LA TAVERNA DI LI CASCIARA

(Francesco Paolo Rivera *)

Nel XVIII secolo, alla tavola dei palermitani, era di moda la cucina francese; molti cuochi d’oltralpe furono ospitati nelle cucine dei palazzi nobiliari, e qualcuno di questi cuochi gestì in quel periodo ristoranti, con cucina francese in città.  Tuttavia i buoni palermitani spesso, afflitti, forse, per i complicati manicaretti dei cuochi francesi, che con le loro storte, lambicchi, mortai, filtri e altri sofisticati strumenti, modificavano le cucine delle case patrizie in laboratori, tornavano alla cucina  nostrana, la vecchia cucina palermitana, praticata nelle osterie e nelle taverne della città. Le taverne e le osterie, come erano allora denominate, alla stregua degli odierni ristoranti, erano frequentati da ogni tipo di avventori, aristocratici e plebei, prelati, persone di alto rango, artigiani, giudici, guardiani della giustizia, letterati, filosofi, buontemponi … chi voleva mangiar bene e trascorrere in compagnia di dame e cavalieri una piacevole serata, andava a pranzare in taverna. Molte le taverne a Palermo, quella della Zà Sciaveria (cantata dal Meli e ricordata da Giuseppe Pitrè (1) nella “Vita di Palermo cento e più anni fa”), la taverna della Pasciuta, (quella famosa della Musica d’Orfeo), quella della Za’ Feliciuzza (che diede il nome all’omonimo rione – (2)), quella della Za’ Olivuzza (ubicata nel sito dell’attuale piazza P.pe di Camporeale, che diede il nome all’omonimo rione – (2)).  quella della Perciata, quella di Sbannuta (Bandita in italiano), quella di Bravascu … quella di li Casciara. Così ricorda quest’ultime due taverne Giovanni Meli (3), nel secondo canto del poema bernesco (4)  de “La Fata Galanti” :

Finuta sta vanedda si vidia

cu l’addauro alla porta ‘na taverna

chi Bravascu ! ammucciari si vulia

chidda di li Casciara, chiù moderna;

un pignatuni di trippa cucia,

tutto sbrazzato lu su fatto a perna;

lu garzuni gridava comu un mattu

li maccarruna a du’ ‘rana lu piattu.(5)

La foto raffigura una stampa su rame eseguita da un incisore, Michele Ognibene. Sicuramente non una grande opera sul piano artistico, ma che ha il pregio di fornire una immagine storica della taverna nella Palermo settecentesca. Nella immagine è riprodotta la taverna “di li Casciara”, che sorgeva nel quartiere La Loggia, al Borgo, nella zona ove erano gli artigiani che fabbricavano casse, scale e remi,  nel “porto Pidocchio”  (una zona di spiaggia che estendeva tra il piano dell’Ucciardone e la Chiesa di Santa Lucia, oggi non più esistenti). Al Borgo era accentrata la “Colonia dei Lombardi” emigrati in Palermo e che gestivano il commercio del vino, delle “taverne” e soprattutto la produzione di ottimo pane, e per questo denominati i “lordoni” (perché sempre sporchi di farina) . L’oste riprodotto nell’incisione, seduto maestosamente al suo banco, da dove con occhio vivo e penetrante, vigila l’andamento della sua “putìa”, è Giovan Maria Bassanelli.  Con i capelli raccolti, in una cuffia a rete fermata da un elegante nodo (secondo la moda di quell’epoca), tondo, grasso, con le guance pulite e lisce e l’aria intelligente, gioviale e sorridente, regola, con la mano destra le cose e le persone, con la sinistra accarezza la testa di un bimbo scalzo e cencioso. Avanti a lui il libro dei conti, alla sua sinistra un cavaliere con la “giamberga” (6) consunta e rattoppata, la parrucca inanellata e in mano il bastone col pomo, che con la sua gestualità denota di essere spiantato e in lotta con la fame, e che aspetta che l’oste, con la sua proverbiale signorilità e discrezione, soddisfi le esigenze della sua pancia, anche se il cane tenta di allontanarlo abbaiando. Dietro le spalle dell’oste, le scansie: in quella di destra sono disposti in bella mostra, caraffe, bicchieri, pesci, cacciagione, salsiccie e ogni altra cibaria, in quella di sinistra molti libri di vario formato, tutti rilegati ma sistemati disordinatamente a causa del frequente uso. Alla destra dell’oste la figura del filosofo cinico, Diogene, scalzo, avvolto in un mantello, con i capelli arruffati e la barba ispida, che con la mano sinistra indica l’oste e con la destra tiene la lanterna, che con i suoi raggi illumina il viso dell’oste, … l’amico cercato che ha finalmente rinvenuto: “Hominem inveni”! Chi era Giovan Maria Bassanelli: era nato nel 1740 in un piccolo paese sul lago di Como, Gravedona, da un padre funzionario pubblico (forse procuratore di un Monastero dello Stato di Milano), era stato educato alla filosofia e alle umane lettere. A un certo punto, il padre, uomo pratico, conoscendo che un suo nipote, Andrea, così come altri connazionali lombardi, tutti emigrati a Palermo, aveva accumulato una notevole fortuna con l’esercizio di osterie, decise di indirizzare il figlio nella Città di Palermo, di cui era noto, dai più remoti tempi, il genio di divorare i suoi e di nutrire gli estranei, presso il nipote taverniere. Qui Giovan Maria, di indole docile e ubbidiente, intriso di buone lettere e di sana filosofia, giunge nel 1762, inizia la sua carriera di garzone di osteria, dipendente dal cugino, il quale. avendo apprezzato la abilità e la onestà del giovane, lo associa, presto, nella gestione dell’azienda.  La modicità dei prezzi, la bontà della cucina, la schiettezza dei vini, la larghezza delle provviste, rendono proverbiale la taverna di li Casciara: alla mensa del nobile potè mancare qualche volta il buon pesce o la tenera vitella, mai mancarono alla osteria di li Casciara.  Il garbo e il saper fare dei suoi proprietari era noto a tutti: una comitiva, non appena entrata nel locale, veniva accolta brillantemente dal Bassanelli, che immediatamente, attraverso i suoi garzoni, li serviva di tutto quanto desiderassero. Un brodo sostanzioso e aromatico, una saporitissima frittura, un tocco di lesso, un arrosto rendevano liete le gole più esigenti, e l’oste era sempre pronto a intrattenere gli avventori con piacevoli discorsi, argute barzellette e temi più o meno eruditi a secondo la qualità dei clienti. Naturalmente le qualità dell’oste, la perfezione del servizio, la cordialità nei confronti della clientela, era la migliore pubblicità per la “putìa”. Plebei, aristocratici, prelati, artigiani, giudici, poeti, filosofi, gente allegra che sentiva la necessita di rinfrancarsi con i sani cibi, accorrevano all’osteria di li Casciara, contribuendo alla crescita degli utili.  Morto il cugino Andrea, Giovan Maria, divenuto unico proprietario dell’osteria, dà libero sfogo alle sue passioni. Le scansie piene di ogni prelibatezza per lo stomaco, ma colme di libri: autori greci e latini, libri di cultura di tutte le specie e di tutti i grandi autori del momento – Rainald, Muratori, Robertson -, a nutrimento del corpo e dello spirito! Ma non era soltanto un uomo colto, un filosofo, un artista, era anche un filantropo illuminato, disinteressato e anche signorile: un povero, un indigente, un affamato trovavano sempre la mano amica che lo toglieva dalla fame; preveniva le necessità delle persone ben nate, fingeva di essere già stato pagato per non mortificare i meno abbienti, accorreva a sostentare la famiglia di un morto o di un carcerato rimasta in stato di bisogno, nessun indigente si vide mai rifiutare un aiuto. Dopo circa venticinque anni di esercizio, una malattia, forse mal curata o mal conosciuta, in ventisei giorni, lo portò alla morte il 29 agosto 1787, assistito fino all’ultimo da due pietosi amici lombardi, come lui, Giovanni Bonfante e Sebastiano Caraccioli. La sua morte fu appresa con grande rimpianto da un gran numero di persone, che parteciparono ai solenni funerali tenutisi nella Chiesa di San Giacomo alla Marina, dove venne sepolto nella Cappella di “Cristo alla colonna” privilegio della “Nazione Lombarda”. Durante i moti del 1860 tale chiesa subì gravissimi danni e venne demolita nel 1862. I resti del Bassanelli e di quanti altri  colà sepolti furono dispersi. Rimase la sua memoria nei versi dell’abate Francesco Carì (7):

… il buon Carì, che aggiunge

al profondo intelletto, al così giusto

critico ingegno, al chiaramente esporre

i più astratti pensieri, al si divino

fatidico furore, al colto stile

l’alta scienza delle sacre cose,

il quale, con parole calde e commosse, celebrò la memoria del defunto oste. Le sue lodi furono stampate nel 1787 dal Solli c col titolo “L’A. F. C. L. DI T. NEL. R. A. D.S. DI P.” sintesi del “L’Abate Francesco Carì Lettore Di Teologia Nella Reggia Accademia Degli Studi Di Palermo” – a spese del Libraio Pietro Affronto, che aveva bottega dirimpetto il forno della Casa dei PP. Teatini di S. Giuseppe, anche lui, come Giovanni Meli e Francesco Carì, amico del Bassanelli.

* LC MI Galleria Ib-4

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  • 1841-1916, scrittore, letterato e antropologo, il più importante studioso di folklore e di tradizioni popolari siciliane;
  • o, forse, come ipotizza qualcuno, fu la denominazione del rione a dare il nome alla taverna;
  • 1740-1815, poeta e drammaturgo italiano (annoverato con Carlo Porta, Carlo Goldoni e Giuseppe Belli tra le quattro “coroncine” in raffronto alla tre “corone”, Dante, Petrarca e Boccaccio). Era medico, si faceva chiamare “abate” ma non ebbe mai la tonsura; fu autore di molte opere, tra cui alcune in siciliano, “La Fata Galanti” (nel quale portò agli onori della poesia l’Osteria di li Casciara), le Elegie, la Bucolica;
  • “bernesco” (o in dialetto “berniscu”), alla maniera di Francesco Berni, poeta italiano, 1497-1535, cioè “giocoso, satirico”;
  • a beneficio di qualche giovane lettore che non conosce il vecchio dialetto, forse vale la pena tradurre i versi del Meli (sempre sperando che la traduzione sia corretta): “finita questa stradina si vedeva, con le frasche di alloro sulla porta, una taverna, quella di Bravascu! Si voleva nascondere quella dei Casciari, più moderna: un pentolone di trippa cuoceva; tutto sbracciato, dicendo parole corrette, pregevoli e allettanti, il garzone gridava come un matto “i maccheroni a due grana (antica moneta siciliana) al piatto”;
  • finanziera, redingote;
  • 1726-1798 laureato in teologia, fu uno dei più grandi e affermati studiosi di diritto e di filosofia, autore di molteplici pubblicazioni, giudicato da Giovanni Meli quale grande riformatore del gusto poetico e letterario di Sicilia.

 

 

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