LA FESTA DEL GENETLIACO INVENTATO?

Carmelo Fucarino

Per i Cristiani la festa più grande è la Pasqua di Resurrezione. Eppure in tutto il mondo non c‘è angolo in cui non si accendono le luminarie, facciate e alberi, e non circolino Babbi Natale. Il nostro presidente di Regione ha tappezzato l’intera facciata del suo palazzetto di piazza Indipendenza (non Palazzo dei Normanni) di lucine. E noi Lions ci affanniamo ad imbandire cene e far regalini di beneficenza. Il 25 dicembre segna in tutto il mondo, sulla scia degli antichi dies natales degli antichi Romani e della stessa loro città, Roma, il dies natalis Christi, giorno che segnò una nuova era nella storia dell’esistenza umana, promettendo una speranza soteriologica, la sconfitta dell’inesorabile morte con la sacra Resurrezione dell’ebreo Iesus, detto Christòs, l’Unto. Perciò questo stacco gaudioso di collettiva ecumenica gioia, la festa delle luci, tra sporadiche rievocazioni della grotta, la capanna con la sacra Famiglia, con mangiatoia, il necessario asinello che portò Maria, un bue non si sa perché e i tre Magi, Gasparre, “custode del tesoro”, Melchiorre “Re della Luce” e Baldassarre, “Dio salvi la sua vita“, i maghi di Oriente che prevedevano con le stelle e che da una cometa furono guidati a portare i loro doni, oro, mirra e incenso, chissà cosa ne poteva fare Giuseppe. Ma tutto il Presepe aveva una profonda e perfetta simbologia, nel tre (la Trinità, e le triadi, romana di Giunone, Giove e Minerva, ed egizia di Horus, Iside e Osiride, tre razze  bibliche dei Chamiti, dei Semiti e dei Jafeti, discendenti di Noè, nei nomi, nei doni, l’oro dei re, la mirra terapeutica, l’incenso sacerdotale). Il tutto in un Presepe, da “prae” (innanzi) e “saepes” (chiuso, recinto), il luogo chiuso e recintato. Oggi raro e in luoghi eccezionali con strutture sbalorditive, come a Piazza S. Pietro o ad Assisi. Soltanto in qualche nostalgico del Natale a casa Cupiello. Anche se basta visitare una celebre strada di Napoli, Via San Gregorio Armeno, per stordirsi con le allucinanti presenze in statuette a partire dal divino Maradona. In tutto il mondo impazza Babbo Natale, non si capisce perché Babbo per celebrare il neonato e perché conciato come un clown con il rosso della Coca-cola. Dicono Santa Claus o San Nicola, ma cosa c’entra anche così? E il tedesco Christkind, il portatore di doni? E le letterine dal Polo Nord e le slitte e le renne, che nulla hanno a che vedere con la deliziosa Betlemme, oggi palestinese. Ancor più stordente l’albero detto di Natale, il pino nordico delle leggende druidiche o non so di che. E poi le altre varie decorazioni e strenne e palline e lucette e piante come il vischio e l’agrifoglio. La storia della  nascita del Salvatore ammannita come simbolo dell’uomo che porta i doni ai bambini, ben misero uomo con il sacco sulle spalle. In cima a tante invenzioni il panettone, dai tempi Motta e oggi carissimo artigianale, perché alla fine sempre di farina e qualche candito e uvetta si tratta. E poi la notte e il cenone e il pranzo tutto tra folklore e paganesimo a bizzeffe. La più vicina, la tiritera inglese Jingle Bells, la One Horse Open Sleigh, scritta da James Lord Pierpon nel 1857, quelle campane che suonano mentre  “Santa Claus Is Coming To Town ” sulla slitta trainata da un cavallo. Volete metterla accanto alla stupita sacralità del nostro canto dell’infanzia, Tu scendi dalle stelle, Canzoncina a Gesù Bambino o A Gesù Bambino, composta nel 1754 dal vescovo san Alfonso Maria de’ Liguori, da una napoletana, Quanno nascette Ninno, con quei dolci coinvolgenti refrains, a cominciare da, «O Bambino mio divino,/ io ti vedo qui tremar; / o Dio beato! / Ahi quanto ti costò l’avermi amato! / ahi quanto ti costò l’avermi amato! Ad esso fa da pendant il canto austriaco Stille Nacht, heilige Nacht, o Stille Nacht, in inglese Silent Night, il nostro Astro del ciel, tradotto in più di trecento lingue. Ma il mistero più fitto intorno al quale si sono scervellati da secoli è la data precisa di questa nascita eccezionale. Matteo dice semplicemente: «Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode » (Matteo, 2,1). Si tratta di Erode Antipa (20 a.C. – 39 d.C.), tetrarca alla morte del padre nel 4 a.C. Così pure Luca richiama semplicemente l’epoca e Betlemme: «Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio (Luca  2, 1-20). Luca afferma che Gesù nacque nel periodo finale del regno di Erode il Grande, ma il censimento di Publio Sulpicio Quirinio (45 a.C. – 21 d.C.) avvenne nel 6 d.C., mentre Erode morì nel 4 a.C., nove anni prima. Inoltre il censimento riguardò soltanto la Giudea e non la Galilea, governata da Erode Antipa e non sotto il diretto controllo romano. Poi null’altro, neppure questo dagli altri evangelisti. A creare ancor più confusione la diversità mondiale dei calendari, non dico quello di Abramo ebraico o quello di Muhammad musulmano, ma i due occidentali, il giuliano, costruito dall’astronomo egizio Sosigene di Alessandria e promulgato nel 46 a.C. da Cesare allora pontefice massimo, e il nostro odierno gregoriano fissato da papa Gregorio XIII, e partito il 4 ottobre 1582 con la sua bolla Inter gravissimas. Ad Atene non papalina, ma metropolita il Natale cade il 7 gennaio, quindi con un ritardo dei 13 giorni dell’aggiustamento del calendario operato dal papa romano. A pensare che i tre Vangeli (Euangelion, “Buon annunzio”) sinottici e il mirabile testo di Giovanni che avvia con quell’ardito encomio alla Parola, il Logos o anche Verbum, non si sono preoccupati di annunciarci la buona novella con una data precisa o approssimativa. Un sant’Ippolito di Roma nel 204 intorno al 203-204, lo riferisce nel suo Commentario su Daniele (4.23.3). Poi dobbiamo scendere al IV secolo per avere una data certa. Tutto sembra rimandare a quella  festa romana del Dies Natalis Solis invicti con il culto del solstizio di inverno e di Mitra introdotto da Eliogabalo e poi da Aureliano nel 274, che già nel Libro di Malachia (III, 20) era il sole di Giustizia. C’era anche il ben celebre Natalis Romae, ripreso dal fascismo (21 aprile). Il 25 dicembre è rintracciabile nel 336 nel Chronographus di Furio Dionisio Filocalo. Ma già Tertulliano, quello delle vergini velate (De virginibus velandis) e del suo particolare cristianesimo, l’eretico montanismo, e Papa Leone condannavano questa venerazione del sole. Si lamentava il Papa: «È così tanto stimata questa religione del Sole che alcuni cristiani, prima di entrare nella Basilica di San Pietro in Vaticano, dopo aver salito la scalinata, si volgono verso il Sole e piegando la testa si inchinano in onore dell’astro fulgente. Siamo angosciati e ci addoloriamo molto per questo fatto che viene ripetuto per mentalità pagana. I cristiani devono astenersi da ogni apparenza di ossequio a questo culto degli dei.» (sermone Natale del 460– XXVII – 4). D’altra parte il filosofo Clemente Alessandrino (150-215) negli Stromata (I,21,146) lamentava: «Non si contentano di sapere in che anno è nato il Signore, ma con curiosità troppo spinta vanno a cercarne anche il giorno». Ma c’era chi richiamava i Saturnalia, in onore di Saturno, dio dell’agricoltura, quando si facevano scambi di doni e sontuosi banchetti. Tralasciamo le altre antiche reminiscenze e accenni (Niceforo Callisto nella sua Storia ecclesiastica, II, 3, Teofilo, in Historia Ecclesiae Christi ) e tutta la questione neotestamentaria che occupa biblioteche, per ricordare solo un misterioso Codex Syrus, portato agli onori della cronaca dal recente libro di Richard Cohen Chasing the Sun: The Epic Story of the Star That Gives Us Light (Simon & Schuster, 2011), in cui al margine si leggerebbe una strana citazione dello “scriba cristiano Syrus”: «Era usanza dei pagani celebrare lo stesso 25 dicembre il compleanno del sole, in cui accendevano le luci in segno di festa … Di conseguenza, quando le autorità ecclesiastiche percepirono che i cristiani erano inclini a questa festa, presero consiglio e decisero che la vera Natività doveva essere solennizzata in quel giorno»

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