PER CORMAC McCARTHY

Gabriella Maggio

Martedì  13 giugno 2023 è morto a 89 anni lo scrittore   americano  Cormac  Mc Carthy, famoso  oltre che per le sue opere  anche  per il suo carattere  schivo, considerato un  oracolo senza profezie sulla condizione umana. Dopo aver abbandonato l’università, ha vissuto in Alaska , a Chicago, nel quartiere francese di New Orleans e in una baracca appena fuori Knoxville campando alla giornata, come il protagonista del suo romanzo  Suttree, e rifiutando ogni offerta di reading, interviste, presentazioni, inviti a insegnare scrittura creativa, che considerava una truffa. Tutte queste esperienze  hanno ispirato  suoi romanzi.  Nelle rare interviste se qualcuno gli chiedeva come creava le sue opere rispondeva  : «È come il jazz. I musicisti creano mentre suonano e forse solo quelli che lo sanno fare possono capirlo». I suoi autori preferiti sono stati  Fëdor Dostoevskij, Lev Tolstoj, William Faulkner, James Joyce e Herman Melville, «gli scrittori che hanno fegato». Il nucleo della narrativa di McCarthy si trova nella lotta disperata dell’individuo contro l’indifferenza del cosmo. Al mito della frontiera come conquista della wilderness e trionfo della «civiltà ha  sostituito qualcosa di orrorifico, che avanza portando morte e distruzione , decostruendo  la storia mitopoietica della nazione. Eppure  aveva  a cuore le cose, le persone e la  vita che reputava  una gran cosa anche quando sembrava brutta « dovremmo apprezzarla di più, essere grati. Non so a chi, ma dovremmo essere grati per ciò che abbiamo». Non si poteva definire un credente ma diceva che a volte fa bene pregare: «Non è necessario  avere un’idea chiara su chi o cosa si stia pregando, lo si può fare anche avendo dei dubbi. Il lavoro creativo spesso è mosso dal dolore. Può darsi che se non hai qualcosa in testa che ti fa impazzire non riesci a fare nulla. Non è un granché. Delle cose che ho scritto alcune oggi non mi interessano più, ma mi interessavano prima che ne scrivessi. Quindi c’è qualcosa nella scrittura che le appiattisce. Le esaurisce».  Soltanto  la scrittura, che a sua volta genera una realtà soggettiva, rende accessibile la comprensione del mondo. In questa scissione tra la ricerca di una verità ultima – che è al tempo stesso affermazione di un ordine e imposizione di un logos affidato alla narrazione – e l’annientamento di ogni significato e di ogni simbolo c’è il senso di tutta l’opera di McCarthy. Impossibile ascriverla interamente a un nichilismo totalizzante o al recupero ostinato di un’interezza umana prima della caduta. Un esempio  della narrativa di Cormac McCarthy, si trova nell’incipit di Suttree il suo romanzo del ‘79 ,forse più autobiografico, dove si rivolge direttamente al lettore: «Caro amico adesso nelle polverose ore senza tempo della città quando le strade si stendono scure e fumanti nella scia delle autoannaffiatrici e adesso che l’ubriaco e il senzatetto si sono arenati al riparo dei muri e dei vicoli o nei terreni incolti e i gatti avanzano scarni e ingobbiti in questi lugubri dintorni, adesso in questi corridoi selciati o acciottolati neri di fuliggine dove l’ombra dei fili della luce disegna arpe gotiche sulle porte degli scantinati non camminerà anima viva all’infuori di te». In tempi che tendono ormai quasi esclusivamente alla semplificazione, McCarthy si è sforzato di restituire attraverso il linguaggio l’estrema complessità e ineffabilità dell’esistenza: è questa la cifra della sua scrittura, che lo accomuna a grandi autori come Melville e Faulkner. Le sue  parole scorrono senza argini di punteggiatura inondando la città e i suoi abitanti in un abbraccio atemporale di dialoghi umani, degli umani più confusi, nevrotici. Negli ultimi decenni ha lavorato  al Santa Fe Institute, un istituto di ricerca teorica del New Mexico in cui fisici, biologi, informatici e altri scienziati studiano materie molto complesse usando approcci multidisciplinari. Cormac  Mc Carthy   era l’unico scrittore. Di  questa esperienza resta traccia nelle sue ultime opere che  parlano estesamente di fisica, matematica e linguaggio. « L’interesse per la scienza, diceva,  ci  rende più responsabili sul modo di pensare  e meno tolleranti per le cose non rigorose».

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