GPS – MEGLIO NON FIDARSI TROPPO

(Denise Fanitti)

I nostri spostamenti, qualsiasi sia il mezzo usato dall’aereo all’automobile, oggi sono assistiti dal Gps, Global positioning  system, dispositivo militare americano utilizzato anche dai civili di tutto il mondo. In Europa col progetto Galileo e in Cina con il BeiDou  ci si prepara  ad  affiancarsi a breve al sistema americano, potenziando la rete a disposizione dei civili. L’uso di questa tecnologia, che si presenta come una  semplice app non invita a considerarne la complessità ed i rischi a cui ci espone, per esempio il fatto che ad oggi molti sono ancora gli incidenti causati  dal seguire passivamente  le indicazioni del Gps. Sottovalutato è il fatto che  non ci rendiamo conto di perdere  la capacità di orientamento anche nel territorio ristretto della nostra città, perché nei nostri spostamenti non ci creiamo più dei punti di riferimento che ci consentono di tracciare il percorso, dal momento che ci sembrano inutili, basta servirsi del Gps. Secondo alcuni studi medici questa abitudine, vissuta come una facilitazione gratificante, perché non richiede nessuno sforzo ed impegno, ha come conseguenza la riduzione se non l’atrofia dell’ippocampo, quella parte del nostro cervello in cui ha sede l’orientamento. Ma corriamo anche un altro rischio, quello di perdere la memora di lungo termine che serve ad esercitare il pensiero critico dal quale è dipeso fino ad ora  lo sviluppo della civiltà umana. Da questo punto di vista il rapporto costo benefici non è certamente equilibrato. La risposta più facile al problema che ci si sta presentando, specialmente nella fascia più giovane della popolazione che sembra più esposta, non è quella di distruggere il Gps, che in certi contesti si rivela molto utile, ma quella che ci permette di sfruttarlo, sapendo sempre quello che stiamo facendo. Allo stesso modo con cui si va in macchina o a piedi, a seconda della distanza e dello scopo che abbiamo o si prende il parapioggia e l’impermeabile.  Anche l’uso della scrittura e del libro hanno  prodotto un mutamento antropologico, ma nessuno oggi pensa che siano stati nocivi all’uomo, che si è adattato accogliendone tutte le implicazioni utili. Non più impegnato  a memorizzare una quantità spesso grandissima di nozioni, l’uomo ha potuto dedicarsi ad ampliare il proprio campo d’azione e far crescere così le proprie conoscenze, a superare un modo statico di apprendere a vantaggio di uno più dinamico e produttivo. Probabilmente conoscere bene ciò che usiamo quotidianamente  è già una tutela ed un esercizio di pensiero critico.

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