Oh! Venezia dell’anima!

(Carmelo Fucarino)

(prima parte)

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Sempre ho sentito Venezia in una particolare condizione di spleen, come nell’inesorabile incipit di Baudelaire da Les fleurs du mal, le cinque strofe martellanti di alessandrini:

Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle

Sur l’esprit gémissant en proie aux longs ennuis,

Et que de l’horizon embrassant tout le cercle

Il nous verse un jour noir plus triste que les nuits.

E poi, quando la terra cambia in umida cella, ove la Speranza come pipistrello sbatte l’ala contro i muri e picchia la testa contro il fradicio soffitto, quando la pioggia con le sue immense strisce (Oh! le cinque linee di pianto di Il pleut di Apollinaire nei suoi Calligrammes) imita le sbarre di una vasta prigione, e ripugnante popolo muto di ragni tende reti dentro i nostri cervelli ed esplodono urli spaventosi di campane, e spiriti vaganti e senza patria gemono ostinati,

— Et de longs corbillards, sans tambours ni musique,

Défilent lentement dans mon âme; l’Espoir,

Vaincu, pleure, et l’Angoisse atroce, despotique,

Sur mon crâne incliné plante son drapeau noir.

O forse mi ha steso il suo velo bigio la Malinconia di quei temi struggenti che hanno accompagnato i primi abbandoni giovanili, quell’Adagio in sol minore (Mi 26) che Remo Giazzotto restituì o verosimilmente inventò spacciandolo per frammenti di un tema di Tommaso Albinoni oppure quell’Anonimo veneziano (1970, l’anno in cui esplose il cult movie Love Story, soggetto di Erich Segal, tema di Francis Lai) che ha inondato le sale cinematografiche di lacrime con la tragica storia di Giuseppe Berto, rivissuta da Florinda Bolkan e Tony Musante e scandita dal Concerto in Do minore per oboe, archi e basso continuo del veneziano Benedetto Marcello. A risalire indietro ai diciassette anni quando incontrai il Goldoni con i suoi tristi amori e con le sue languide invenzioni, dove anche Arlecchino stillava tristezza per le sue allucinazioni di servo eternamente in debito con la pancia.

Perciò mi ha sorpreso questa Venezia dei primi di luglio, abbagliante e stordente nello splendore delle onde ribollenti del Canal Grande, nell’allegria delle brigate di turisti che l’hanno letteralmente invasa. Così lungo il suo corso quei palazzi dai nomi gloriosi (ben 170 residenze nobiliari) mi son venuti incontro come persone a me note per lunga e affabile connivenza e mi hanno comunicato la pienezza della loro felicità. È impossibile nominarli tutti, solo qualcuno più nobile, anche con il rischio di dovuti risentimenti: se solo chiamo a destra la Ca’ Pesaro, la Ca’ Foscari, la Ca’ Rezzonico, a sinistra la gotica Ca’ d’oro, il Palazzo Mocenigo, il Palazzo Grassi, la Ca’ Giustinian, gli altri mi gridano i loro nomi gloriosi, perché tutta Venezia è un’infinita vetrina, fino alla. magnifica pescheria e al suk del mercato. E i ponti, possenti o semplici ponticelli, i noti e gli sconosciuti, l’ultimo arrivato, il chiacchierato Ponte della Costituzione di Santiago Calatrava (2008), possente e ingombrante culturalmente e tecnicamente. Proprio ieri in TV si parlava di spostamenti continui e si metteva in dubbio la futura stabilità per errore di calcoli. Poi l’agile merletto di Ponte degli Scalzi e l’arcata lignea di Ponte dell’Accademia, eretta provvisoria in 37 giorni nel 1933 fascista e rimasta tale, si fa per dire, fra tutti il capolavoro universale di Rialto, nel suo slancio sublime verso il cielo, che, secondo me, la vince sul fiorentino Ponte Vecchio, una stradina di bottegucce sull’acqua.

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