LA FIGURA DEL MAESTRO NELLA LETTERATURA ITALIANA
Alessandro Montagna
E dopo agosto, con la sua calura,
viene settembre, tiepida frescura.
L’estate non è morta, ma si ammala,
il giorno un po’ si accorcia, il sole cala.
Le foglie sono verdi, ma più stanche,
le belle abbronzature tornan bianche.
Il bosco ronza ancora, ma più quieto,
gli uccelli fanno un canto più segreto.
La scuola ricomincia a metà mese,
con cose note e con delle sorprese.
Lo zaino è più pesante, tira in basso,
quest’anno ti rallenta un poco il passo […]
(Roberto Piumini, Settembre)
Con queste prime tre strofe della poesia Settembre di Roberto Piumini introduciamo questo articolo del mese di settembre relativo alla figura dell’insegnante di scuola elementare (oggi denominata scuola primaria). Le varie regioni possiedono ciascuna un proprio calendario scolastico che a metà mese condurrà all’inizio di un nuovo anno scolastico, l’a.s. 2026/27. Suonerà dapprima la campanella nella provincia autonoma di Bolzano il 7 settembre, poi seguiranno le diverse regioni fino al 17 settembre quando ritorneranno a scuola gli alunni della Puglia. L’avvio della scuola prima della legge 517 del 4/8/1977 (che stabilisce il periodo compreso tra il 10 e il 20 settembre per il rientro sui banchi di scuola) avveniva il 1° ottobre ed i bambini di prima elementare che in quella data si recavano a scuola per iniziare il loro percorso venivano chiamati “remigini” poiché San Remigio è il santo che si festeggia proprio il primo giorno del mese di ottobre. Nell’ottica di Edmondo De Amicis (1846-1908) la figura dell’insegnante elementare diviene il pilastro per una costruzione patriottica, morale e pedagogica per l’Italia all’indomani della sua raggiunta unità ed indipendenza. Il messaggio civile e il senso d’appartenenza devono passare inevitabilmente dalla scuola, a suo avviso. Il maestro elementare svolge pertanto una sorta di missione educativa e di vita al fine di forgiare i cittadini del domani. Secondo il critico Asor Rosa, gli scritti del De Amicis hanno inviato con forza un messaggio e hanno contribuito a formare una sorta di breviario civico, veicolando una bussola etica promossa e condivisa da varie classi sociali per la crescita delle generazioni d’italiani successive. Nel nostro comune sentire attuale alcune pagine risuonano talvolta come eccessivamente retoriche, drammatiche o patriottiche. Il volume più conosciuto di De Amicis è, senza dubbio, il libro Cuore (1886), celebre romanzo per l’infanzia scritto sottoforma di diario di Enrico Bottini, studente di terza elementare in una scuola torinese nell’anno 1881-1882. In esso troviamo la figura del maestro Giulio Perboni, maestro ammirato, probo ed integerrimo, il quale pronuncia dinnanzi ai suoi 54 alunni maschi un toccante discorso in cui li considera la sua ormai unica famiglia, dopo essere rimasto solo in seguito alla morte di sua madre (“Non ho più che voi al mondo, non ho più altro affetto, altro pensiero che voi. Voi dovete essere i miei figliuoli”). Emerge il valore di una scuola che si può definire “di cuore”, all’insegna della dolcezza quindi, un po’ come l’aveva intesa Don Bosco, ma nell’accezione laica tipica dell’autore. Viene nominata anche la “maestrina dalla penna rossa” che insegna nella classe inferiore, così chiamata non per il colore dell’inchiostro impiegato per correggere quanto per la penna rossa del cappello che recava sul capo. Questa donna, parallelamente, acquista agli occhi del lettore le qualità di una empatica insegnante attenta alle esigenze degli alunni più in difficoltà. Le doti del bravo docente, riflesse nelle qualità dei maestri Perboni e della maestrina, sono la dedizione totale al proprio compito, la comprensione umana ed il rifiuto dell’autoritarismo, affinché l’aula scolastica divenga una palestra per imparare e per crescere dal punto di vista affettivo e morale. Anche nelle successive opere La maestrina degli operai (1895, in cui la protagonista, signorina Varetti, è una timida maestra di una scuola serale per adulti) e ne Il romanzo di un maestro (1890, incentrato sulle vicende del maestro Ratti) troviamo l’ambientazione scolastica a far da sfondo alla vicenda narrata. La frase di seguito riportata e tratta da Cuore assurge a dichiarazione solenne della concezione deamicisiana: “E pronuncia sempre con riverenza questo nome – maestro – che dopo quello di padre, è il più nobile, il più dolce nome che possa dare un uomo a un altr’uomo”. Compiendo un passo in avanti temporale e giungendo alla metà del Novecento assistiamo alla presenza di grandi maestri attivi pressoché nello stesso periodo, in questo caso non in qualità di personaggi letterari, ma di docenti reali che hanno impreziosito l’esperienza pedagogica del nostro Paese, affiancando i propri contributi alle celebri figure illuminate di Maria Montessori e del rivoluzionario sacerdote Don Milani con la sua Scuola di Barbiana nel Mugello. Uno fra tutti, Mario Lodi (1922-2014) capace di coinvolgere i propri scolari della piccola scuola di Vho di Piadena (nel cremonese) nella realizzazione di storie da loro stessi composte, raccontate e stampate in proprio in una sorta di tipografia scolastica (sulla scorta dei suggerimenti del pedagogista francese Freinet). Da questa didattica laboratoriale nasce il famoso racconto Cipì che venne presto editato da Einaudi. Il maestro così descrive l’origine della storia: “Alla finestra, nel grigiore diffuso, tutti gli occhi inseguono il passo felpato di un gatto che ha puntato una preda che nessuno vede. «Un topo, no. Forse un uccellino. Poverino, chissà che dispiacere avrà la sua mamma se il gatto se lo piglia…»”. I suoi alunni si erano alzati per vedere fuori dalla finestra ed avevano assistito a questa scena, poi si erano interrogati sul destino del passero che aveva fatto il nido e della sua prole: così, dalla semplice osservazione e alimentata dalla fantasia, era nata tutta la trama. Analogamente era sorta la storia di Bandiera ed altre. Lodi non sedeva mai in cattedra, ma si spostava tra i banchi e, da quel che si seppe, non bocciò mai nessuno. Un altro grande contributo è stato offerto da Alberto Manzi (1924-1997) ossia colui che condusse tra il 1960 e il 1968 il programma televisivo Non è mai troppo tardi. Il maestro partecipò al provino e, in maniera originale, conquistò l’attenzione tramite una lezione corredata dai suoi disegni alla lavagna. La trasmissione andò in onda sulla RAI (a partire dalle ore 18 e per tre sere a settimana) e in collaborazione con il ministero della Pubblica Istruzione, mirava a consentire ad adulti di apprendere le basi della lingua italiana e permise ad oltre un milione e mezzo di adulti lavoratori di presentarsi come privatisti al fine di sostenere gli esami di licenza elementare. In generale si abbassò sensibilmente il tasso di analfabetismo. Per molti “studenti lavoratori” si trattava di un miglioramento per la propria carriera, dopo aver abbandonato gli studi, in altri casi fu un valore simbolico riuscire a diplomarsi. Ancora oggi diversi centri di ricerca dedicano a Manzi le proprie ricerche, come a Bologna sotto l’egida degli studi del professor Roberto Farnè dell’ateneo bolognese. Diplomato magistrale a Roma, Manzi insegnò dapprima in un riformatorio, poi per molti anni fu maestro alla scuola elementare Fratelli Bandiera sempre nella capitale; venne infine eletto sindaco di Pitigliano (in provincia di Grosseto) negli ultimi anni della sua vita. Accanto alle vicende esposte, ricordiamo che fu anche autore di libri per bambini come Orzowei. Manzi incontrò numerose frizioni con il ministero soprattutto a causa del suo strenuo rifiuto di compilare il registro e di inserire i voti. Alle critiche da parte delle commissioni ministeriali, egli rispose obiettando “Non posso bollare un ragazzo con un giudizio, perché cambierebbe, è in movimento”, e preferendo imprimere sulle pagelle scolastiche di ogni singolo suo alunno la dicitura “Fa quel che può, quel che non può non fa”. Non possiamo non menzionare anche Gianni Rodari (1920-1980), autore di molti racconti, filastrocche e poesie appositamente pensate per i bambini. Notevole è nella sua produzione il romanzo La freccia azzurra (1964), da cui è stato tratto nel 1996 il gradevole film di animazione con la regia di Enzo D’Alò, sognante parabola natalizia con i giocattoli che prendono vita. Nato ad Omegna, località sul lago d’Orta, studiò presso l’istituto magistrale di Gavirate e per pochi anni insegnò nelle scuole elementari nel varesotto, dove dimostrò subito con le sue lezioni in aula il suo spiccato interesse nei confronti della creatività e dei giochi. Dopo aver intrapreso la carriera giornalistica, si dedicò anima e corpo alla realizzazione di libri per l’infanzia che gli valsero il premio Andersen nel 1970 per i suoi meriti letterari. Il suo scritto Grammatica della fantasia. Introduzione all’arte di inventare storie si articola in 45 brevi capitoli ed è l’unico saggio teorico che pubblicò. Tra l’altro si tratta di appunti di lezioni, laboratori e seminari di scrittura creativa tenuti nelle scuole di Reggio Emilia tra gli anni ’40 e gli anni ’70 e trascritti a macchina da una stagista che aveva assistito a queste conferenze: questi appunti rimasero a lungo dimenticati e furono pubblicati solo nel 1973. Il destinatario dell’opera è il maestro, l’educatore o comunque l’adulto (anche il genitore) che lavora a diretto contatto con i fanciulli ed è loro accanto durante l’immaginazione e l’elaborazione di storie. Lo scopo che si prefigge Rodari è quello di stimolare la creatività dei bambini, rendendoli partecipi delle loro stesse creazioni; per questo motivo, lo scrittore desidera comunicare al pubblico strategie per costruire storie inventate e ritrovare in esse le caratteristiche principale e la genesi. La produzione di ogni storia è una costruzione, un vero e proprio gioco in cui si fabbrica, parte dopo parte, un racconto frutto della fantasia. Rodari fa ricorso all’esempio delle fiabe che per lui non devono essere ritenute intoccabili ed immutabili, bensì è possibile smontarle, ribaltarle e ricrearle. L’insegnante deve fungere da facilitatore cercando di far sì che l’allievo si senta coinvolto in prima persona nel suo percorso creativo. Ogni singola frase e ogni singola parola suscita emozioni particolari che invitano il bambino a generare, per merito della fantasia, gli sviluppi futuri della sua storia. Si tratta di uno sviluppo compositivo continuo che ha luogo nel momento del suo farsi, un vero e proprio work-in-progress. Rodari paragona la parola a un sasso gettato nello stagno. Al pari del sasso, una parola “gettata nella mente a caso” produce onde, ovvero provoca una serie infinita di reazioni a catena, che coinvolgono l’esperienza, la memoria, la fantasia e l’inconscio poiché la mente non assiste passiva alla rappresentazione, ma la crea al contempo. Occorre che alla luce di esse, sappia innovare, ricreare mondi possibili, così che la propria fantasia possa spaziare in ogni direzione. Anche se rappresentano un’eccezione, non mancano però le visioni più critiche o, comunque grottesche, riguardo alla scuola, come quella espressa dal letterato vigevanese Lucio Mastronardi (1930-1979), anch’egli maestro elementare, il quale ha manifestato spesso una sorta di amore-odio nei confronti dell’insegnamento, come può comprendere anche dalle vicissitudini biografiche dell’autore. A suo giudizio, il ruolo dell’insegnante rappresenta una sorta di simbolo della crisi identitaria, economica e sociale della piccola borghesia intellettuale di fronte al boom economico italiano. Il protagonista dell’opera Il maestro di Vigevano, cioè il maestro Mombelli, a dispetto del suo status non si sente apprezzato a dovere e non trova soddisfazione nemmeno nel suo stipendio sicuro sebbene abbastanza umile, tanto che sua moglie lo spinge a licenziarsi e ad impiegare il denaro per aprire un calzaturificio. I fallimenti si susseguono, inscrivendo l’opera di Vigevani sulla scia dei romanzi riguardanti gli inetti sveviani e configurandosi in tal modo come una sorta di Cuore agli antipodi, radicalmente opposto alla fiducia ottimistica riposta da De Amicis. Troviamo nel personaggio di Mombelli una personale disillusione nei confronti della liturgia astratta della burocrazia scolastica e scetticismo riguardo ai nuovi metodi e alle nuove frontiere educative. Appare a tratti anche una critica agli influssi della corrente dell’attivismo pedagogico che ha dominato indiscussa per molti decenni nel Novecento, come ci si accorge leggendo queste parole: “«Per fare una lezione sul ferro cominceremo col portare la scolaresca a casa di un minatore! – Impossibile – urlò Nanini – A Vigevano non ci sono minatori!»: in questo caso la proposta formulata da una professoressa di pedagogia in occasione di un corso di aggiornamento viene stroncata sul nascere da Nanini, un maestro collega di Mombelli. Emerge in un altro passo la frustrazione di un Mombelli scoraggiato di fronte a questo tentativo di lezione interattiva rivelatosi un buco nell’acqua: “«Il maestro è un mi… E’ un mi…», il maestro chiama gli alunni a completare la frase. «Il maestro è un mi… E’ un mi…» . «E’ un missile!», rispondono i ragazzi in coro, con la loro ingenua sfrontatezza. E il maestro strabuzza gli occhi: «E’ un missionario! E’ un missionario!”. Dopo aver compiuto questo excursus dedicato principalmente alla scuola elementare, come sorta di ABC che fonda le basi del saper leggere, scrivere e far di conto, risulta chiaro come l’Italia dalla sua Unità del 1861 (o meglio dal 1859 se annoveriamo anche la legge Casati del 1859) ad oggi si sia costantemente interrogata e abbia assiduamente riflettuto sui valori e sui metodi della scuola, consapevole del preziosissimo lavoro svolto dagli insegnanti, partendo dagli educatori delle scuole d’infanzia fino ai professori universitari. L’ambito letterario, basandosi sulla materia del vissuto, ha chiaramente e fedelmente ricalcato il trascorrere del tempo, i connessi cambiamenti della società e le meditazioni sulle istanze proprie della scuola.

