JOANNA DEGLI INCANTI

ROMANZO DI SIMONA LO IACONO ED. GUANDA

Gabriella Maggio

“ È il tempo della semina! nel cosmo la luna benedice la permanenza di ogni piccolo grano… (da sul fianco del mattino di Nadia Maurizia Scappini ed. peQuod) . Leggendo Joanna degli incanti di Simona Lo Iacono, ed. Guanda, mi sono venute in mente le parole della poeta Nadia Maurizia Scappini e le ho trovate in sintonia con quelle di Joanna : ”Avevo solo cinque anni quando decisi che avrei sepolto i semi…..dentro il seme si agitava tutto l’invisibile, tutto il rimosso, tutto il dimenticato…”. Per entrambe le parole sono vive e senzienti e pazienti e necessarie…seminare era come scrivere…”. Joanna vive nel ‘600 oscuro e minaccioso soprattutto per le donne che infrangevano il codice di comportamento imposto dalla famiglia e dalla società. La narrazione inizia nelle prigioni dello Steri, sede della Santa Inquisizione, il 10 novembre 1640. Joanna è detenuta insieme alle streghe che ululano formule strane, e ad uno sconosciuto che sta in disparte con la testa bassa, nascosta da un cappuccio, che le chiede di raccontargli la sua vita :” Raccontami di te…una buona storia svia la solitudine e inganna la morte”. E Joanna de Austa comincia : “ Sono una monaca del Carmelo, curo le piante, l’orto, preparo minestre con la borragine….prima dei voti ero una donna come tante, che ha creduto al destino e al futuro…”. Non ha conosciuto il padre che amava il mare, osservava la natura, sapeva narrare e diceva che “ Per leggere la vita bisogna leggere i libri….niente come la lettura generava speranza”. Di lui ha ereditato l’amore per i libri, per la natura, per gli altri, per i morti che “stavano nei semi”. La narrazione procede  nell’alternanza temporale dei fatti tra  passato e presente, da cui il lettore apprende tutta la storia straordinaria di Joanna. L’amicizia con Nucidda, la bambina cieca con cui condivideva la passione per la semina notturna, l’amore per il falchetto che impara  a volare, anche se è cieco, il gusto per gli aquiloni. Istruita dallo zio Vescovo, che aveva dimestichezza con i mondi invisibili, Joanna impara ad amare i libri e parole pericolose come libertà e amore e a scoprire, la sua strada. Lo zio alternava  le ore di studio al gioco, la teoria alla pratica: “ Ogni strumento del sapere andava immaginato e costruito, perché imparassi che eravamo circondati  da cose che rimandavano ad altre infinite cose”. Poi la vita di Joanna cambia. La madre le impone un marito con una cerimonia sontuosa. La vita coniugale è priva di parole, fatta “dassalti notturni e silenziosi, in cui soccombevo sotto il peso di un corpo senza devozione”. La scoperta della cartiera gestita dai suoceri, l’assenza del marito in viaggio per affari, la lettera che ne annuncia la morte imprimono un gratificante cambiamento nella vita di Joanna, che con entusiasmo organizza una vera e propria casa editrice. La produzione di carta diventa di livello qualitativo altissimo, morbida come seta e priva di scoriature, grazie agli operai ciechi che tastavano i fogli scovandone i difetti. Divide  la giornata di lavoro degli operai  in ore d’impegno, di svago, di preghiera ….. non fare era importante come fare…. prima di germinare il seme trascorre un periodo di riposo, detto dormienza, durante il quale conduce una vita a rilento e non nasce anche se posto in condizioni ambientali favorevoli al suo sviluppo. Non bisognava lasciarsi ingannare da questa apparente flemma del seme, che in realtà preludeva a una grande vitalità e longevità”. Il primo libro stampato da Joanna è il Don Chisciotte della Mancia, che raggiunge le cinquemila copie. Anche le copertine erano originali perché Ranieri  le legava al tema del libro.” L’opificio era adesso una cartiera, una stamperia, un centro studi, una biblioteca, un teatro..”. E Joanna incontra l’amore e sposa Ranieri. La crisi economica legata alla guerra dei Trent’anni manda in rovina  l’opificio. Dopo che Ranieri è  ucciso in un agguato, Joanna entra nel convento delle Carmelitane, dal quale senza sapere il motivo viene trasferita allo Steri: “State in pentimento, suor Joanna…” . Joanna de Austa, figlia di Pedro e di monna Algisa è stata processata il 15 dicembre 1640. Le scarne notizie dei verbali   nella scrittura di Simona Lo Iacono acquistano corpo, sensi, sentimenti dando vita a una donna che unisce ragione e sentimento, forza di carattere e paziente sopportazione del male che in lei non suscita mai risentimento, ma accettazione senza sottomissione. Il titolo Joanna degli incanti  allude all’indole della protagonista che non pratica arti magiche, ma sente l’incanto della natura, della scoperta del sapere, dell’umanità di tutte le creature. La sua formazione avviene attraverso gli insegnamenti dello zio Vescovo, e si perfeziona con l’organizzazione e la gestione dell’opificio.  La conoscenza dell’Indovinello veronese le  offre  la possibilità di riflettere sulla scrittura, facendole comprendere  che  è questa la vera semina: ” Era il perenne lascito, la pietosa  consegna degli errori, e della felicità, e del perduto, e del ritrovato…”.  Nei libri ” i morti venivano allo scoperto…” le parole dei libri  si protendono dal chiuso all’aperto come i semi  che Joanna  ha affidato alla terra perché germoglino e rinnovino la  vita. La metafora della semina che si completa nella scrittura si intreccia e converge con quella della cecità che si supera se si frequentano le parole, si toccano, si sentono sotto pelle, si accarezzano. Ancora una volta la scrittrice Simona Lo Iacono incanta il lettore  con  un messaggio che lega passato e presente. Sono i libri il collante che unisce, che vince il silenzio e sconfigge il tempo, la morte. La narrazione procede con ritmo affabulante incentrata su Joanna, riducendo all’essenziale la coloritura storica del ‘600.

 

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