I TRENI NELLA LETTERATURA
Alessandro Montagna
La “Domenica del Corriere” saluta ed inaugura il nuovo secolo XX con l’iconica illustrazione ad opera di Achille Beltrame di un treno, emblema del Novecento, salutato e accolto con gioia dalla gente in attesa. Tra fine Ottocento ed inizio Novecento, i treni rappresentano un’icona della modernità e diventano un mezzo di trasporto imprescindibile nelle ambientazioni letterarie capace di cambiare la fisionomia dei rapporti tra città e campagna. Il treno viene dunque raffigurato da pittori impressionisti e non solo, oltre che raccontato da poeti e da romanzieri. Tra questi ultimi ricordiamo Tolstoj in Anna Karenina, Svevo nel Corto viaggio sentimentale, Verne nel Giro del mondo in 80 giorni, Emilio Praga, Ardengo Soffici, Huysmans e tanti altri… Le linee ferroviarie si moltiplicano sempre di più irrorando tramite i binari ogni via di comunicazione e gettando le basi per la nascita del turismo borghese della belle époque in cui si raggiungono con facilità assolate stazioni balneari o amene località lacustri, termali o di montagna. Nel 1863 viene inaugurata la linea dell’Orient Express che collega idealmente occidente ed oriente poiché effettua un collegamento tra le città di Parigi e Istanbul entrando di diritto nell’immaginario collettivo del mondo affascinante del viaggio. In questo articolo prenderemo in esame tre atteggiamenti tipici, ossia pessimistico, ottimistico, oppure ancora considerato come simbolo di cambiamento. Ciascuna di queste concezioni verrà ricondotta all’esempio letterario fornitoci da un grande autore della letteratura (rispettivamente Carducci, Zola e Pirandello). Un primo filone interpreta il treno con pessimismo, è questo il caso di Giosuè Carducci, il quale ha un approccio ambivalente nei confronti del treno. Egli dapprima elogia la locomotiva, capace di accorciare le distanze e di superare ostacoli, da lui considerata anche come “bello e orribile mostro” ed emblema del progresso anticlericale nell’Inno a Satana (1863). Presto però la locomotiva viene condannata come si evince dalla lettura della poesia Alla stazione una mattina d’autunno (1877) nella quale essa assume le sembianze di un mostro che strappa la donna amata dal poeta ed inesorabilmente scorre via, freddo, meccanico e cinico. Da notare come in questo componimento Carducci non opti mai per il termine “treno”, talvolta lo chiama convoglio oppure mostro. Troviamo la parola “treno” solo nella lettera che il letterato scrisse nel 1874 all’amata Lina (cioè Carolina Cristofori Piva) raccontando il brutto episodio del “traino orribile” che rapisce il “bel velo” e la “bianca faccia” della donna: “il mostro, che si chiama barbaramente treno ansò, ruggì, stridé, si mosse come un ippopotamo che corra fra le canne, e poi fuggì come una tigre”. L’atteggiamento che abbiamo definito pessimistico caratterizza anche il punto di vista di Pascoli, secondo cui il convoglio sconvolge il paesaggio e corrompe la natura. Una connotazione positiva che reca con sé un ottimistico trionfo della tecnica ed un protagonismo da parte del treno si può trovare nell’opera La bestia umana (1890) del letterato francese Émile Zola. La bestia umana nominata nel titolo altra non è se non una locomotiva. Quest’ultima, infatti, non solo fa da sfondo alle vicende e ai drammi umani, ma entra prepotentemente in azione come fosse un personaggio principale nella narrazione, con un ruolo di primo piano. Essa viene denominata “La Lison” e si dimostra una sorta di creatura gigantesca e passionale, sensibile ed esigente, alimentata grazie al carbone, oltre che in grado persino di respirare e di venire addomesticata. Il protagonista Jacques Lantier è il macchinista che guida la Lison e di cui sembra addirittura innamorato, in lei infatti egli ritrova, come dichiara in un passo del romanzo “la dolcezza e la docilità di una moglie”. In un’altra frase afferma inoltre che “La Lison, una macchina da treno espresso, palpitante e calda nella notte… respirava con un soffio lungo e pesante, mentre dal suo focolaio aperto uscivano vampate di sangue che illuminavano la terra”. Il naturalismo di Zola è rivolto al futuro reputato in maniera ottimistica e positivistica in favore del progresso e dello sviluppo, a differenza invece del versante del verismo di Verga ripiegato in maniera pessimistica nei confronti della tecnica e del progresso ed arroccato in maniera conservatrice attorno al cosiddetto “ideale dell’ostrica”. L’esaltazione della tecnica senza alcuna riserva è sicuramente l’atteggiamento manifestato dagli intellettuali futuristi che ne valorizzano la velocità e il dinamismo: è di Filippo Tommaso Marinetti la definizione della locomotiva come “cavallo d’acciaio”. Vi è infine un terzo ed ultimo atteggiamento letterario nei riguardi del treno, ovvero inteso come simbolo di cambiamento, di direzione nella vita. Nella narrativa di Luigi Pirandello il treno costituisce una scelta, un’occasione, un’opportunità, un bivio della vita. Nella novella Il treno ha fischiato (1914), l’infelice Belluca, impiegato diligente e solerte, è intrappolato in un’esistenza difficile dal punto di vista familiare, mentre nell’ambito professionale appare schiacciato e intrappolato nella routine. Il semplice fischio del treno una notte lo sorprende mentre sta tentando di addormentarsi su un divano mal ridotto e il suono gli dona il coraggio di rompere con la quotidianità e con la maschera dell’impiegato modello: il treno, quindi, rappresenta il simbolo del mondo che non si ferma, che ha tante fermate, luoghi e stazioni diverse che lui mai ha conosciuto. “Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d’un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie […] c’era il mondo, tanto, tanto mondo lontano […] Firenze, Bologna, Torino, Venezia… tante città”. Da quel momento epifanico e dalla conseguente “febbre cerebrale” che ne era scaturita, colleghi e superiori dovranno tenere in conto che, d’ora in poi e di tanto in tanto, Belluca avrà bisogno di poter fantasticare un poco e vivere dei temporanei momenti di follia quando gli capiterà di percepire il fischio di un treno di passaggio: “Si fa in un attimo, signor Cavaliere mio. Ora che il treno ha fischiato…”. Nel romanzo Il fu Mattia Pascal (1904) troviamo proprio questo veicolo nel capitolo VII denominato, appunto, “Cambio treno”. Il treno è l’elemento catalizzatore che innesca un desiderio di cambiare vita: Mattia Pascal, una volta ottenuta una grossa vincita al casinò di Montecarlo, apprende leggendo su un giornale mentre sta viaggiando su un vagone del treno del suicidio di un individuo che i suoi parenti ritengono sia lui. In questo modo egli appositamente avvalora questa credenza, ne approfitta per cambiare treno, recandosi a Roma con una sua nuova identità appena creata, ovvero quella di Adriano Meis.

