Il minifestival Lions Palermo dei Vespri a Palazzo Mazzarino

(Carmelo Fucarino)

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Collaudato e consolidato, puntuale e sempre più ricco e strabiliante l’appuntamento del Lions Palermo dei Vespri con la Musica. E con lo scenario perfetto del portico del palazzo Mazzarino: lo sfondo dei fornici del porticato e le prospettive degli archi della veranda coperta. E un cielo che un tempo vedevo stellato, quando abitavo proprio di fronte, ed ora scuro per il forte inquinamento luminoso che ha reso il mondo uniforme. Ancora nella luce del cielo stridono osceni solo i gabbiani con le bianche ali tese. Poi qualche sibilo di ambulanza o di una gazzella della polizia (il nome zoologico ci fa apparire gentile anche un’oggetto inquinante). Da una lato gli spettatori occhieggiano le volte dei saloni, i dammusi affrescati, ai lati dei portici le stalle ricordano altri ospiti e altre consuetudini con altri horsepower. Un tempo erano quei saloni, il più frequentato quello da ballo, che risuonavano di sonate, quelle semplici per violino o pianoforte, forse la spinetta con il suo eco modesto e quasi puerile.

Si è cominciato in sordina, in punta di piedi con un concerto fra soci ed amici ed ora la struttura è diventata mastodontica e preannunzia nei desideri e nelle aspettative degli organizzatori un vero e proprio festival stabile con cadenza annuale. Perché no, una settimana con risonanza nazionale. Fu allora una piccola scommessa, una possibilità, una probabilità che si potesse fare beneficenza con l’Arte. E quale strumento artistico meglio si poteva prestare della musica nelle sue diverse forme e realizzazioni? Nemmeno a parlare di conferenze e dibattiti, cicli di letture e festival di filosofia. Nemmeno a pensare di una mostra di pittura, delle più umili fotografie. Ad attrarre il pubblico per beneficenza può essere una partita di calcio, quante partite dell’amicizia con schiappe che scoppiano di affanno, medici, cantanti e barbieri. Si può raccogliere gente con una partita di balordi. Ma si può raccogliere un pubblico con un complesso. Certo, meglio se è composto da artisti di livello nazionale o ancor più internazionale. Così il concerto è diventato lo strumento più adatto per fare beneficenza. È uno spettacolo più elastico e duttile, più plastico per le diverse esigenze e gradi di acculturazione. Ma sempre spettacolo è, un prodotto che può adattarsi alla diversa sensibilità musicale. Può piacere o no, ma è da tutti comprensibile e accessibile. Gli anni, la cadenza di offerta di solidarietà hanno dato ragione all’organizzazione. Ed è ormai stabile il progetto, con un proprio sito online che ha la location istituzionale nel Palazzo. Il concerto è diventato istituzione del Lions Palermo dei Vespri. Soprattutto in quella musica che riunisce la tradizione del concerto classico, soprattutto gli strumenti classici e le performance del violino o del pianoforte con l’apertura al jazz, alla classica lacerante tromba e al sassofono e alle forme altre di musica contemporanea fino alla chitarra della seconda serata. Quella soprattutto che si affidava al grande artista solista che esprimeva attraverso sue personali esplicitazioni le capacità proteiformi di strumenti o vocalità, perizia tecnica dell’artista. E ora la terna di serate consecutive dedicate alle “Note d’estate”. A titolo di verifica. La serata conclusiva si è affidata ai virtuosismi tecnici di un artista di levatura internazionale. Già la sua statuaria bellezza, annotata con il look bianco, nel cerchio di orchestranti in divisa nera, dava un sobbalzo di adesione. Il volto etereo, il profilo apollineo e quel violino poggiato sulla spalla su un fazzoletto. La gestualità del divo, abituato ad altri palcoscenici, più consoni a lui. La prova preliminare dell’acustica del cortile era una semplice presa d’atto. Nulla avrebbe potuto per modificare l’ambiente, certamente in termini acustici inadatto ad un concerto così raffinato, ove il sibilo che somigliava al battito di un’ala di mosca doveva trovare il suo giusto silenzio, la sua eco adeguata. Non so se è avvenuto, come lui avrebbe gradito, se qualche sirena si è sovrapposta alle spericolate peripezie di Niccolò Paganini, il violinista del diavolo. Certamente nel Carnevale di Venezia, forse il richiamo di un gondoliere e lo sciabordare della sua gondola potevano interferire con quei pazzeschi giochi di violino (Il carnevale di Venezia, le variazioni sul tema O Mamma mamma cara, Op. 10, 1829). E Bernardini ci ha tuffato nel gioco delle infinite arditezze delle venti variazioni di bravura, estenuanti in tutte le tonalità e riprese, fino all’estenuazione, nei bassissimi e nei forti e nel bordone con gli altri strumenti cordofoni. È riuscito nel miracolo di enucleare il breve tema popolare e di dissimulare “la stucchevole uniformità dell’opera”. Una prova eccelsa di bravura che aveva preannunziato nelle variazioni della Ciaccona in sol minore per violino e basso continuo, non quella di Bach, ma quella attribuita a Tommaso Vitali, con la inusitata modalità e quel melanconico languore che scioglieva il cuore, le tante “variazioni su basso ostinato” per le danze settecentesche o per i commenti delle stanze poetiche come le passacaglie. Ma non si poteva immaginare che potesse giungere a tali livelli di pathos e di immedesimazione nell’infinita eterna rimodulazione di quelle tre note del Carnevale. Tanto che l’omaggio di Čajkovskij con il Souvenir de Florence e l’interpretazione ad alto livello di GliArchiEnsemble è scivolata sulla pelle nell’insoddisfazione degli spettatori per quella sua breve (si fa per dire) apparizione. Ma non di minore impatto emozionale e tecnico sono state le altre due serate. La prima, quella ormai collaudata in cui protagonista assoluta è stata la tromba del torinese Fabrizio Bosso, affezionato dei Vespri, con quel suo annunzio straziante da anni Venti, le sonorità di Bye bye blackbird, cavallo di battaglia di Benny Goodman (e di Joe Cocker), e quel dolente ritornello, «Bye, bye, blackbird / Where somebody waits for me / Sugar’s sweet, so is she / Bye, bye, blackbird». Non senza significato è il suo disco tributo a Duke Ellington, del quale in trio hanno riletto “Don’t get around much anymore” (per la mia generazione la nostalgia di Nat King Cole e di Ella Fitzgerald): «Darling, I guess my mind’s more at ease / But nevertheless, why stir up memories» con quell’allungarsi della tromba. Ma gli sono stati alla pari le note calde e appassionate del pianoforte di Giovanni Mazzarino e la piena grazia della voce di Alessandra Mirabella. La batteria di Nicola Angelucci ne ha commentato e scandito i brani, accolti in genere con un quasi delirio nelle funamboliche variazioni. The next step, la seconda serata (e titolo di un disco), ha avuto protagonista, questa volta assoluto, Kurt Rosenwinkel, americano di Filadelfia e berlinese di adozione, e la sua chitarra che si è dimostrata duttile e obbediente ad ogni suo cenno, nell’invenzione di effetti e sonorità nuove, improvvisando in libertà alla ricerca del timbro “ideale”. In questo superando gli ambiti ristretti del jazz che arricchisce con citazioni di rock, Hip-Hop e classica.

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