LA RAGION DI STATO

(Francesco Paolo Rivera*)

Polacca

Non si vuole, con questo scritto, esaminare gli studi sulle teorie dei “mezzi di rottura della legalità” tendenti a preservare la sopravvivenza di uno Stato, e tanto meno di svolgere un esame delle teorie enunciate da Giovanni Botero, da Niccolò Macchiavelli, da Max Weber, da Benedetto Croce, da Friedrich Meinecke e da molti altri, fino ad arrivare ad Henry Kissinger, che lasciamo agli studiosi di storia delle idee e della politica, l’intenzione è quella di raccontare un avvenimento storico, vissuto da un illustre palermitano, che si risolse in modo senza dubbio negativo, sicuramente a causa della ragion di Stato. Viaggiare per mare, era, nel XVIII secolo, una avventura per tutti, a parte le paure per il traghettamento dello Stretto di Messina, fomentate dal vortice di Cariddi e dagli scogli di Scilla e dalle superstizioni delle sirene, peggiore era la paura per i cattivi incontri. Sotto la dominazione spagnola i viaggi ordinari erano per Barcellona o per altri porti iberici, durante la dominazione borbonica erano per Napoli, tutti gli altri viaggi per siti più lontani erano appannaggio dei marinai professionisti. I bastimenti usati a quell’epoca si chiamavano “pacchetti” dall’inglese “packet boat”,  Nel 1770 da Palermo si andava a Napoli, con una specie di servizio di linea, a bordo della feluca comandata dal padron Parata, la posta veniva portata dal regio “Pacchetto Tartaro” comandato dal capitano Chianchi o dal pilota Fileti; l’eventuale passeggero, ospitato in una piccola cabina, con letto e vitto, pagava 27 ducati in Napoli o 9 onze in Palermo, ma se si accontentava di stare in coperta, con la branda e la razione dei marinai, la tariffa si riduceva a 3 ducati o 1 onza. Quando una nave lasciava il porto si sparava un colpo di cannone (“tiro di leva”). Ecco i versi di una canzone di un marinaio cantata sulle note del “colascione” (1) che denotano la paura del mare:

“Aimè salpar già l’ancora

“i legni alla marina

“già l’ora si avvicina,

“Nice, del mio partir

“senti il cannone, ascoltalo,

“che di partir m’invita,

“addio mia cara vita,

“addio mio caro ben!”

Purtroppo i mari, e in ispecie il Mediterraneo e le coste della Sicilia, erano infestati dai pirati, uomini armati fino ai denti, che, su navi veloci armate di cannoni, catturavano qualsiasi nave da carico che incontrassero, rubavano tutte le mercanzie che trasportavano, massacravano gli equipaggi o li riducevano in stato di schiavitù vendendoli come bestie nei mercati. Altri, i corsari, al servizio di un governo che li autorizzava, con le “lettere di corsa”, e sotto la propria bandiera a rapinare navi mercantili di Paesi nemici e ad uccidere solo in combattimento, ricevendo in cambio parte del bottino. Questi ultimi, svolgendo la loro attività per conto di un determinato Stato, seguivano un codice di onore: controllavano i documenti e il carico delle navi catturate e le sequestravano solo se appartenenti a Stati non amici. Le coste dell’isola erano piena di torri di avvistamento sulle quali stavano giorno e notte dei guardiani (torrari) e di fortificazioni per proteggersi dalle scorribande dei predoni. La torre più vicina a Palermo era quella dell’Acqua dei Corsari, mentre la villa di Bernardo Filangeri, una tra le più antiche di Bagheria, aveva al centro una torre con ponte levatoio per resistere alle incursioni.

“All’armi, all’armi. La campana sona,

“li turchi sunnu junti alla Marina!”

C’erano i “soldati di marina” che controllavano le spiagge dal Monte Pellegrino fino alla foce del Fiume Oreto (Scoglio di Mustazzola) ma potevano ben poco contro i pirati che arrivavano fino alle spiagge di Mondello. Il Re, nel 1778, su richiesta del Parlamento, concesse la facoltà di armare vascelli contro i pirati, ma ciò non impedì ai due figli del Marchese di Lungarini che recandosi in Spagna alla Corte del Re, come guardie del corpo, cadessero nelle mani dei pirati algerini e restassero in schiavitù. Le navi da carico si erano munite di cannoni e di moschettoni, le vedette non appena avvistavano vascelli sospetti allertavano gli equipaggi a imbracciare le armi; se i pirati presumevano che i galeoni avvistati erano meglio armati dei loro vascelli, si dileguavano velocemente, altrimenti le abbordavano con azioni fulminee e feroci assalti, e impegnavano violenti combattimenti che spesso si concludevano con gravissimi danni da entrambi le parti. La situazione era giunta al punto tale che, le navi da carico veleggiavano sempre vicino alla riva, in modo che sia gli equipaggi che i passeggeri, non appena notavano l’avvicinarsi di imbarcazioni barbaresche abbandonavano le navi con ogni mezzo (talvolta affondandole o bruciandole) e cercavano rifugio nella terra ferma, con gravissime perdite per gli armatori e per i proprietari delle merci trasportate. La pirateria diventò una istituzione internazionale, perché fruttava enormi guadagni: non dimentichiamo che il Vice Re Maqueda (proprio quello che diede il suo nome alla strada palermitana) era denominato “il pirata”, perché armava vascelli che esercitavano la pirateria sulle coste siciliane. Ai pirati magrebini, spesso si aggregavano, oltre a quelli francesi e inglesi, anche quelli siciliani. Il 13 luglio 1794 una nave inglese, non riuscendo ad abbordare un vascello spagnolo, aggredì un veliero palermitano carico di mercanzie, proprio avanti la Lanterna del porto di Palermo, e, visto che ci si trovava, oltrepassò, senza opposizione, il capo del Molo e rubò tutte le imbarcazioni che trovò … dentro il porto di Palermo: tali avvenimenti non erano rari. La notte del 30 luglio 1797 partiva da Palermo diretta a Napoli una polacca (2) greca, denominata “S.Nicolò”, al comando del Cap. Attanasio Buso di Missolungi, ma di proprietà dell’armatore albanese Giacomo Inglese, che batteva, abusivamente, bandiera ottomana. Aveva a bordo una cinquantina di passeggeri. Nei pressi di Ustica, secondo alcuni, o nei pressi del Porto di Napoli secondo altri, sicuramente con la connivenza del comandante, la nave venne assalita da una galeotta (3) corsara turca che la condusse nei pressi di Tunisi. Tra i passeggeri della nave era don Luigi Moncada, Principe di Paternò, duca di S.Giovanni, conte di Caltanissetta (ecc.) (4), appartenente alla famiglia forse più ricca ma comunque più altolocata e potente della Sicilia, il quale con il suo seguito composto di sedici (forse diciotto) persone si recava alla Corte di Napoli. Il comandante della nave corsara, insospettito dalla bandiera ottomana (o forse perché di accordo col comandante greco della S.Nicolò), controllati i documenti dei passeggeri, non avendo rinvenuto il “fermano” (5) del Principe, dichiarò l’imbarcazione “buona presa” (6) perché ritenuta nave straniera, e la rimorchiò a Tunisi. Il Principe, Cavaliere di San Gennaro (7), Gentiluomo di camera con chiavi d’oro (8) del Re e del Principe del Bosco di Belvedere (era il suocero), venne fatto prigioniero dei barbareschi e ridotto, assieme al suo seguito, a schiavo, e imprigionato nel “bagno” (9) (pare che per un certo periodo, forse perché ammalatosi a seguito delle pestilenze frequenti nella regione del Magreb, fosse stato internato nella casa di un mercante francese, certo Famin, ove, durante la cattività, andò a visitarlo uno dei figli). A Napoli, per il mancato arrivo della nave, si temette il naufragio, fino a quando alcuni mercanti segnalarono che la nave era regolarmente attraccata nel porto di Tunisi. Da qui, il Principe comunicò alla (seconda) moglie Giovanna Del Bosco dei Principi di Belvedere, la situazione nella quale si trovava e chiese l’intervento del Re, allo scopo di trattare col Bey di Tunisi (Hammouda Ibn Alì) il suo rilascio.

 

Galeotta

Ferdinando III di Borbone, Re di Napoli, si rivolse al Sultano turco (Isaac Bey) e inviò una ambasceria a Tunisi. Ma il Bey di Tunisi  (anche se vassallo del Sultano Turco) fu irremovibile (una tale occasione viene una sola volta nella vita …), pretendeva un riscatto di 600mila pezzi duri (10), dopo ridotto a 300mila, ma ricevutone soltanto 60mila pretese il rilascio (in data 14 dicembre 1797) di tre obbligazioni cambiarie, con scadenze una a maggio 1798, una a dicembre 1798 e una a maggio 1799, negoziabili presso agenti di cambio francesi a Napoli. Ecco alcuni, dei tanti, componimenti poetici di autori anonimi che denotano la partecipazione popolare a tale evento:

– sotto forma di ipotetico dialogo tra il Principe e un tunisino:

“Sei schiavo, viene ai piedi del Bey!

“Il Principe son io di Paternò!

“Non voglian questi fumi, un corno qui!

“Ei gonfiando e sbuffando zufolò,

“ma tosto il tunisin lo ricoprì

“di un aspro sacco e i piè gli annodò!”

– un rimpianto, dal titolo “il Principe solo”

“Dov’è la mia pecunia, il mio Tosone?

“Quant’era meglio il legno raguseo!

“Ah birba greco!

“Ah quanto fui minchione

“fidandomi alla fe’ di un fariseo.”

– la speranza della liberazione:

“Fra brutti ceffi e barbare persone,

de’ siculi Baroni il corifeo

senza rispetto alcun, senza ragione,

è incastrato come vil plebeo.

Ma la Corte di Napoli e di Spagna

Tutti i i miei feudi, il diritto delle genti

E mia famiglia sì onorata e magna

non lasceranmi invito, ancor mi tocca

la mia bella abbracciar. Con questi accenti

sfogò, sbuffò, fischiò, serrò la bocca.!

Rimesso in libertà e ritornato a Palermo, il Principe si guardò bene dall’onorare il debito, e il Bey ne sollecitò il pagamento, minacciando rappresaglie. Intanto, attraverso i suoi avvocati, il Principe si rivolge alla Magistratura al fine di fare annullare le obbligazioni, strappategli con la forza, tendenti a ottenere il pagamento di somme imposto da cause ingiuste (per atto di pirateria). Ma il Reggente fece intendere al Governo di Napoli, che se il debito contratto dal Principe non fosse stato soddisfatto, il Bey si sarebbe fatto giustizia da solo, e pertanto, sicuramente spinto dalla paura, con una risoluzione assolutamente contraria al diritto, ordinava all’Avvocato fiscale del regio Patrimonio di perorare le ragioni del Reggente contro il Principe: “Allorchè si tratta di articolo che interessa non che il privato, ma il pubblico diritto, l’armonia tra le potenze, la fede delle convenzioni e che per le dichiarazioni fatte dal Bey potrebbero seguirne le più dannose conseguenze per gli Stati e i soldati del Re se non si vedesse amministrata la più rigorosa e la più sollecita giustizia, ha comandato vuole che l’Avvocato fiscale del Patrimonio assista alla difesa di questa causa e per la pubblica sicurezza che si è interessata proponga al Magistrato del Commercio tutte quelle ulteriori istanze che fossero opportune per la soddisfazione della comunicata polizza debitoria.” E l’Avvocato fiscale, marchese Di Blasi, fece suo il detto di Cicerone: “Si quid singuli temporibus adducti, hosti promiserint, est in ipso fides servanda.”La paura per le eventuali ritorsioni del Bey, si tramutò nella “ragion di Stato”, che prevalse sul diritto naturale e su quello codificato. Il Principe fu, così, condannato, con sentenza del Magistrato. a soddisfare il suo debito, e, per evitare disguidi, il Re gli intimò di depositare, immediatamente, nella Tavola (banco pubblico) la somma da versare al Bey, dandone immediata comunicazione al Senato. Il Principe fece orecchio da mercante, ma costretto a corrispondere anche le spese processuali, dovette contrarre enormi debiti, dando in ipoteca a garanzia, molti dei suoi beni.Risulterebbe però che il Regno di Napoli, per paura di eventuali ritorsioni, sia intervenuto, mediante un versamento al Bey di 18.300 pezzi duri, ma fino al luglio 1805 non risulterebbe che l’Erario abbia saldato l’intero debito.

Che la “ragion di Stato” abbia suggerito al Vicerè e al Re tale soluzione può essere considerato ragionevole, ma sorgono, in ordine alla vicenda, parecchi interrogativi circa quanto poteva avere creato il sequestro e ciò che poteva essere successo prima e dopo il sequestro stesso:

  • Perchè il Principe si recava da Palermo a Napoli, con un seguito di ben 16/18 dignitari, servendosi di un vecchia e malandata “Polacca”, comandata da un Comandante greco e di proprietà di un armatore albanese?
  • Perché il vascello batteva abusivamente la bandiera ottomana, forse per evitare aggressioni da parte di pirati o controlli da parte dei corsari … ?
  • Se il comandante greco era connivente, come fece a comunicare la presenza a bordo del passeggero-Principe e del suo seguito e come si accordò con la nave corsara?… forse la “gita” organizzata da molto tempo era conosciuta da molti …;
  • Perché si è servito di una nave di appena una trentina di metri di lunghezza, poco veloce, disarmata, con poche cabine, sulla quale erano già imbarcati una cinquantina di altri passeggeri … sì, è vero, il Principe aveva fama di “risparmioso” (per non dire “tirchio”), ma se avesse voluto risparmiare avrebbe potuto farsi accompagnare da un meno numeroso sèguito, o trasferire tutto o parte del suo seguito con mezzi economici e lui servirsi di nave più accogliente e più sicura? … avrebbe potuto, se non servirsi di un vascello di sua proprietà (aveva la possibilità economica di acquistarlo o di noleggiarlo), servirsi di una nave armata! … forse intendeva nascondersi in mezzo a tutti gli altri passeggeri della nave … ma con un seguito così numeroso, e in compagnia di notevole bagaglio (pare che si fossero imbarcati anche dei cavalli) chiunque avrebbe dato nell’occhio! …
  • Perché portava una ingente somma di danaro (circa 250.000 pezzi duri), nonché gioielli, oggetti di valore e altro, … ufficialmente andava in visita alla Corte, ove sua moglie era dama della Regina, …forse programmava qualche buon affare a Napoli … o, come asserisce qualche cronista, pensava di trasferirsi in quella città? …
  • Perché avrebbe voluto trasferirsi in quella città? … per stare vicino alla Corte …; ma a Palermo e in Sicilia era il Principe di Paternò (con un’altra decina di titoli nobiliari), uno degli uomini più potenti, l’aristocratico sicuramente più ricco di tutta l’Isola …!
  • Perché non si servì, per il trasferimento del danaro, dell’opera di uno o più banchieri … il trasporto di quella ingente somma, avvenuto sicuramente con grossi e pesanti contenitori, non sarà passato inosservato … (11);
  • Perché il Principe era sfornito di documenti che lo qualificassero? … era anche “Grande di Spagna” e, proprio in quell’epoca, esisteva una specie di “trattato di non belligeranza” tra Spagna e Tunisia.
  • Il Principe aveva appena vinto una causa giudiziaria contro Giuseppe Toledo, duca di Ferrandina e marchese di Villafranca, che lo aveva notevolmente arricchito… forse “qualcuno” si era “notevolmente” infastidito, per l’esito di tale giudizio?
  • Perché il Regno di Napoli, che in quel periodo storico pare avesse le casse dello Stato più ricche di tutti gli altri paesi europei, non aveva mai provveduto ad armare una flotta per combattere la pirateria nel mediterraneo e soprattutto per imporre ai paesi rivieraschi del Magreb, che spadroneggiavano nel mare nostrum, il rispetto dovuto a una grande potenza?
  • … a queste e, ad altre domande, la storia e la cronaca non danno esaurienti risposte!

Ciò che si nota positivamente in questa vicenda, dalla lettura degli elementari componimenti poetici, è la partecipazione del popolo alla triste vicenda … in genere il popolo non è molto generoso con i potenti e con i ricchi!

Vale anche la pena ricordare che:

  • nel quartiere Siralcadi (al Capo), a Palermo, vi era un convento dell’ordine religioso di S.Maria della Mercede, i cui monaci (i Mercedari) raccoglievano ingenti somme di danaro, che destinavano al riscatto degli schiavi cristiani dell’Isola. Nell’agosto 1771 avevano riscattato ottantuno cristiani siciliani, spendendo la ragguardevole somma, per quei tempi, di tredicimila onze,
  • il 12 aprile 1787 il Principe di Palagonia, elegantemente abbigliato e scortato da due staffieri in splendenti livree, che reggevano grandi vassoi pieni di monete d’argento e di rame, transitava a piedi al centro del Cassaro, e incurante del fango stradale che gli sporcava gli abiti e degli sguardi dei passanti, percorreva la città facendo la colletta per il riscatto degli schiavi (12);
  • … è chiaro, quindi, che chi poteva, partecipava, mediante notevoli oblazioni, al riscatto degli schiavi … ma non sembrerebbe che abbiano partecipato in quella occasione?!
  • Per concludere, nella biblioteca privata della Casa dei Principi di Trabia erano conservate la copia delle lettere di Ferdinando III al Principe di Paternò, quando era in cattività, al Sultano, e quelle della Regina Carolina alla sua dama di corte Principessa di Paternò, che all’epoca dei fatti, pare fosse incinta (tali scritti esisteranno ancora? … forse …, ma dove?).

* Lions Club Milano Galleria (108 Ib-4)

  • antica chitarra napoletana;
  • bastimento a due alberi (uno di mezzana, con coffa e albero di gabbia e bompresso) mercantile, spesso armato, comune nel mediterraneo, di circa trenta metri di lunghezza (vedi foto 1);
  • piccola nave militare, munita di un solo albero e di una trentina di rematori disposti sui due lati, molto veloce (vedi foto 2);
  • pochi giorni prima il 26 giugno aveva vinto una vertenza giudiziaria contro Giuseppe Toledo duca di Ferrandina e marchese di Villafranca, riacquistando la proprietà della contea di Adernò, Certorchi e Biancavilla;
  • una specie di lasciapassare;
  • il rituale della “buona presa” significava nelle regole dei corsari che le merci della nave fermata erano state legittimamente confiscate;
  • l’ordine di S.Gennaro fu istituito nel 1738 dal Re Carlo di Borbone,
  • il cavalierato della chiave d’oro era una onorificenza sia delle Corti asburgica e spagnola che di quella napoletana,
  • era il carcere per gli schiavi. Solo gli schiavi e i prigionieri di guerra erano custoditi nel “bagno” (poi definito “bagno penale”) e utilizzati per “lavori forzati” (spesso come rematori nelle galere), mentre i delinquenti comuni in genere andavano al patibolo o pativano altri supplizi;
  • monete di argento, dette “pezzi di Spagna” o “pezzi duri”, coniate fino al 1818;
  • in quell’epoca i banchieri e i sensali dei cambi erano numerosi a Palermo, per lo più toscani, ma, proprio in quegli anni, in cui la Gran Bretagna allargava nel Mediterraneo le sue mire espansionistiche, molti banchieri inglesi avevano aperto i loro banchi a Palermo, e nel 1797 anche la famiglia Florio aveva aperto il suo banco. A Palermo erano presenti ”sensali dei cambi” già dal XIII secolo: come curiosità storica, vale la pena trascrivere la seguente lettera di credito, datata 6 aprile 1207: “Simon Rubens (Simone Russo) bancherius fatetur habuisse lire 54 danarosum Januae (Genova), et denarius 52 pro quibus Wmus (Guglielmo) bonarius ejus frater debet dare in Palermo marcus octo boni argenti illi qui ei dabit hanc cartem,”.
  • Il fatto, definito scandaloso, fu riferito dal Goethe e raccolto da altri storici e cronisti di quell’epoca (Villabianca e Pelaez).

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