DITA E LETTERE

 Testo e fotografie di Andrea di Napoli

Sequenza “QWERTY”

Parecchie volte è capitato anche a me di “scrivere a macchina”. Per ovvie ragioni anagrafiche siamo sempre di meno coloro che ricordano la forma, il funzionamento e praticità delle gloriose macchine da scrivere. Ma fortunatamente non siamo pochissimi. Chiunque abbia ascoltato provenire da un ufficio il frenetico rumore dei martelletti che, grazie al nastro inchiostrato, imprimevano su un foglio, uno dopo l’altro, i caratteri che formavano le parole di un romanzo, di una lettera, o di un contratto, non dimenticherà mai quel ritmico ticchettare. La velocità era fondamentale per chi doveva dattilografare. Le donne si rivelarono particolarmente abili e riuscivano a raggiungere facilmente anche le 250 battute al minuto. Indimenticabile anche il suono del campanellino che, segnalando la fine del rigo, ricordava la necessità di “andare a capo”.

Anche se gli ultimi modelli erano elettrici e sofisticati, la macchina da scrivere è stata un gioiello della meccanica che attraverso ghiere, levette e manopole consentiva di modificare le caratteristiche di un testo. L’invenzione della macchina da scrivere, attribuita agli americani Sholes e Glidden, risale alla fine dell’Ottocento. Prodotta in versioni pieghevoli, portatili e colorate la “typewriter” era in grado di soddisfare le esigenze e i gusti di ogni individuo di una società in continua evoluzione. In oltre un secolo di instancabile attività, infatti, questo utilissimo congegno ha subito, ovviamente, lievi modifiche, ma senza che il proprio aspetto venisse sostanzialmente stravolto. Per ottenere più di una copia della medesima pagina, la dattilografa ricorreva solitamente all’interfoliazione con la mitica “carta carbone”. Il nome di questi magici fogli veniva utilizzato nel linguaggio comune con lo stesso significato della moderna espressione “copia-incolla”. I cassetti dei tavoli di tutti gli uffici abbondavano di gomme ed altri strumenti per “sbianchettare” gli errori, ma, nonostante questi rimedi, molti fogli venivano gettati lo stesso nel cestino. Lo spreco di carta era, dunque, enorme e dispendioso. La disposizione dei caratteri sulle moderne tastiere è ancora oggi la stessa del sec.XIX  e rispetta sempre la sequenza “QWERTY” delle lettere iniziali. Anche se ero piuttosto lento ed usavo solo due dita per battere a macchina, mi ricordo che quando estraevo il foglio dattiloscritto dal rullo potevo dire con orgoglio «Questo l’ho fatto io!»

 

Logicamente i vantaggi, la rapidità e la precisione di un documento ottenuto attraverso il computer non si discutono, ma sono certo che è sufficente immaginare di sentire di nuovo il tipico suono snervante prodotto da qualcuno che sta “martellando sui tasti” per  ridestare i ricordi studenteschi e le esperienze lavorative di parecchie persone.

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