L’Arena di verona ha cent’anni ma non li dimostra

(Salvatore Aiello)

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Per festeggiare il centenario dell’Arena di Verona e il bicentenario della nascita di Verdi, quasi monografico il cartellone 2013, dal Nabucco che segnò l’affermazione del giovane compositore di Busseto alla trilogia romantica all’ Aida e al Requiem. Il miracolo concepito e voluto dal grande tenore Giovanni Zenatello riesce ancora a conquistare ed entusiasmare il pubblico di tutto il mondo. Noi abbiamo seguito due spettacoli: la prima di Rigoletto e il 10 agosto la riproposta dell’allestimento di quella Aida del mitico 1913 con il recupero dei disegni di Fagiuoli e ricostruito da De Bosio. Procedendo per eventi, non eccessivamente pieno il teatro per il Rigoletto che vedeva ancora la presenza richiamante di Leo Nucci; un ruolo frequentato dal baritono lodigiano sulle più grandi platee del mondo.

Abbiamo ammirato per anni questo cantore ed anche apprezzato per la sua generosa partecipazione ed identificazione con i personaggi verdiani cui ha dato spesso mente e cuore e lo abbiamo ritenuto con Bruson l’ultimo grande esponente della gloriosa tradizione italiana che non lascia purtroppo eredi. Ma oggi Nucci può solo confermare ed attestare grande esperienza sia vocale che interpretativa a servizio ormai di una vocalità che ne tradisce le intenzioni preferendo la declamazione al cantabile con soventi ricorsi al grido, dovendo rinunciare a modulazioni e messe di voce morbide e carezzevoli che costituiscono invero l’umanità di Rigoletto padre tradito da eventi e destino inesorabili. Poco aplomb mostrava la Gilda di Aleksandra Kurzak dall’approccio volenteroso e dal fraseggio incisivo fiaccato da poco volume e soprattutto dalla difficoltà di conquistare docilmente la zona acuta che ne comprometteva la cifra del personaggio; non meglio il Duca di Mantova di Saimir Pirgu che seppur dotato di adeguato phisique du role, di cordiale timbro e di accettabile volume, ha offerto una prestazione altalenante per dei limiti tecnici soprattutto nel passaggio che mettevano in qualche modo a repentaglio l’intonazione. Apprezzabile lo Sparafucile di Andrea Mastroni per colore, omogeneità dei registri, consistenza e appoggio del grave; spigliata e disinvolta la Maddalena di Anna Malavasi; completavano in sintonia il cast e adeguatamente Milena Josipovic (Giovanna), Abramo Rosalem (Monterone), Marco Camastra (Marullo).  Il maestro Riccardo Frizza, al suo debutto in Arena, ha offerto una versione personale dell’opera impegnato a consegnare all’ascoltatore ricchezza di armonici, screziature intense e soprattutto scavo dell’ordito orchestrale mettendo in risalto la psicologia dei personaggi incastonati in una vicenda d’amore e di morte cara a Verdi che in Rigoletto soprattutto riconosceva un personaggio di straordinaria drammaticità. Tradizionale, in maniera elogiativa, l’allestimento di Raffaele del Savio che si giovava della regia funzionante di Ivo Guerra e dei bei costumi di Carla Galleri.Di perenne giovinezza vive Aida, porta molto bene cento anni a Verona e ancora solleva entusiasmi ed anima passioni. Come già accennato il miracolo si è rinnovato in quanto Aida e l’ Arena vivono in una simbiosi che il tempo non ha potuto mai scalfire, è l’opera più riproposta nel secolo e comunque ha sempre riscosso trascinante successo.

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Ci è toccato in sorte di vivere per vent’anni accanto ad Ester Mazzoleni, gloriosa prima Aida dell’edizione del ’13 e abbiamo colto nella sua voce ricordi, sensazioni indimenticabili che abbiamo tesaurizzato come punto di riferimento. L’odierno spettacolo ci ha completamente convinti per una messinscena elegante, pertinente frutto di grandi intuizioni culturali e prassi esecutiva. Abbiamo ritrovato un palcoscenico pullulante di numerosissime presenze, senza mai ingorghi, palpitanti di rievocazioni e colori che ci hanno letteralmente persuasi ed emozionati. Vi agiva una compagnia di canto in genere ben assortita. Fiorenza Cedolins (Premio Mazzoleni) dalla bella presenza, vestiva i panni di Aida ritrovando inizialmente una voce di soprano lirico che via via cresceva col personaggio trovando accenti ora teneri e malinconici ora densi e drammatici con una partecipazione totale risolta da una linea espressiva ed interpretativa che le conferiva autorevolezza. Accanto a lei si imponeva Violeta Urmana lasciatosi alle spalle i ruoli sopranili, affrontava Amneris con calda e possente vocalità, con un fraseggio eloquente ed incisivo che si giovava di acuti ben timbrati e luminosi. Su un piano inferiore il Radames di Marco Berti dai mezzi vocali ai limiti per conferire necessario sfogo ed eroismo al canto e per delineare compiutamente tutta la richiesta del ruolo dalla complessa psicologia, dimidiato fra le ragioni della patria e quelle dell’amore. Poco nobile ed articolato il canto di Ambrogio Maestri, un Amonasro piuttosto stentoreo portato più a declamare che ad interpretare. Orlin Anastassof disegnava un Ramfis rigido e roboante mentre Carlo Cigni appariva un Re sbiadito e convenzionale. Completavano il cast i funzionanti Saverio Fiore (Un messaggero) e Antonella Trevisan (Una sacerdotessa). In evidenza Myrna Kamara che alla coreografia di Susanna Egri dava degno risalto. A capo dell’orchestra il divo Daniel Oren di casa all’Arena che ci ha affascinato regalandoci un’esecuzione attenta ed in sintonia col palcoscenico permeata di fuoco, di colori ma soprattutto di ripiegamenti nei fraseggi e negli aneliti espressivi. Osannante l’accoglienza dei ventitremila spettatori in un teatro completamente esaurito.

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