QUANDO PALERMO IMPARÒ A GUARDARSI

Francesco Pintaldi

Eugène Sevaistre, Barricate in via Toledo durante la rivoluzione di Palermo,

2 giugno 1860. Veduta stereoscopica

La fotografia nell’Ottocento, tra barricate, monumenti e volti della città

Oggi fotografare Palermo è un gesto quasi spontaneo. Basta attraversare una piazza, osservare un particolare architettonico o incontrare un volto interessante perché la mano cerchi il telefono. Nell’Ottocento, invece, fissare un’immagine richiedeva tempo, preparazione e una certa dose di meraviglia. La fotografia era ancora un’invenzione recente, compresa fra esperimento scientifico e creazione artistica. Proprio allora Palermo cominciò a guardarsi attraverso un obiettivo e a costruire, immagine dopo immagine, la propria memoria moderna. Quando nel 1839 Louis Daguerre presentò a Parigi il procedimento che avrebbe preso il nome di dagherrotipo, la notizia si diffuse rapidamente in Europa. Per la prima volta la luce sembrava capace di disegnare da sola, lasciando su una lastra l’impronta precisa delle cose. Il risultato appariva quasi prodigioso, sebbene la preparazione fosse laboriosa, i tempi di posa lunghi e ogni immagine costituisse un esemplare unico, non riproducibile. Anche Palermo, città mediterranea ma aperta agli scambi con il continente, fu presto raggiunta dalla novità. Nei primi anni furono soprattutto fotografi stranieri e operatori itineranti a portare apparecchi, lastre e procedimenti appresi in Francia o in altre città europee. Sistemavano provvisoriamente le loro attrezzature, annunciavano l’arrivo sui giornali e offrivano ai palermitani l’esperienza inconsueta di farsi ritrarre dalla luce. Non era ancora il gesto rapido e disinvolto al quale siamo abituati. Chi si sedeva davanti all’obiettivo doveva restare immobile, spesso appoggiato a sostegni nascosti dietro il corpo, mentre il fotografo controllava l’illuminazione e il tempo di esposizione. Forse deriva anche da questo la gravità di tanti volti ottocenteschi: non necessariamente persone tristi, ma uomini e donne impegnati a non muoversi e consapevoli di partecipare a un momento solenne. Farsi fotografare significava lasciare una traccia di sé destinata a sopravvivere al tempo.

Il 1860: la storia entra nell’obiettivo

Fu però il 1860 a imprimere una svolta decisiva alla fotografia palermitana. Durante le giornate dell’insurrezione, la città divenne teatro degli scontri fra le truppe borboniche, i garibaldini e i volontari siciliani. Le strade furono occupate da barricate, macerie, sbarramenti improvvisati e segni del bombardamento. Il fotografo francese Eugène Sevaistre, presente a Palermo almeno dal 1858, rivolse il proprio apparecchio verso quella Palermo sconvolta. Fotografò barricate all’Albergheria, lungo via Toledo (l’odierno corso Vittorio Emanuele) e nei pressi di porta Maqueda; riprese edifici colpiti e luoghi nei quali si erano appena consumati gli scontri. Le sue immagini sono considerate tra i primi esempi di reportage fotografico realizzati in Italia. Non mostrano generalmente l’azione nel suo svolgersi, perché gli strumenti dell’epoca non consentivano ancora di fermare movimenti rapidi, ma ne raccolgono le conseguenze: una città ferita, improvvisamente trasformata dalla storia.

La banca dati dei beni fotografici della Lombardia conserva e cataloga alcune di queste riprese.

In quelle fotografie le strade appaiono quasi immobili. Le barricate sono ancora in piedi, ma il combattimento sembra essersi appena allontanato. Proprio questa apparente quiete rende le immagini particolarmente suggestive: lo spettatore avverte che qualcosa è accaduto pochi istanti prima e che la città porta ancora su di sé le tracce della violenza. La fotografia non era più soltanto un mezzo per riprodurre monumenti o ritrarre persone illustri. Diventava testimone degli avvenimenti. Non sostituiva il racconto scritto, ma gli affiancava una prova visibile, capace di attraversare le generazioni.

Giuseppe Incorpora, il fotografo della città nuova

Accanto agli operatori stranieri cominciarono presto ad affermarsi fotografi palermitani. Fra questi occupa un posto di primo piano Giuseppe Incorpora, nato nel 1834. Appassionato di pittura e attratto dalla possibilità di “dipingere con la luce”, apprese i nuovi procedimenti anche grazie ai rapporti con fotografi francesi itineranti. Nel 1860 era già attivo professionalmente e collaborò con Sevaistre nella produzione e diffusione delle vedute stereoscopiche degli avvenimenti palermitani. La stereoscopia era una delle meraviglie più amate dal pubblico ottocentesco. Due immagini dello stesso soggetto, riprese da punti leggermente differenti, venivano osservate mediante un apposito visore e restituivano l’impressione della profondità. Per chi non aveva mai viaggiato, guardare una veduta stereoscopica di Palermo, di Monreale o dei templi siciliani equivaleva quasi ad affacciarsi su quei luoghi. Incorpora fotografò Garibaldi, esponenti della famiglia reale e personalità della vita pubblica, ma rivolse l’obiettivo anche alla città e al paesaggio: Porta Felice, il Foro Italico, Monte Pellegrino, il duomo di Monreale e numerosi scorci della Sicilia. Il suo lavoro univa precisione documentaria e sensibilità compositiva. Per i suoi meriti fu nominato cavaliere del Regno d’Italia e fotografo della Real Casa da Umberto I.

L’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione lo annovera tra i protagonisti della fotografia italiana dell’Ottocento.

Attraverso le sue immagini Palermo non veniva soltanto conservata: veniva presentata. Monumenti, giardini, piazze e panorami diventavano parte di un racconto destinato ai viaggiatori e al pubblico europeo. La fotografia proseguiva così, con strumenti nuovi, la tradizione del Grand Tour.

Gli atelier e il teatro del ritratto

Nella seconda metà del secolo gli studi fotografici si moltiplicarono. L’atelier divenne un luogo a metà strada fra laboratorio tecnico, salotto elegante e piccolo teatro. Vi si trovavano tende, colonne, balaustre dipinte, tavolini, poltrone e fondali che ricreavano ambienti raffinati. Il cliente poteva scegliere la posa e, almeno in parte, l’immagine di sé che desiderava consegnare agli altri. Il ritratto fotografico, inizialmente costoso e riservato a pochi, divenne progressivamente più accessibile. La diffusione della carte de visite, una piccola fotografia montata su cartoncino, favorì lo scambio delle immagini fra parenti e amici. Nacquero album familiari nei quali i volti venivano ordinati e custoditi come capitoli di una storia privata.

Giorgio Sommer, Porta Felice a Palermo, circa 1870. Stampa fotografica all’albumina.

A Palermo si distinsero, oltre a Incorpora, Eugenio Interguglielmi ed Enrico Seffer. Interguglielmi avviò la propria attività negli anni Sessanta e raggiunse una notevole notorietà nella ritrattistica. Davanti al suo obiettivo passarono rappresentanti dell’aristocrazia, della borghesia, della politica e della cultura. Il suo studio contribuì a definire l’immagine della Palermo di fine secolo, sospesa fra antichi privilegi e desiderio di modernità. Partecipò, insieme con Incorpora e Seffer, alla grande Esposizione Nazionale di Palermo del 1891-1892, entrando in contatto anche con importanti fotografi italiani, fra i quali i fratelli Alinari.

La sua attività è documentata dall’ICCD.

Quei ritratti raccontano molto più dell’aspetto fisico delle persone. Gli abiti, gli arredi, la posizione delle mani, un libro appoggiato sul tavolo o un bastone da passeggio rivelano aspirazioni, ruoli sociali e modi di rappresentarsi. La fotografia non si limitava a mostrare chi si era: suggeriva anche chi si desiderava apparire.

Una città fra memoria e trasformazione

Sul finire dell’Ottocento Palermo cambiava rapidamente. Si aprivano nuove strade, si costruivano teatri e ville, cresceva la presenza di una borghesia imprenditoriale e si affermava la stagione dei Florio e della Belle Époque. La fotografia accompagnò questa trasformazione, documentando edifici, cerimonie, esposizioni e protagonisti della vita cittadina.  Accanto ai fotografi palermitani operarono in Sicilia anche importanti studi provenienti da altre città italiane. Tra questi si distinsero Giorgio Sommer, attivo soprattutto a Napoli, e la fiorentina Casa Brogi, che, attraverso vedute monumentali e scene di vita popolare, contribuirono a diffondere in Italia e all’estero l’immagine di Palermo e della Sicilia.  Le vedute realizzate non erano mai del tutto neutrali. La scelta dell’inquadratura poteva esaltare la monumentalità di una chiesa, l’ampiezza di una strada o il carattere pittoresco di un quartiere. Spesso le lunghe esposizioni cancellavano il movimento delle persone e restituivano piazze sorprendentemente vuote. Ne derivava una Palermo silenziosa e solenne, talvolta più ordinata di quanto dovesse apparire nella vita quotidiana. Eppure, ai margini dell’immagine, affiorano particolari preziosi: una carrozza, un venditore, alcuni bambini incuriositi, le insegne delle botteghe, i panni stesi, il fondo irregolare delle strade. Sono presenze minute che oggi attirano il nostro sguardo forse più degli edifici monumentali. In esse riconosciamo una città vissuta, non ancora trasformata in cartolina. Guardare oggi queste fotografie significa dunque attraversare una soglia del tempo. Le barricate, le piazze silenziose, i monumenti e i mestieri di strada non appartengono soltanto al passato: continuano a raccontare il modo in cui Palermo ha imparato a riconoscersi e a consegnare la propria immagine alle generazioni future.

Edizioni Brogi, Palermo – Acquaiolo, tra fine 1800 e inizio 1900. Fotografia n. 12070.

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