I sogni muoiono all’alba?

(Natale Caronia)

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Forse che il sogno della patria comune europea è giunto alla sua alba? Da più parti si osserva l’attacco alle istituzioni europee, intese come associazioni matrigne di banche che asfissiano la nostra Italia come, peraltro altre nazioni sorelle indebitate come Spagna, Grecia, Portogallo etc., chiedendo tagli economici severi. La Germania è additata come responsabile di questo stato di cose perchè guida una politica di austerità e di lotta all’inflazione; ma essa è soggetta alle stesse leggi solo che, per tempo, ha posto in essere politiche economiche che hanno saputo ben contrastare i rapidi cambiamenti imposti dalla globalizzazione. Così la stessa IG Metal, potente organizzazione sindacale tedesca, ha accettato l’aumento della produzione a parità di salario, pur di evitare la delocalizzazione dell’industria automobilistica. Possiamo dire lo stesso di casa nostra? Abbiamo difeso a spada tratta i diritti, legittimi, dei nostri lavoratori che, oggi, hanno tutte le garanzie sindacali ma poco lavoro. Indubbiamente è mancata una visione “politica” che, a fronte di sacrifici presenti, potevano preparare un futuro più roseo, come è avvenuto in Germania.

 

Per la verità ha nuociuto la stretta sulla circolazione monetaria voluta dalla Germania, mentre gli altri paesi europei sollecitavano una blanda inflazione per facilitare investimenti e lavoro; ma lo spettro dell’inflazione della Repubblica di Weimar, che afflisse la Germania dopo la prima guerra mondiale, per cui necessitavano miliardi di marchi per acquistare un chilo di pane, è il non sopito terrore tedesco per l’inflazione che ha imposto ferree restrizioni nella circolazione monetaria europea. Contrariamente, la politica monetaria USA fortemente inflattiva, ha nettamente contribuito alla ripartenza economica. Se poniamo mente al fatto che la Germania esporta il 40% della sua produzione in Europa, è anche nel suo interesse favorire in tutti i modi la ripresa degli altri Paesi. E’ auspicabile che la nuova coalizione di CDU con SPD mitighi la stretta finanziaria. In casa nostra i partiti politici si sono presentati in lotta tra loro ed in preda a faide interne; risultato: la mancanza di coraggio politico nell’affrontare scelte rigorose se non nell’aumento della tassazione. Esiste l’incapacità di trovare una via comune mentre vengono chiesti sacrifici alla gente. La corruzione ha raggiunto livelli capillari, la burocrazia soffoca le iniziative e coesiste la lentezza della giustizia; il tutto ha fiaccato il tradizionale spirito d’iniziativa degli italiani sino alla rassegnazione fatale. Ma fino a quando? Il partito contrario all’Euro sostiene che la sua forza monetaria ostacola le nostre esportazioni; è vero, ma ciò è dovuto alla nostra scarsa produttività e non alla moneta in se stessa; tant’è vero che la Germania esporta alla grande. L’uscita dell’Euro ed il ritorno alla Lira permetterebbe la svalutazione e la ripresa delle esportazioni. Questa tesi, sposata da alcuni economisti, non dice però che la svalutazione sarebbe del 50%, con buona pace di pensionati e dipendenti a reddito fisso, che il prezzo delle importazioni raddoppierebbe e che il nostro Paese ritornerebbe a livello di paese emergente. E’ corretto sostenere che l’Italia non doveva entrare nell’euro perché non ancora pronta a marciare con la stessa celerità di altri Paesi; ma uscirne adesso sarebbe il disastro definitivo per la fuga dei capitali, aumento degli interessi sul debito a livelli astronomici e povertà dilagante. Per trovare una via d’uscita bisogna partire da alcuni dati. L’Italia paga per interessi 85 miliardi di Euro all’anno, per un debito di oltre 2 mila miliardi di Euro. Sono cifre colossali. Gli interessi pagati sarebbero sufficienti per investire in produttività e dare lavoro. Ma per ridurre gli interessi da pagare bisogna ridurre progressivamente il debito, con tagli energici della spessa pubblica, non inferiori ad almeno 50 miliardi di Euro l’anno. Siamo vissuti al di sopra delle nostre possibilità, indebitandoci ed il conto da pagare è salato. Dove tagliare? Fatta 100 la spesa pubblica nazionale prima dell’avvio delle regioni, oggi essa è 150. Non ce lo possiamo permettere. Non si è realizzata ancora una vera lotta all’evasione fiscale, se non per i pesci piccoli; l’amministrazione pubblica è soffocante e spesso ostacola invece di incentivare gli investitori. Probabilmente bisognerà rivedere ancora il Welfare. Ancora, attuare la dismissione delle proprietà statali, il che equivale alla vendita dei gioielli di famiglia, che può esser fatta una sola volta. L’aumento di produttività, altra voce che porterebbe portare denaro in cassa appare, allo stato attuale, lento ed insufficiente. Per contro, si dovrebbe investire in ricerca. Il punto è: esistono oggi uomini capaci di realizzare le necessarie riforme di cui tutti parlano? Esiste la volontà di farlo? E’ per sempre tramontato il tempo di figure come Adenauer, De Gasperi, Schumann? E tuttavia continuo a sognare che lo spirito del popolo europeo possa realizzare con la pace la patria comune che Roma, portandovi leggi e benessere, fece con le armi; perché l’Europa, con la sua cultura, non può essere soltanto un’opportunità economica e perché non è possibile rinunciare a questo sogno.

Un pensiero riguardo “I sogni muoiono all’alba?

  • 29 dicembre 2013 in 13:17
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    Si è sbagliato sin dall’inizio imponendo, per esempio, l’adeguamento alle normative europee ad un tessuto produttivo nazionale, oggi quasi inesistente, fatto da piccolissime imprese. Le stesse normative imposte per gli impianti produttivi delle multinazionali della produzione ( settore alimentare per esempio ) sono state applicate al piccolo artigiano. Ancora adesso, a distanza di tanti anni dall’entrata in Europa, il piccolo produttore di torrone o di pistacchi o di conserve alimentari in generale, deve adeguare il proprio impianto ( il più delle volte in una piccola stanza ) alle stesse norme che deve seguire Ferrero, Motta, etc. circostanza che porta molti giovani aspiranti produttori, a desistere. Questo è solo un piccolo esempio degli errori fatti, ma sintomatico di quanto sia difficile, nel nostro paese fare impresa ( anche se piccola ! ).

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