LA RIVOLUZIONE DI PALERMO DEL 1647

Francesco Paolo Rivera *

Nella seconda metà del seicento, a causa di particolari situazioni economiche e sociali. le cose andava male in Sicilia. La Spagna governava l’Isola attraverso la classe baronale, la quale badava soltanto a conservare e ad accrescere il proprio prestigio. Gli ordini religiosi esercitavano il controllo del territorio di giurisdizione civile e penale sulla popolazione, la Santa Inquisizione “purificava le anime perse riportando i fedeli sulla retta via”, arrestando, torturando, condannando tutto coloro che ostacolavano la loro attività. Non esisteva libertà di pensiero e con la paura i vescovi, gli abati e gli altri capi degli ordini religiosi esercitavano il controllo politico. Quando Filippo III° di Spagna provò a migliorare la tragica situazione in cui si trovava la Sicilia, nominò governatori, Pedro Tellez Giron, duca d’Osuna (1) e poi Cristobal de Sandoval Rjocas, duca d’Uzeda, i quali tentarono in tutte le maniere di eliminare gli abusi, sistemare i conti, ridurre i privilegi, ridurre il banditismo, allontanare il pericolo ottomano che dominava i mari, senza riuscirvi. La situazione europea di quell’epoca era piuttosto confusa, la Spagna governava, impegnata nella Guerra dei Trent’anni al fianco dell’impero asburgico, in Portogallo Giovanni IV° di Braganza guidava la rivoluzione, avvenimenti che comportavano un malcontento economico  anche in Sicilia: mancava una forte compagine di mercanti, di intellettuali, di liberi professionisti, quelle che comandavano erano la classe baronale e quella religiosa, perché  le corporazioni artigiane, anche se numerose erano incapaci di mostrare una coscienza di classe, essendo essenzialmente privi del ruolo politico e in costante soggezione al potere regio e a quello baronale. Gli enormi carichi tributari, cui era sottoposta la popolazione, appesantiti dalle richieste della Spagna, che doveva affrontare le guerre in cui era impegnata, le spese per curare le opere di fortificazione di Palermo (che necessitavano di grossi e costosi interventi), le aumentate scorrerie dei corsari ottomani che infestavano i paesi rivieraschi della Sicilia, la scarsità dei raccolti, causarono il rincaro del pane e la fame del popolo. I dazi sul sale e sull’olio aumentarono rendendo impossibile la vita della povera gente, per il reperimento delle risorse necessarie si arrivò alla svendita del patrimonio pubblico, titoli nobiliari, castelli e terre si vendevano al migliore offerente, diverse famiglie aristocratiche approfittarono della situazione per arricchirsi ulteriormente. Il frumento veniva venduto al mercato nero, l’economia dell’isola crollò, in più arrivò la peste (2). Nel 1646 scoppiò una prima rivolta a Messina, domata con alcune concessioni da parte del Vicerè. Nel gennaio 1647 la situazione si aggravò ulteriormente: prima le intense piogge e poi la siccità contribuirono ad affamare la gente, dal contado il popolo si trasferiva nella capitale con la speranza di racimolare qualcosa da mangiare; l’autorità preposta all’annona decise di ridurre il peso della pagnotta di  pane, anzi chè di aumentarne il costo, e questo provvedimento provocò grosse conseguenze, il popolo che fino a quel momento si era limitato a lamentarsi, cominciò a reagire con violenza e diede inizio alla rivolta popolare capeggiata da un bandito, evaso dal carcere, ove era recluso per omicidio, il mugnaio  Nino La Pelosa. Il Vicerè non era all’altezza della situazione, la nobiltà restava neutrale, la forza pubblica non interveniva per sedare la piazza; finalmente il 21 maggio 1647 il vicerè firmò il bando che disponeva “di abolire percentualmente le gabelle della farina, del vino, delle carni e dei formaggi per tutta la città e territorio di Palermo perpetuamente e per sempre e li Consoli delle maestranze habbiano da fare due Giurati popolari perpetuamente da oggi innanzi per servizio del popolo di Palermo”. Tale ordinanza soddisfece le corporazioni che riacquistando fiducia nella nobiltà – che da circa tre secoli monopolizzava il potere – impedivano la continuazione del moto rivoluzionario, riuscendo persino ad evitare l’assalto alla “Tavola” (il Banco Pubblico). In conclusione, la rivoluzione dopo due giorni di furia popolare venne conclusa con tre impiccati e il capo popolo Nino La Pelosa, che aveva guidato la sommossa, consegnato ai gesuiti, per la “salvezza dell’anima”, costretto (straziato dal boia con le tenaglie arroventate) a confessare le sue “colpe” venne impiccato in piazza Bologna a un palo. Ma la rivolta non si concluse, infatti circa tre mesi dopo il vicerè, in conseguenza del fatto che sia i nobili che le autorità municipali si erano allontanate dalla capitale, rimasto isolato, affidò l’ordine pubblico alle maestranze dei pescatori e nominò Capitano di Giustizia il console dei ramai. I consoli delle corporazioni designarono, in una riunione nella chiesa di S. Giuseppe dei Teatini, due giurati popolari da includere nella giunta senatoria, scegliendoli tra agiati cittadini, che essendo però, molto vicini alla aristocrazia dominante, consentirono che quest’ultima riprendesse la sua supremazia nell’amministrazione della capitale. Intanto, la carestia e la fame del popolo inducevano a decidere che era “giunto ormai il tempo di levar la sua voce e farla finalmente sentire”. I moti popolari si estesero in tutta l’isola, anche se il comportamento delle maestranze si espresse in maniera non conforme a quello delle corporazioni palermitane: in alcuni Comuni gli artigiani collaborarono con i nobili nella repressione delle sommosse, mentre in altri (Girgenti) gli artigiani collaborarono coi rivoltosi che assaltarono il palazzo arcivescovile (dove pare vi fossero nascosti ingenti quantitativi di grano). La rivolta comunque rimase accentrata nella capitale dove per reperire le risorse necessarie gli amministratori si videro costretti a prelevare i depositi dei privati presso la “Tavola” (il Banco pubblico) che di lì a poco fallì. Il senato, in seduta straordinaria, finalmente si rese conto che per rimpinguare le casse comunali occorreva imporre nuovi balzelli ai ricchi, occorreva colpire i beni di lusso, i simboli della ricchezza, i beni voluttuari. (3)  Naturalmente questi nuovi tributi non furono condivisi dai nobili e dai bottegai. Si studiò anche la opportunità di espropriare i gesuiti di una parte dei loro beni acquisiti. I consoli, al fine di predisporre un programma per il buon governo della città convocarono una riunione nella chiesa di san Mattia dei Padri Crociferi (in via Torremuzza) alla quale parteciparono anche i due senatori (nominati dal popolo) per cercare di tenere calme le masse, anche se era chiara l’intenzione della classe baronale di riprendere in mano la situazione.  A questo punto i  capi delle maestranze, riuniti in una taverna della Bocceria (Vucciria) decisero di abbandonare l’atteggiamento pacifista instaurato fino a quel momento e di capitanare la rivolta, e nominarono, per sorteggio, tre capi: Giuseppe Errante, console dei conciatori, Pietro Pertuso, capo dei lettighieri e  Giuseppe d’Alesi, (4), il quale proclamato Capitano Generale del Popolo abolì le gabelle e i privilegi baronali e si impegnò assieme all’inquisitore Diego Garcia de Trasmiera (5) al fine di far tornare il Vicerè e convincerlo a concedere maggiore autonomia alla città: la rivolta infatti.  non era contro il vicerè ma contro il governo. Nel programma dei congiurati era previsto di abbattere il Governo e di impadronirsi del potere il giorno di Ferragosto in quanto in quel giorno il vicerè, i magistrati e tutte le autorità solevano visitare i santuari di Gibilmanna e di Maredolce, ed era quindi facile farli tutti prigionieri. Ma gli organizzatori della rivolta (gente semplice, per la maggior parte senza grande furbizia ed esperienza) non tennero conto di eventuali delatori, i quali si affrettarono a informare le autorità, che convocarono i consoli al fine di evitare la sommossa. Solo due dei consoli si presentarono alla convocazione, e siccome, a causa del prolungarsi della riunione, tardavano a rientrare, si sparse, sulla piazza, la voce che li avessero arrestati. Il popolo lungo il Cassaro, al grido “All’armi! Il Vicerè ci tradisce” diede luogo a una manifestazione popolare capitanata dal D’Alesi che, dirigendosi verso la Kalsa, assieme ai pescatori, andò a impossessarsi delle armi, delle munizioni e di due cannoni presso il “Baluardo del Tuono” (6) e si diresse a Porta Nuova, ove avvenne un sanguinoso scontro con le milizie spagnole, in conseguenza della quale. il vicerè assieme ai nobili fu costretto ad allontanarsi dalla città. Il D’Alesi, ormai capo dei rivoltosi, acclamato “pretore a vita”, cercò di contenere gli eccessi dei dimostranti.  Sempre circondato e scortato dal popolo, aveva preso l’abitudine di cavalcare per le vie cittadine indossando ricchi abiti e con un largo seguito di gente. e preceduto da uno stendardo fregiato con l’insegna della Madonna. I consoli tentarono di aiutarlo con suggerimenti e consigli, ma l’inquisitore Trasmiera, approfittando della vanità del D’Alesi, ne divenne l’unico vero consigliere riducendolo totalmente in balia della sua volontà, infatti quando alcuni capi delle maestranze richiesero al Tribunale dell’Inquisizione la liberazione dal carcere del letterato Francesco Emanfredi Baronio (7) perché collaborasse col D’Alesi, negò la scarcerazione, ritenendolo la sola persona in grado di guidare i rivoltosi nel governo della città. Il D’Alesi, privo di esperienze di governo, veniva contornato da una piccola corte di nobili, che collaboravano con l’inquisitore Trasmiera, al fine di isolarlo dalle altre categorie di maestranze, per rompere la solidarietà delle corporazioni che lo sostenevano e far naufragare la rivolta. Il senato, per venire incontro alle esigenze del popolo e per trovare le soluzioni più adeguate, convocò una riunione, presso la Chiesa di San Giuseppe dei Teatini (ai Quattro Canti), ove oltre ai senatori, ai consoli delle corporazioni, alla nobiltà (incluso il p.pe di Trabia), agli inquisitori e a una gran folla di popolo, partecipò il D’Alesi (con una grande seguito di stendardi e alfieri). In quella sede, i convenuti approvarono una serie di progetti di riforme innovative tendenti a migliorare le condizioni sociali delle classi meno abbienti e ad assicurare una maggiore partecipazione al governo della città delle corporazioni artigiane, progetti tutti da sottoporre alla preventiva  ratifica del vicerè, ma non deliberarono, neanche sotto forma di proposta, un nuovo sistema fiscale alternativo, né una adeguata soluzione per il reperimento delle necessarie disponibilità finanziarie. Il D’Alesi venne, in quella sede, esageratamente ricoperto di onori (8) al fine di alienargli la simpatia e la fiducia delle maestranze (sicuramente sobillate dai nobili e dall’inquisitore). Ma, con il ristabilimento dell’ordine e il ritorno della pace, e con il rientro del vicerè a Palermo, emersero i frutti dell’errata politica finanziaria, i benefici tanto attesi, non solo non arrivarono, e non sapendo dove reperire le risorse finanziarie occorrenti per far fronte alle esigenze della Città, fecero scoppiare la controrivoluzione. Il popolo, istigato dai nobili e sicuramente istigato dal Trasmiera, volle la testa del D’Alesi; circa diecimila persone in armi, tra cui molti nobili e preti, capitanati dall’inquisitore (col Crocifisso in una mano e la spada nell’altra) raccoltasi tra piazza Marina e i Quattro Canti, si diede alla caccia del proprio Capitano, il quale abbandonato dalla sua scorta (perché non aveva ricevuto la paga), respinto da più di una chiesa alla quale aveva chiesto asilo, ma addirittura respinto alla sua richiesta di confessarsi, non trovando nessuno disposto a nasconderlo alla furia popolare, attraverso i condotti dell’acqua di scarico, si seppellì sotto cumuli di foglie secche. La folla inferocita si diede ai saccheggi (particolarmente a quelli delle case dei conciatori: erano coloro che lo avevano appoggiato), rintracciato il fratello Francesco, del D’Alesi, che si era nascosto in casa di amici, in  vicolo dei Mori (a Porta Nuova), lo uccisero; quindi scoperto  anche il Giuseppe D’Alesi, lo trascinarono seminudo sulla scalinata della chiesa della Madonna della Volta (9) ove il cavaliere Alessandro Platamone gli troncò la testa che il procuratore fiscale Pietro Sbernia portò in giro per la città, appesa a una pertica. Seguirono eccidi ed esecuzioni sommarie anche al cospetto del vicerè, che rientrato in Città, assistette alle esecuzioni sommarie ai piedi del Castello o mandava i rivoltosi al p.pe di Partanna che assisteva alle esecuzioni avanti il Palazzo Pretorio, “non vi era boia, ma il primo che voleva uccidere, con un pugnale mozzava il capo …” secondo quanto fu riferito dai cronisti. Ci fu chi mise a confronto la rivolta del D’Alesi con quella del capopopolo napoletano Tommaso Aniello (Masaniello), ma gli storici ritennero il primo meno ingenuo e più moderato del secondo, anche se entrambi generosi e desiderosi di giustizia, commisero entrambi l’errore di voler conciliare  la nobiltà e il popolo, il Governo e la Piazza, le rivolte e la fedeltà alla Corona di Spagna, cose assolutamente inconciliabili, i due capipopolo, sicuramente storditi dalla popolarità  e dalla potenza, non furono coadiuvati da consiglieri sinceri e affidabili capaci di guidarli con onestà, esperienza, decisione e chiarezza di idee. Al fine di risollevare la crisi economica, che fomentava le rivolte, era necessaria una corretta politica finanziaria, un sistema fiscale in grado di abolire le gabelle e concretizzare un corretto piano di entrate fiscali, che purtroppo non fu realizzabile. Malgrado il D’Alesi fosse stato giustiziato, molti altri continuarono a studiare piani di rivolta che coinvolgessero l’intera Isola, si arrivò a progettare una confederazione con Napoli, una alleanza con i francesi o con i turchi contro gli spagnoli, la creazione di un vero esercito, ma tutti i tentativi di rivolta, (anche per la delazione di informatori) vennero repressi. Si ha notizia anche di un certo Francesco Varia (o Vaira), calabrese del quale non si conosce la fine (infiltrato tra le fila della plebe) che progettava di proclamare la repubblica e di procurare le necessarie riserve economiche mediante il saccheggio del Monte di Pietà, della Casa dei Gesuiti e delle case dei nobili.   Venne, quindi, nominato Presidente e Capitano Generale del Regno di Sicilia il cardinale Teodoro Trivulzio (10) il quale. con gradualità ma con fermezza. restaurò il Regno: ripristinò il coprifuoco, vietò l’uso delle armi, abolì le milizie delle maestranze, revocò i giurati popolari, eliminò tutte quelle piccole conquiste che il popolo era riuscito a ottenere, insomma riportò la situazione politica ed economica a quella che era prima della rivolta. La vita a Palermo e nelle altre località della Sicilia riprese con lo stesso ritmo di prima, anche se la rivolta delle maestranze diede la indicazione che il ceto artigiano intendesse distinguersi dalla massa popolare, che consentì la restaurazione dell’antico ordine.

*) Lions Club Milano Galleria – Distretto 108 Ib-4

Note:

  • 1) Il cui nome completo era “Pedro Tellez Giron, y Velasco Guzman Y Tovar terzo duca D’Osuna (1574-1624), combattette contro i ribelli fiamminghi, svolse operazioni militari tese a ridurre la potenza navale dell’Impero ottomano e progettò un piano, destinato all’annessione di Venezia all’impero spagnolo (noto come “la congiura di Bedmar”). Il piano prevedeva un attacco dal mare della flotta spagnola a Venezia e all’interno una rete di infiltrati (organizzati da un certo Nicolò Renault e dall’ambasciatore Bedmar) che avrebbero creato panico e confusione nella città, piano fortunatamente fallito:
  • 2)portata da una nave proveniente da Tunisi. con a bordo cristiani riscattati dalla schiavitù. che diffusero la malattia, morbo che fu debellato per “intercessione di Santa Rosalia” che diede origine al rito della annuale processione delle sue ossa;
  • 3) tre tarì per ogni porta o finestra aperta nella pubblica via; sei tarì per i balconi delle case in città; due tarì per ogni apertura di case, torri, magazzini, forni, taverne, molini; centocinquanta tarì per ogni carrozza tratta da cavalli o da muli; sei tarì sopra ogni libra di tabacco; dodici tarì  per ogni salma di orzo che entrava in città; quindici tarì per ogni vacca o giovenca che si portava alla macellazione; un “testatico” (imposta sulle persone facenti parte di una comunità di età superiore a 15 anni) a carico dei benestanti e dei commercianti;
  • 4) uomo ardito e risoluto. abile nell’uso delle armi, dotato di notevole forza fisica e potere carismatico, nato a Polizzi Generosa nel 1612, di mestiere battiloro (erano gli artigiani, che con un grande martello, riducevano l’oro in grandi fogli, che poi venivano, in fili, tessuti per confezionare indumenti ricchissimi) che partecipò ai disordini del maggio 1647 organizzati da Nino Pelosa; con il quale venne arrestato. Evaso dal carcere si trasferì a Napoli ove conobbe Tommaso Aniello (Masaniello) con il quale partecipò ai moti napoletani;
  • 5) (1604-1661) era fiscal (pubblico ministero) presso il Tribunale dell’Inquisizione di Valladolid. Nel 1632 fu nominato Inquisitore di Valencia, e nel 1634 fu inviato in Sicilia, ove restò per circa vent’anni, partecipando attivamente alla ricerca dell’assetto politico ed economico del regno in conseguenza della rivolta del 1647. Entrato a far parte del Consiglio della Suprema Inquisizione di Madrid, venne nominato Vescovo di Zamora nel 1660;
  • 6) nel 1533 per incarico del vicerè Pignatelli, prima, e del vicerè Gonzaga dopo, l’architetto militare bergamasco Antonio Ferramolino trasformò il sistema murario “a cortine e torri” di Palermo, in quello “bastionato”, in quanto i bastioni (detti anche baluardi) resistevano meglio a i proiettili delle artiglierie nemiche. Furono costruiti 13 baluardi, dei quali quello che si trovava nella zona del Foro Italico (eretto nel 1550) venne denominato “Baluardo del Tuono” (demolito nel 1754)
  • 7) monrealese (1593-1654) scrittore prolisso e fecondo, che avendo istigato il popolo di chiedere al vicerè la facoltà di eleggersi due giurati popolari, finì nelle Carceri del Sant’Uffizio ove, secondo il Pitrè, cosparse i muri della cella di scritti, versi, preghiere e poesie, firmandole con una “B.”;
  •  8)gli vennero attribuiti, oltre alla carica di Capitano Generale, i titoli di “Illustrissimo”, di Sindaco a vita della Città, e l’assegnazione di una indennità annua di duemila ducati;
  • 9) nel 1600, con l’apertura della via Maqueda, si creò un dislivello tra la via e la Bocceria Nuova, che furono collegate da un passaggio a volta ove fu dipinta l’immagine della Madonna delle Grazie. Il vicerè Juan Alphonso Enriquez de Cabrera (1597-1647), per devozione, vi fece erigere la chiesa della “Madonna della Volta” che il popolo chiamò “Chiesa dei “Vintitri Scaluna” (tanti erano gli scalini che la collegavano con la via Maqueda) poi demolita per la costruzione della piazza adibita a mercato denominata “Vucciria Nuova”;
  • 10)Giangiacomo Teodoro Trivulzio (o anche Vivulzio) (1597-1656) conte di Melzo era figlio di Carlo Emanuele Teodoro (VIII) della nobile famiglia Trivulzio di Milano e di Caterina Gonzaga, fu creato cardinale dal Papa Urbano VIII nel 1629, Presidente e Capitano Generale del Regno di Sicilia nel 1647, Vicerè di Sardegna nel 1651, Governatore del Ducato di Milano nel 1655, e nel conclave di quell’anno, che elesse papa Alessandro VII. pronunciò l’Habemus Papam.

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