DAL PALADINO D’ORO AL PIACERE DI CANTARE INSIEME

Francesco Pintaldi

 

Sport cinema e voci corali nella conversazione con Manrico Signorini

In un coro, arrivare primi serve a poco. Basta anticipare l’ingresso di una nota per accorgersene. Occorre aspettare, ascoltare gli altri, trovare il proprio posto: tutte cose che anche una buona squadra conosce bene. Ho pensato a questa somiglianza mentre conversavo con il maestro Manrico Signorini, partendo dal Paladino d’Oro e finendo, quasi senza accorgermene, a parlare del piacere di stare insieme. L’occasione è l’annuncio della presentazione romana del Paladino d’Oro Sport Film Festival, prevista il 14 ottobre alla Camera dei Deputati. Nato nel 1979 per iniziativa di Vito Maggio e Sandro Ciotti, il festival porta sullo schermo lo sport e le storie umane che lo attraversano. La sua 46ª edizione si svolgerà a Palermo dal 1° al 7 dicembre, con proiezioni e incontri ai Cantieri Culturali alla Zisa e la serata conclusiva al Politeama Garibaldi.

Fra i riconoscimenti annunciati per la presentazione romana figura quello al documentario Combattente di Marco Spagnoli, dedicato a Raf Vallone. Prima che il cinema lo rendesse celebre, Vallone era stato anche calciatore di Serie A, oltre che giornalista e partigiano. A ritirare il premio sarà la figlia Eleonora; un Paladino d’Oro è stato assegnato anche a Raoul Bova, protagonista e guida del documentario, con un passato da nuotatore. Biografie che aiutano a capire quanto materiale narrativo possa esserci dietro una prestazione sportiva. Manrico Signorini porta con sé una lunga esperienza di palcoscenico.

Cantante lirico con carriera internazionale, diplomato in canto e in composizione, si è esibito all’Arena di Verona, al Teatro Massimo di Palermo, al San Carlo di Napoli e in teatri d’Europa e d’Asia. Ha cantato accanto ad artisti come Mirella Freni e Renato Bruson e lavorato con registi come Franco Zeffirelli. Nel 2015 ha fondato a Palermo la Settima Polifonia, trasferendo nel lavoro corale questa esperienza e il desiderio di condividere la musica. Signorini conosce il festival anche dalla parte del palcoscenico: vi ha partecipato al Politeama con il suo coro, la Settima Polifonia. Ne ricorda la crescita nel tempo e la presenza di personaggi del cinema e dello spettacolo. Per la prossima edizione, mi precisa, una nuova partecipazione del coro è ancora in attesa di conferma.

Ma che cosa spinge tante persone a dedicare tempo ed energie al canto corale? La risposta del maestro prende le mosse dalla musica d’insieme e arriva presto alla socialità. Si uniscono le note, certo, ma anche le persone, le passioni, le idee. Chi canta deve imparare a sentire la propria voce dentro quella degli altri. È un esercizio musicale che, a pensarci, potrebbe tornare utile anche fuori dalla sala prove. Nell’esperienza del suo coro, Signorini ha osservato negli anni il desiderio di prepararsi sempre meglio e di affrontare i concerti con maggiore cura. Il divertimento resta però un ingrediente essenziale. Si può lavorare seriamente su un brano e provare gioia nel farlo: anzi, è proprio quella gioia a dare voglia di tornare alla prova successiva. Anche il nome Settima Polifonia racconta qualcosa di questa curiosità. Nasce dal fascino che gli accordi di settima hanno sempre esercitato sul maestro e dal richiamo alle diverse voci della polifonia. Il repertorio segue la stessa apertura: musica classica, pop italiano e angloamericano, gospel e incursioni nel rock. Passare da un genere all’altro richiede arrangiamenti e preparazione, con il contributo dei musicisti e della band che collaborano con lui. Richiede anche attenzione al pubblico e al luogo in cui si canta. Il passaggio più affettuoso della conversazione arriva quando gli chiedo quali rapporti si creino fra i coristi. Signorini mi parla della crescita delle singole voci, anche attraverso le lezioni, e di solisti che emergono all’interno del gruppo. Poi torna a ciò che gli sta più a cuore: avere costruito un coro nel quale ci si senta in famiglia. La qualità dell’esecuzione conta, ma conta anche il desiderio di ritrovarsi. È un pensiero vicino alla sensibilità di tante aggregazioni: ciascuno mette a disposizione qualcosa di proprio e il risultato prende forma insieme agli altri. Sul campo, sullo schermo o davanti a un direttore, il talento personale ha bisogno di incontrare quello di chi ci sta accanto. Aspettando il Paladino d’Oro, dunque, vale la pena tendere l’orecchio anche alle voci della nostra città. Magari la prossima volta che ascolteremo un coro, oltre alla melodia, proveremo a sentire tutto il lavoro e tutta l’amicizia che tengono insieme quelle persone. E forse ci verrà voglia di cantare con loro.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il nostro sito web utilizza i cookie per assicurarti la migliore esperienza di navigazione. Per maggiori informazioni sui cookie e su come controllarne l abilitazione sul browser accedi alla nostra Cookie Policy.

Cookie Policy