Locali tifoserie viste da un inglese

(Renata De Simone)

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Gioco della pallacorda

Il pallone, si sa, ha sempre rappresentato un’attrattiva per i giovani e i non più giovani che ne fanno esperienza e hanno eletto il gioco di squadra strumento di condivisione e di svago, ma spesso anche valvola di sfogo per piccole e grandi tensioni che la vita giornaliera senza distinzione di rango sociale ma con democratica cecità ci regala. Quanti, infatti, vedendo rotolare una palla, non sono presi dall’irresistibile impulso di inseguirla, dimenticando in quella benedetta attività fisica fatica e stress giornalieri, rancori e senso di prostrazione, pensieri oppressivi, progetti aggressivi o angosce irrisolte, sciogliendo ogni pressione dell’anima in un benefico sforzo delle membra e in un altrettanto benefico sfogo della parola? Non esistono poveri e ricchi, adulti o bambini nel gioco più popolare e più spontaneo del mondo, che si improvvisa nei cortili, si organizza nei marciapiedi più larghi e in ogni spazio aperto che anche la città più caotica ci offre. Il primo tiro e scompare il traffico, il rumore, il frenetico scorrere del tempo cittadino. Tutto per un po’ si ferma e magnetizza l’attenzione di passanti o di curiosi. E ben vengano gli incoraggiamenti e i suggerimenti di chi assiste, i commenti talvolta sin troppo espliciti degli interessati spettatori. Ma nella foga del gioco non si fa caso agli epiteti non sempre elogiativi rivolti ai giocatori, si è tutti partecipi di un’esperienza goduta, nonostante tutto, insieme.

E Palermo è maestra in quest’arte e lo è sempre stata. Sollecitata da un appunto di Maria Barbera, rileggo una pagina del diario settecentesco di Patrick Brydon, nel suo A tour through Sicily and Malta, datata 10 luglio 1710. Da premettere che il gioco del pallone era praticato a Palermo, nel sec. XVIII da giovani della buona società e aveva una tecnica del tutto diversa da quella attuale, più simile al gioco, dal nome ben diversamente evocativo, della pallacorda. Si usava lanciare e rilanciare il pallone con un guanto di legno, facendo in modo da non farlo cadere a terra. Il luogo preferito dai giocatori era uno spiazzo, ai piedi del bastione dello Spasimo, dove ancora oggi esiste un vicolo chiamato “del pallone”. Ritornando al viaggiatore inglese che soggiornava a Palermo, fu invitato, insieme al suo compagno di viaggio Fullarton, a partecipare ad una partita a pallone e accettò l’invito. Il suo giudizio però non fu certo lusinghiero riguardo all’abilità dimostrata dai giocatori. Si lamentò infatti del basso livello dimostrato dai compagni di gioco. Una cosa però colpisce Brydon (e come non avrebbe potuto, conoscendo l’animosità insita nel carattere dei palermitani!), cioè la folla di gente vociante e appassionata che faceva da corona ai giocatori. La tifoseria era già presente e pronta a dare spettacolo non meno dei giocatori e, come negli stadi di oggi, era in grado di fare di una partita di pallone un evento diverso e imprevedibile, già allora apprezzato come lo è ai nostri giorni dai fanatici del calcio, che delle partite assaporano il gusto che non si esaurisce nel seguire il gioco fatto in campo, ma si nutre di quel variopinto e liberatorio spettacolo che si consuma al di fuori e al di sopra del campo sportivo.

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