TAXI TEHERAN

(Gabriella Maggio)

Il regista Jafar Panahi si finge tassista per offrirci una tranche de vie della sua città. Ha istallato una telecamera sul cruscotto dell’auto in modo da filmare  a loro insaputa i passeggeri e i  loro discorsi.  Sul taxi  sale gente qualsiasi, ma tanto bene assortita da toccare alcuni dei punti nevralgici del regime iraniano: la punizione severa dei reati, l’impegno per difendere i diritti civili e naturalmente girare e distribuire  film, cercando invano di distinguere quelli che sono distribuibili dagli altri. Legate insieme dalla finzione del taxi, che fa da cornice,  s’intrecciano storie semplici e vere. Si tratta indubbiamente di un film che ha l’aria di non esserlo e che si snoda sul filo sottilmente ambiguo e talvolta ammiccante che lega finzione e realtà. Panahi mette in scena  il gusto puro dell’affabulazione che sfida il silenzio e la censura;  gira Taxi Teheran nel 2015, cinque anni dopo essere stato condannato dal suo Paese  a non girare film né scrivere sceneggiature, rilasciare interviste, viaggiare per vent’anni. Infatti i suoi film –  denuncia che hanno sollevato la questione  della condizione  delle donne e dell’osservanza dei diritti civili vengono considerati immorali. Al contrario sono  stati molto apprezzati nei festival europei di Cannes, di Venezia e di Berlino. Taxi Teheran ha vinto l’Orso d’Oro.

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