IL TAMERLANO DI LUIGI LO CASCIO

(Gabriella Maggio)

V. Pirrotta –ph di Rosellina Garbo

Luigi Lo Cascio ha debuttato a Palermo il 9 febbraio come autore e regista  di Tamerlano, tratto da Tamerlano il Grande di Christopher Marlowe. L’opera inizia non col prologo come nell’opera elisabettiana:

 

Vi portiamo alla splendida tenda di guerra

Dove udirete lo scita Tamerlano

Sfidare il mondo con parole altisone

Mentre devasta i regni con la spada

( Chr. Marlowe –Tamerlano il Grande- Prologo)

 

ma con una scena caravaggesca per il gioco di luci e ombre che mostra un  Tamerlano sotto un mandorlo fiorito anche se nevica:  è  alla fine della vita e  ripercorre le sue vittorie sanguinose ed efferate. Lo Cascio interpreta le guerre combattute dal condottiero scita in maniera simbolica  come rappresentazione  delle  guerre di sempre, sottratte alla connotazione temporale del XIVsec. Altrettanto attualizzanti i “ siparietti “ dialettali con una funzione esplicitamente didattica. Lo spettacolo è complessivamente  suggestivo, nonostante la lentezza di alcuni passaggi, per l’interpretazione di V. Pirrotta e Gigi Borruso, inseriti in un cast generalmente convincente. Lo Cascio così racconta il rapporto tra il suo testo e quello di Marlowe : «All’origine di questo spettacolo c’è sicuramente il Tamerlano di Christopher Marlowe .  La scrittura del testo si è andata manifestando, per me, quasi nei termini di un congedo, se non di una polemica diserzione, dall’opera di partenza. Mi riferisco alla sostanza concettuale ovviamente e non alla sua irraggiungibile potenza e intensità poetica. Il titano inscalfibile di Marlowe, già subito a una prima impressione, mi è parso così monolitico, così assiduamente fanatico, che mi è venuta la tentazione – che ho cercato poi di rendere plausibile sulla scena – di immaginarlo più tragicamente vittima di un atto da lui stesso compiuto, poi dilaniato da una sofferenza atroce, da un profondo smarrimento, infine forse soggetto a un vero e proprio rivolgimento interiore. In crisi entra proprio la fascinazione, l’amore smisurato che Tamerlano nutre per se stesso in quanto guerriero. In questo spettacolo si immagina che Tamerlano, prese le distanze dai combattimenti, subito prima di morire, ricapitoli la sua vicenda sanguinaria fino al compimento di un atto brutale che lo costringe a constatare l’effettiva natura di scempio della guerra, un massacro insensato che non prevede vincitori ma solo disastro diffuso e imparziali rovine». Il testo pur  interessante non è privo di un atteggiamento didattico a tratti evidente e di una certa lentezza  legata  alla volontà dell’autore di osservare Tamerlano rilevando  nella sua storia  varie sfaccettature che restano però tutte sullo stesso piano.

 

 

 

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