbracciare, come ha fatto lui in questo suo primo secolo di vita, tutto ciò che ci circonda con inesauribile curiosità, convinto che : «Il tesoro dell’umanità è nella sua diversità creatrice, ma la fonte della sua creatività è nella sua unità generatrice».

