GINO MORICI A PALERMO
Tra gli anni Venti e gli anni Sessanta
Gabriella Maggio
L’opera di Eugenio Morici, in arte Gino, è protagonista del bel volume Gino Morici a Palermo tra gli anni Venti e gli anni Sessanta edito da Salvare Palermo Fondazione ETS curato da Silvana Lo Giudice e Anna Maria Ruta. Ritorna all’attenzione del pubblico un artista spesso dimenticato, che fu geniale e curioso. Dotato di una fantasia trasbordante e fine umorismo come sottolinea Anna Maria Ruta, che nel volume riprende lo studio di Morici dopo avergli dedicato i numerosi testi riportati nella Bibliografia. L’insigne studiosa cura nel volume quattro capitoli densi di notizie e interpretazioni : “L’invenzione della scrittura: eclettismo, eccentricità ed estro nella penna di Gino Morici”;” Il sacro nella pittura di Gino Morici”; “Società Siciliana per la Storia Patria-Le tele della Sala Luigi Di Maggio”; “Biografia di Gino Morici”; “Bibliografia”. Il capitolo “L’invenzione della scrittura” fa riferimento ad un recente ritrovamento, fra le carte di una nota famiglia palermitana, del dattiloscritto che contiene “ I suggerimenti del colonnello Morrice” (pubblicato integralmente insieme ai disegni nell’ Appendice del volume) dedicato Al N.G.Kit ( Nobile Gatto Kit) che tanto conforto ci diede con la sua dignitosa comprensione. Un vero compendio , scrive A. M. Ruta, della enciclopedia cognitiva di Morici, ma anche delle sue fantasiose creazioni linguistiche che danno alle brevi prose un andamento ritmico. “Architetto, scenografo, cineasta, personaggio duttile, poliedrico, eclettico “ ha subito un’influenza determinante, fino all’immedesimazione, del personaggio di Don Chisciotte, “eroe puro, fuori dal tempo, figura metafisica che evoca tempi di immacolate virtù”. Morici ne fa un “eroe meccanico” costituito da bulloni, viti, ruote, dando vita a una ampia serie di hidalgo, ben rappresentata dalle immagini del volume, con l’intento di mettere in crisi la “macchinolatria” del tempo, connotandola di un personale pessimismo ilare. Parimenti originale appare la pittura sacra ascrivibile a una “sacralità antropologica che guarda alla famiglia, alla persona, alla natura”, tratto distintivo delle sue “poetiche Annunciazioni”. Una pittura memore del Rinascimento pur “nell’essenzialità del realismo novecentista”. Storia e invenzione letteraria si fondono nella fantasia pittorica che anima la scenografia ampia e complessa della Sala Luigi Di Maggio :” La corte di Federico II”,” Il conte Ruggero alla battaglia di Cerami” e “L’ingresso in Palermo di Pietro d’Aragona”. “Gino Morici a Palermo” è un’esauriente disamina di un’attività artistica che non ha conosciuto limiti di genere, spaziando dal teatro lirico a quello di prosa al cinema come scenografo e costumista ben illustrato dai saggi di Isabella Vesco “Gino Morici tra teatro e scenografia” e Umberto Cantone “Nuovo cinema Morici”. Mentre Silvana Lo Giudice in “Un itinerario moriciano tra architettura e decorazione” individua “lungo l’asse di via Roma un interessante percorso moriciano che consente di scoprire la bellezza delle opere di Morici e di comprendere il dialogo continuo tra architettura e decorazione”. E ancora Carmelo Bajamonte con “I beati Paoli di Gino Morici per il giornale L’Ora” e Daniele Anselmo con “Gino Morici e Pietro Emanuele Sgadari di Lo Monaco” che tratteggia il milieu culturale nel quale visse l’artista. Un volume ricchissimo, quindi, frutto della passione di diversi studiosi, necessario alla comprensione di un artista poliedrico, dotato di “indiscutibili doti” e finora settorialmente conosciuto.

