ANTROPOLOGIA DEI SOUVENIR
Alessandro Montagna
Attraverso la lente offerta dall’approccio delle scienze umane e, nel caso specifico, dell’antropologia, possiamo considerare il fenomeno dell’acquisto dei souvenir, ovvero di quelli che Duccio Canestrini denomina “trofei di viaggio”. Non a caso, il termine souvenir proviene dal latino subvenire, ossia venire in aiuto, tornare alla mente, o meglio, ricordare. Da questo a pensierino e a piccolo memento oggettuale il passo è breve. Particolarmente felice si dimostra il periodo estivo in cui ci troviamo per occuparcene e per condurre una tale analisi. L’autore del saggio in questione Trofei di viaggio. Per un’antropologia dei souvenir (edito da Bollati Boringhieri dapprima nel 2001 per poi predisporre un’edizione ampliata ed aggiornata nel 2022) è l’antropologo trentino Canestrini. Quest’ultimo, parallelamente alle sue attività di scrittura e di insegnamento, in maniera istrionica e divulgativa effettua conferenze-spettacolo in cui accanto alle spiegazioni, accompagna il pubblico nella comprensione delle tematiche trattate (tra cui spicca il viaggio nelle sue peculiari declinazioni) attraverso filmati, suoni e racconti. Egli riscontra che riuscire a riportare nella propria abitazione dei ricordini turistici della località visitata appare come una sorta di vittoria (in cui si porta a casa un trofeo) in grado di testimoniare, pur nel proprio mutismo di oggetti inanimati, il nostro viaggio, dimostrando a noi stessi e agli altri dove siamo stati, custodendo e collocando i souvenir all’interno del nostro personale “museo domestico”. I souvenir si dimostrano un vero e proprio toccasana per l’economia e rappresentano un redditizio business come sottolineano le stime; in essi convergono storie, ma anche il fenomeno della delocalizzazione studiato dalla sociologia: sovente essi sono prodotti in serie (o stampati 3D) in fabbriche sotto la supervisione o la cura di operai che magari mai hanno visitato la città in questione. Allora possiamo immaginarci lavoratori, magari cinesi, che realizzano riproduzioni in scala di monumenti italiani che mai hanno visto dal vivo, per cui diversi ricordini dell’Italia non sono perciò degli autentici “made in Italy”. Ciò è frutto sia della globalizzazione e della dislocazione dei mercati nel mondo, sia di uno dei tanti correlati alla stessa che è la diffusione di iperluoghi (come da definizione di Lussault), ossia luoghi così iconici, famosi ed affollati di gente proveniente da tutto il pianeta, in cui si ha l’impressione che il Mondo vi converga in massa: esempi in tal senso sono in Italia, il Colosseo di Roma, Piazza San Marco a Venezia o la Torre di Pisa. Recentemente a questa definizione di stampo sociologico e geografico si affianca la celebre definizione di overtourism di cui molto parlano spesso i vari mass media. Duccio Demetrio classifica i vari tipi di souvenir nelle quattro tipologie a cui corrispondono i quattro elementi (gli arché) dei filosofi greci, per cui abbiamo:
– i souvenir di acqua, come le bottigliette d’acqua termale o salata che talvolta vengono vendute ai turisti (che in questo modo tentano di preservare la purezza del liquido trasferendolo sotto un altro clima, cioè quello di casa propria);
– i souvenir d’aria, come la vendita della cosiddetta “aria di Napoli” in barattolo o come la “Bora” triestina in scatola;
– i souvenir di terra, quali potrebbero essere, per esempio, i sassi, le pietre colorate, le rocce, i magneti o i vetri di Murano; ed infine
– i souvenir di fuoco come le pietre magmatiche o la lava del Vesuvio.
Dal momento che l’essere umano, come ci ricorda la lezione di Cassirer, è un animale simbolico (e pertanto culturale), l’uomo conferisce un valore simbolico ad oggetti con semplice valore d’uso o di scambio. Oltre all’aspetto prettamente simbolico di tale implicazione, il suddetto ricorso si rivela il come l’incantesimo del collezionismo delineato da Walter Benjamin secondo cui ogni nuovo pezzo, salvato dall’oblio, si inscrive nel “cerchio magico” della propria collezione, considerata in qualità di vera e propria “enciclopedia magica”. E’ inoltre da notare come la fotografia, cristallizzando il momento nel “qui ed ora”, risulta anch’essa una modalità per appropriarsi della scena, delle figure o del paesaggio oggetto dello scatto. Tra gli aneddoti citati da Duccio Demetrio troviamo la figura degli urtisti, vale a dire di venditori ambulanti (specialmente presenti nella Roma tra fine Ottocento e la metà del Novecento) il cui scopo è quello di cercare di urtare (creando quindi un contatto aptico) le persone tra la folla al fine di destare una strana curiosità in loro e una volta raggiunto tale approccio, provare ad indurli a compare alcuni prodotti come ricordini, cartoline ed oggetti devozionali. Tornando al giorno d’oggi, come ci insegna Bauman, gli esseri umani sono passati da essere viaggiatori (pensiamo al Grand Tour tappa tipica del percorso di formazione di giovani aristocratici ed alto-borghesi, pratica diffusa tra Seicento ed Ottocento) a divenire turisti “postmoderni”, assetati di fruire rapidamente, distrattamente e in maniera superficiale di tutte le attrazioni turistiche (talvolta preparate ad hoc come “specchietto per le allodole”) che sfilano dinnanzi ai loro occhi o ai loro dispositivi (siano essi macchine fotografiche digitali o cellulari). Alle dinamiche e ai nuovi riti dei turisti nel XXI secolo, Canestrini dedica altri suoi scritti incentrati sull’homo turisticus (termine che compare negli scritti dell’antropologo sin dal 1993) come Andare a quel paese e Non sparate sul turista (ironizzando nella sostituzione della parola “pianista” con “turista”).

