LA POESIA È PAROLA

Prolusione del  President e della Giuria, Marco Onofrio,  alla cerimonia di premiazione

del Premio Letterario Internazionale “Ibn Hamdis”

Palermo, 17 ottobre 2026

Come già nelle precedenti occasioni, ho l’onore e il piacere di introdurre con una mia prolusione questa bella cerimonia che dedichiamo ai valori autentici della poesia, per celebrare i quali è nato e viene organizzato – ormai da quattro anni – il Premio Internazionale “Ibn Hamdis”. La poesia è parola, dunque, e lo è nella misura in cui la parola è spazio di luce che imprime nel mondo la traccia dell’uomo. Noi siamo la parola che diciamo, anzi: che si dice in noi, mediante noi. È verbo che crea la realtà e ne istituisce il fondamento. Dinanzi a cose enormi e indicibili, infatti, ci viene meno la parola, cioè la pietra che tiene in piedi il mondo. La poesia è il collante che unisce queste pietre, poiché in essa la parola splende nella sua quintessenza, baluginando da un varco aperto sull’infinito che è già dentro e intorno a noi. Il lampo della parola squarcia il buio della cecità. Noi come specie animale ci siamo appropriati di noi stessi allorché dal guaito bestiale arrivammo alla parola, e dalla parola, poi, al dialogo e al discorso. Scrive Elias Canetti in “Auto da Fé”: “Il principio dominante del mondo è la cecità”. Non a caso Saramago ne ha fatto motivo e metafora profonda del suo capolavoro.Viviamo immersi nella cecità: dell’universo, della materia oscura, dello spazio freddo, delle cose, e soprattutto di noi stessi. Il 95% della realtà fisica è completamente ignoto ai nostri occhi: le nostre gamme di percezione rappresentano solo una piccola porzione dell’intero spettro dell’esistente. Basta già un cane, cioè un animale sensibile agli ultrasuoni, per dimostrare questo. E basta pensare agli organi interni e invisibili del nostro corpo, al loro funzionamento autonomo, alle cellule di cui siamo fatti e di cui, tuttavia, nulla sappiamo. Racchiudiamo il mistero stesso del cielo stellato: non è da meno il nostro cervello, la presenza reale della nostra mente che ci dà coscienza di esistere ed agire. La poesia è parola che esplode nella sua multidimensionalità fisica e metafisica per darci lo shock e il brivido di questo mistero, sollevando il velo opaco delle abitudini rassicuranti che ci tengono al riparo da un contatto diretto con la realtà nuda. È un modo di guardare le cose, al tempo stesso da dentro e da fuori, che ci trasmette il suo strano stupore commosso. È scintilla di rivelazione che rende memorabile l’istante: l’ora che passa ora.Leggo da “Rimembri ancora”, di Paolo Di Paolo: “Scrivere, con la luce, in questo istante. Della luce di questo istante”. E ancora: “I versi fanno scintillare i minuti, i singoli minuti del nostro stare al mondo. La miracolosa stranezza di essere vivi”. Il guazzabuglio di cui siamo composti viene così illuminato nella sua ossimorica complessità. Cito dalla quartina 130 del poeta persiano Omar Khayyâm, contemporaneo di Ibn Hamdis: noi siamo “principio della gioia” e al contempo “miniera del dolore”, “essenza di giustizia” e “fonte dell’ingiustizia”, “bassi e alti”, “perfetti e impotenti”, “rugginoso specchio” e “limpida coppa”. Ma abbiamo le parole per dirlo, e già questo ci consente di non esser sopraffatti dal caos e di non cedere alla tentazione della follia. Il logos della parola è – come dire? –  il manico con cui possiamo impugnare il mithos del sogno e dell’immaginazione, per trasformare noi stessi, e di conseguenza il circostante. La dimensione letteraria è davvero la realizzazione della “soaltà” teorizzata da Guglielmo Peralta, che affianca alla città strumentale dei traffici umani la città invisibile delle idee dove abitano le nostre cose più alte e dove irradia perennemente la nostra essenza.  Bastano poche parole per scavarci dentro e inchiodarci alla verità. Come non citare due classici del nostro ‘900 con i loro celebri versi?

Giuseppe Ungaretti:

 

Si sta come

d’autunno

sugli alberi

le foglie.

 

Salvatore Quasimodo:

 

Ognuno sta solo sul cuor della terra

trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera.

 

Questa condizione esistenziale viene levigata e lenita dalla parola poetica, che ci accomuna alla sorte degli altri e ci fa sentire appunto meno sperduti dinanzi al vuoto del mondo. Nel grumo straziato di dolore che la poesia scioglie per ognuno da millenni, è implicito un principio di solidarietà creaturale e di pace fraterna tra tutti gli esseri e le cose. Ecco perché la poesia è per natura contraria ad ogni guerra.Nel suo assetto è inscritto il “meridiano” dell’essere, cioè – per citare Paul Celan – una linea inesistente e insieme verissima che indica, attraverso molti territori, l’incontro con la parte più autentica di sé stessi e, dunque, una sorta di continuo “ritorno a casa”. Leggo dalla quarta di copertina dell’edizione Einaudi, dal titolo “La verità della poesia”:

Su questa linea a ciascuno è data la possibilità di tracciare il proprio cammino verso quel sapere e quel sentire che appaiono sempre più lontani da chi è assediato dalla civiltà del rumore e del fatuo, e in essa si perde.

La poesia ci riconnette al silenzio delle stelle, tant’è vero che nasce per rispondere al loro mistero. La parola poetica è la porta girevole dove passa il continuo interscambio tra fisico e metafisico, visibile e invisibile, ontico e ontologico. Il cuore della poesia è il silenzio pieno di tutte le possibili parole, perciò per raggiungerla dobbiamo fare silenzio, anzi diventare la parola stessa del silenzio.  Mi perdonerete se, a tal proposito, per sintetizzare le molte implicazioni del discorso, leggerò una mia poesia del 2013, tratta dalla silloge “Ora è altrove”:

PAROLA

L’universo è una parola:

l’unica vera,

l’unica non nostra.

 

Una parola che significa di sé

senza referente.

Una parola assoluta

dai sensi e dai suoni infiniti.

Una parola incisa nel silenzio

come una ferita.

 

Ora: il grande silenzio

dell’universo

è il silenzio che precede

questa parola

se si deve ancora dire

e dire ancora…

o quello che segue la parola

che nell’universo già si disse…

o è il silenzio la parola

che l’universo è e dice

e la parola che noi stessi

gli dobbiamo e ci dobbiamo

rispondere?

E ancora: l’unica parola

che si dice da sé, nell’essere,

oppure, come tutte le parole,

ha bisogno di qualcuno

che la dica?

Chi è che pronunciò

la parola dell’universo?

Chi deve dirla

o continuare a dirla?

Nel rapporto originario tra silenzio e parola c’è la ferita ontologica della poesia, e dunque lo spessore antropologico della nostra condizione terrena. Che cosa dice e comprende il silenzio, che già la poesia non abbia detto e compreso? Quale segreto si cela nell’abisso del silenzio? Come è possibile accedere a questo nucleo irriducibile di senso?

 

Ancora Omar Khayyâm, quartina 128:

Non posso nascondere il Sole con un pugno di Polvere / Non posso svelare i misteri del segreto Destino; / Dal mare della Meditazione la sapienza m’ha tratto una Perla / che per tremor di paura non posso infilare. È questa la verità della parola poetica: una perla che non si lascia infilare, perché la mano trema. Scrive infatti Edith Stein: “Quanto più alta è la conoscenza, tanto più essa è oscura e misteriosa, tanto meno è possibile racchiuderla in parole”. E tuttavia, nel lampo del suo momento di grazia, essa apre la porta di una conoscenza superiore che può illuminarci. Il poeta parla con il peso del silenzio nelle tasche. E lo fa in una condizione di emergenza e precarietà, come dinanzi a un rischio supremo, in pericolo di vita. Così ha dichiarato la poetessa canadese Anne Carson, Premio Nobel 2026 per la Letteratura: “Se la prosa è una casa, la poesia è un uomo in fiamme che corre a tutta velocità attraverso di essa”. Ed è una immagine che mi ricorda la metafora del passero di Beda il Venerabile: l’esistenza umana come il volo di un passero che, in una notte di tempesta, infila la porta e, attraversando la stanza illuminata, torna veloce nel buio da cui è venuto.     La poesia ci consente di contattare il mistero vertiginoso degli esseri e delle cose, e di portare avanti il testimone invisibile della vicissitudine infaticabile che chiamiamo vita. Non è solo una questione di trasmissione generazionale del valore umano, ma anche una prospettiva di resistenza agli abusi della storia, in grado di assimilare la via crucis personale entro i più ampi destini della comunità planetaria.    L’arte, infatti, come diceva Dario Fo, è organizzare la fantasia e il sapere contro ogni ostacolo normalizzante, contro ogni forma di consenso, di controllo e di anestesia degli individui. Non per sentirsi migliori, ma per sentirsi meno soli. Per stringere alleanze tra chi si sente escluso e sbagliato, sopraffatto dal “brutto poter che, ascoso, a comun danno impera”. Anche come viatico del pellegrino, come provvista di luce in tempi oscuri di povertà – e tali sono quelli che stiamo purtroppo vivendo. Lo diceva peraltro il nostro Ibn Hambis: “Le parole le ho messe dentro una sacca preziosa, vincolo di sussistenza per attraversare il deserto”.   La poesia ci convoca continuamente alla verità profonda delle cose, e dunque alla capacità di “sentire” con occhi di nuovo limpidi, sinceri, originari, oltre la polvere delle abitudini e gli steccati dei pregiudizi, con le anime finalmente risvegliate dal torpore e dal grigiore dei giorni. Abbiamo bisogno di ravvivare le nostre anime, se vogliamo rianimare le nostre vite. La nostra anima vuole vita, e la nostra vita vuole anima.

La parola poetica è umilmente a servizio di entrambe.

 

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