LUIGI LO CASCIO LEGGE L’ULTIMO VIAGGIO

(Carmelo Fucarino)

È un mito che mi ha perseguitato nei miei spericolati percorsi fra uomini e paesi e che mi cattura interamente in una mia dolorosa e stravagante rêverie che uscirà in primavera edita da Aracne. Fu l’uomo dell’epos ai miei dodici anni con Ippolito Pindemonte, quello dei Sepolcri e della casa dei matti palermitana, e poi ai diciotto con la seduzione del dialetto ionico, con lo splendore dei suoi epiteti esornativi. Dalla cattedra e fra i banchi lo feci conoscere prima con il mostruoso Dante ed era uno strano Ulisse che si scrollava mormorando come soffio di vento nel “maggior corno de la fiamma antica” nel canto avviato con il biasimo dell’amata e bramata: «Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande, / che per mare e per terra batti l’ali». Era colui che realizzando a modo suo l’oscura profezia di Tiresia, dopo il tribolato nostos costruiva l’insaziata ripartenza, il “folle volo”, “per l’alto mare aperto”, «di retro al sol, del mondo sanza gente» e ne faceva paradigma di ethos e sapienza «Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e conoscenza». E poi, «una montagna, bruna per la distanza, e parvemi alta tanto / quanto veduta non avea alcuna», e l’allegria volta in pianto per quel turbine che fece girare per tre volte la nave e mandarla a picco, «infin che ’l mar fu sovra noi richiuso» (Inf. XXVI). Tutto per quella strana predizione di Tiresia: «Prendi allora il maneggevole remo e va’, / finché giunga fra coloro che non sanno di mare, / né mangiano cibo misto con sale / né sanno pure di navi guance di porpora / né maneggevoli remi e ali per le navi». Conclusa felicemente fra i beati: «Morte dal mare a te / soffice assai giungerà tale da colpirti / prostrato da splendida vecchiaia e intorno popoli / avrai beati» (Od. xi, 121-125, 134-137). Così per alcuni anni lo presentai nelle mie classi, lo lessi e smembrai nella strabiliante catabasi, la prima ed equivoca discesa agli Inferi del mondo occidentale per motivi di nekyomanteia.  E dai ventiquattro libri di Omero, tutti per un eroe umano, e dal tragico inabissamento dantesco, proseguii per i miei discepoli con la poesia Ulysses di Alfred Tennyson del 1833, troppo dantesco («I cannot rest from travel», «’Tis not too late to seek a newer world»). Oppure sottintesa odissea, viaggio come peregrinazione nell’Heinrich von Ofterdingen del 1802 di Novalis. Ma lo stordente connubio del mio amato Ulisse, quello dai mille pathea per tutti i mari e le meraviglie dell’anima, fu quel tale dublinese che modestamente e da plebeo moderno volle acquisire un nome impegnativo, Stephen Dedalus, dotto ed esteta. Mi perdetti nel labirinto dell’Ulyxes del 1922 di James Joyce, che per Claudio Magris è forse l’ultimo epos classico, conservatore, più conservatore dell’Odissea omerica. Quel borghesuccio di Leopold Bloom con la tradita traditrice Molly, «che alla fine della sua giornata torna a casa e conferma i propri valori e sentimenti, dall’amore coniugale al senso della famiglia al desiderio del figlio; valori e sentimenti che certo quella giornata ha profanato, deriso, tradito, insozzato, ma non certo spento nel suo cuore. Egli torna a se stesso, afferma se stesso». Ma l’Odissèo (alla greca e per ragioni anche metriche) che scalpita per essere presentato è quello del collega Giovanni Pascoli, quello larmoyant di Cavallina storna, ma anche di Digitale purpurea, il poeta cavallo di battaglia di simbolismo e memoria poetica nel corso tenuto per me da Gaetano Trombatore. La ragione pratica: è stato il protagonista, sabato 11 febbraio, al Palazzo delle Aquile nella sacralità dell’era moderna fissata in tante lapidi annerite, fra scanni di legno cigolanti alla presenza del sindaco Leoluca Orlando. L’aedo che lo rendeva vivente e palpitante ad un anfiteatro di silenti estranei non officianti l’amato Luigi, Gigi, Lo Cascio. Ora che il nulla ci affronta e ci malmena con la caduta dei miti e il dominio del prodotto di consumo, la finanza, l’impero globale, l’età liquida martellata nelle serie di Zygmunt Bauman, nella sua società sotto assedio. Esso è stato rievocato nell’ambito del Winter Fest 2017 e in seno al progetto “Storie di viaggi e miraggi”, un encomiabile programma che vede il Consiglio comunale protagonista attraverso l’impegno di tante altre associazioni, prima Terra d’amare. Già presentato l’allucinante viaggio di Astolfo sulla luna, seguirà anche l’Odissea omerica, rivissuta dal gigantesco Vincenzo Pirrotta. Ad affrontare il testo c’era di che «far tremare le vene e i polsi», come si soleva dire.  Dal punto di vista linguistico ed espressivo si tratta di un testo datato tra la fine del Ottocento e i primissimi del Novecento. La Ditta Nicola Zanichelli aveva raccolto e pubblicato una seconda edizione di 21 poemetti nel 1905. Basta scorrere i titoli per rendersi conto del tema sviluppato dal poeta di Myricae e dei Canti di Castelvecchio. Dalle piccole cose (humilesque myricae) e che preludevano Gozzano e il Crepuscolarismo la visione del poeta si era via via amplificata in un canto più alto, secondo il paradigma dei primi versi della IV egloga virgiliana con la quale intendeva gareggiare con il paulo maiora e il canamus, il canto a voce spiegata. Non per nulla la poesia di Leopardi era già stata I canti. Fra gli esperimenti dell’epillio, il piccolo epos dell’alessandrino Callimaco, con i Poemetti, ribattezzati Primi poemetti per distinguerli dai Nuovi poemetti, nello stesso anno 1904 il “fanciullino” Pascoli si spinse più oltre in un connubio pericoloso: il poema vero e proprio, che si qualificava come Poemi conviviali (Non omnis arbusta iuvant) in allusione alla sfrenata gara di vino e di sapienza dei banchetti greci, testimonio Socrate che, unico a superare i fumi, lasciò gli altri convitati a dormicchiare. In effetti la qualifica derivava dalla rivista Convito di Adolfo de Bosis. Curiosità: la raccolta si apre con Solon e attraverso Alessandro Magno e il crollo di Roma si chiude con La buona novella in due canti in nome di Cristo e della soterìa. Perciò il mito di Odisseo diventa un poema, si colora di altri connotati e si precisa nella lettura e nell’invenzione, diventa L’ultimo viaggio. Ma non è solo questo. Esso ha un preludio in Il sonno di Odisseo. E la qualità e i riferimenti omerici si fissano anche nello sviluppo del poema che si estende per i simbolici ventiquattro canti dell’Odissea omerica. Si diceva del linguaggio. È il professore di greco che fa le sue prove in un linguaggio che vuole ricreare l’armonia e la bellezza classica greca e esagera questo esperimento, questa imitazione, come era avvenuto in Callimaco ed Apollonio Rodio, diventa anche lui alessandrino e si bea da erudito degli artifici, delle acrobazie, delle raffinatezze dell’estetismo. Tra coni preziosistici (“aliano”, “frondeggia”), lessico e stilemi neoclassici, il florealismo decadente e l’endecasillabo sciolto che vuol echeggiare l’esametro epico. Lui che nella prefazione chiamava D’Annunzio, «o mio fratello minore e maggiore, Gabriele!», quello che aveva elogiato i suoi versi per quelle superfetazioni fonologiche e semantiche. Perciò per una lettura moderna c’è qualcosa che stride, che impaccia, che appare sopra le righe, in un contesto narrativo oggi ridotto alle faccine e alle sigle. E la sua chiamata al Convito fra quel «vivo fascio di energie militanti le quali valessero a salvare qualche cosa bella e ideale dalla torbida onda di volgarità che ricopriva ormai tutta la terra privilegiata dove Leonardo creò le sue donne imperiose e Michelangelo i suoi eroi indomabili». L’invito al mondo classico, quasi esclusivamente a quello greco, era però rivissuto con la sua sensibilità moderna, angosciosa e tormentata. In esso i personaggi rivivevano con lo stesso dubbio esistenziale che si sublimava in una moderna sensibilità attraverso la lettura simbolistica. C’è in quei personaggi ricreati e trasformati in borghesi del tempo quel senso di inquietudine, di turbamento interiore che rappresenta ora con il decadentismo il sentimento del destino oscuro dell’uomo. La sofferenza problematica e imperscrutabile che pur nel compiacimento per l’estetismo alessandrino aveva permeato anche quella fase di caduta degli dei e di cambio di epoca. Era la mestizia di Medea, ma anche la desolazione del Galata morente. L’ultimo canto è tutto in quel corpo che sospinge l’onda sulla spiaggia della Nasconditrice solitaria, la Calypsò, nell’ultimo melodrammatico urlo:

Ed ella avvolse l’uomo nella nube
dei suoi capelli; ed ululò sul flutto
sterile, dove non l’udia nessuno:
– Non esser mai! non esser mai! più nulla,
ma meno morte, che non esser più!

Alla vertude e conoscenza dantesca ora si sostituisce la ricerca dell’”arido vero” leopardiano che si accampa per tutto il canto XXIII (Il vero) nella struggente richiesta alle Sirene:

«Solo mi resta un attimo. Vi prego!

Ditemi almeno chi sono io! chi ero!».

C’è un nuovo mondo che incombe e trasforma eroismi e bellezze. Un Ciclope, non più Polifemo (dalle molte voci, il “chiacchierone”), in una famigliola da piccolo mondo antico, il pitocco accattone Iro che in età di cuochi imperversanti ne assume la funzione mitica e si offre praticante. È la decodificazione in chiave razionalistica dei miti lungo la scia di Ecateo di Mileto e di Evemero da Messina. È la nuova temperie del decadentismo, quello scolorare delle speranze e delle certezze classiche, un Odisseo angoscioso ed angosciante in un mondo che predica l’esistenzialismo di L’être et le néant. E nell’ambiguità del vaticinio dell’amante Calipso: è meglio il non essere? O è meglio essere per morire? Proprio nel 1903 dopo il viaggio in Grecia, D’Annunzio cantava: «navigare è necessario; non è necessario vivere» (Maia, Alle Pleiadi e ai Fati). In una sala in cui vibrava il brivido del silenzio Gigi è sceso in questa vita angosciata di un Odisseo decadente, ne ha percepito tutte le interiori vibrazioni, ne ha colto tutte le esitazioni e le ha trasmesse in quella penombra carica di fantasmi. Tutti i ritmi e le armonie, i colori timbrici, i tremiti delle voce e di ogni membro del corpo sono venuti a sostenere quella marea di sentimenti, la varia umanità di tanti personaggi e figure che sono passati e vissuti attraverso la sua voce. Ora il lento fluire dell’onda ora l’accavallarsi di pensieri e parole, ora l’irruenza ora la placida calma che tutto avvolge. Tutto Gigi si è offerto, anima e corpo, ad assecondare il magma di esistenza che rumoreggiava e voleva divenire personaggio nell’emiciclo della sala ove da secoli è passata la storia di Palermo. E tutti abbiamo percepito il respiro di Odissèo e i fantasmi che rimuginava nella sua fantasia, le fole che aveva inventato, come tutti i marinai e viaggiatori, come il Milione delle meraviglie del mondo narrate a Rustichello dall’affabulatore Marco Polo. Tante fantasie per uditori inconsapevoli di luoghi e persone. Finché Marco ed Odisseo finirono per crederci anche loro. Perciò l’impatto e il gelo del vero a ripercorrere la via dei ritorni, il nostos del nostos. Tutto è stato svelato da Logos e soma di Gigi in quel viaggio a ritroso nel nulla della Fantasia.

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