IBN HAMDIS E NOI, LA POESIA E L’IDENTITÀ MERIDIONALE
Bernardo Santos
Il premio ricorda il grandissimo poeta siciliano Ibn Hamdis. Che grande gioia, forse una coincidenza. Vengo da Siviglia, dalla città che ai tempi d’Ibn Hamdis era una città regno che includeva quasi la metà della attuale Andalusia e, come sapete bene, dove lui ha trovato pace e amicizia, un solco fertile dove lavorare. Chi più legato a noi? Pur avendo vissuto mille anni fa, chi più rappresentativo di quello siamo stati? e di quello che siamo oggi? Ibn Hamdis è un migrante, un errante. Uno fra tanti milioni di siciliani o andalusi che sono stati costretti ad abbandonare il loro paese di nascita per trovare un posto al sole. Ibn Hamdis è il primo di tanti che, dopo, sono emigrati, gli ultimi in America Latina e nel Nord Europa, e che hanno conformato la nostra identità cambiante con il dolore della separazione. Ma forse lui è anche un esempio del contrario, cioè di tanti migranti che sono venuti in Andalusia e in Sicilia nei tempi dove questi regioni erano ricche, avevano uno sviluppo storico ed economico che le mostrava come attrattive per altre popolazioni, come regioni centrali della cultura e della geopolitica del suo tempo. Per loro, per quelli di cui abbiamo parlato prima, quelli che se ne sono andati lontani, compreso Ibn Hamdis, si può dire che la nostalgia è stata la sua patria. La nostalgia della Sicilia, della Andalusia. La patria non è una bandiera non è un esercito, la patria è la nostalgia, l’infanzia, la giovinezza, il ricordo del mare, della campagna, delle strade dei nostri paesini, delle nostre città. Per tutti loro la patria è la festa e il vino, i frutti, la musica che ogni tanto arriva, le abitudini che ancora oggi sosteniamo e sono state create dai nostri antenati.
Sicilia mia. Una poesia di Ibn Hamdis. Versione di Toti Scialoja.
Sicilia mia. Disperato dolore si rinnova per te nella memoria.
Giovinezza. Rivedo le felici follie perdute e gli amici splendidi.
Oh paradiso da cui fui cacciato!
Che vale ricordare il suo fulgore? Mie lacrime.
Se troppo non sapeste d’amaro formereste ora i suoi fiumi.
Risi d’amore a vent’anni sventato
a sessanta ne grido sotto il peso.
Ibn Hamdis rappresenta un’esperienza che abbiamo subito nel sud dell’Europa da Millenni, cioè l’esperienza dello sradicamento, a volte della trasformazione profonda dell’identità, a seconda delle invasioni, a seconda delle migrazioni sia della popolazione sia degli intellettuali che hanno condiviso il Mediterraneo come una sola casa. Oggi che ci sono derive identitarie nazionaliste molto pericolose, forse è il tempo di sottolineare che noi meridionali, noi mediterranei, abbiamo un’identità fluida, un’identità che cambia col tempo, che siamo stati diversi, differenti, in ogni tempo storico, che quello che siamo oggi non è immutabile, non è essenziale, ma si sviluppa nella storia, nella cultura, nel rapporto con gli altri. È importante sapere e gridare a tutti i venti, che questa identità cambiante è la nostra fortezza, il nostro grande vantaggio, che così siamo riusciti a sopravvivere due millenni. Ibn Hamdis rappresenta come nessun altro, la identità diffusa, mobile, spostata ripetutamente dai meridionali.E che cosa c’entra questo discorso con la poesia? La poesia vuole essere uno spazio e un tempo universale, ma quando si scrive, si scrive oggi, qui. Io credo fermamente in questo. Io appartengo a un movimento poetico spagnolo che si chiama poesia della coscienza critica. Questo vuol dire una poesia diversa nelle sue forme, con un’espressività multipla, ma che è sempre attenta a quello che accade oggi ed è attenta pure a quello che accade qui, nella nostra comunità, nei dintorni. E oggi, e qui, il problema dell’identità è molto importante. Si trova nel discorso politico e sociale, forse, direi, nel discorso del qualunquismo. E per noi poeti della coscienza critica l`identità non si esprime su basi rigide, delimitate, dettate da un essenziale immutabile, ma l`identità ha un orizzonte più vasto, quello della memoria, della storia, della trasformazione culturale continua. La critica culturale deve avere un po’ d’immaginazione e i poeti e le poetesse attuali devono scrivere da una concezione d’identità ibrida. Sennò, saranno lontani dall’avanguardia che sfida i confini tradizionali della cittadinanza e della appartenenza. È un nuovo paradigma culturale oltre lo Stato nazionale, oltre forse, vorrei dire, le lingue. Come diceva Massimo Canevacci la cultura deve fuggire in fretta da un territorio identitario e stabile visto come oppressivo, tradizionale, inadeguato, autoritario, illiberale, patriarcale, coloniale.Così lo vedeva pure Franco Battiato che nel 2011 mise in musica alcune opere d’Ibn Hamdis nel suo disco La essenza del reale. Infatti, lo creò per i festeggiamenti del 150esimo Anniversario dell’Unità d’Italia forse per ricordare che la diversità forma parte delle radici culturali dell’Italia. Sarebbe bello se i poeti meridionali scrivessero come meridionali, ripristinassero una regione culturale, una tradizione intellettuale specifica dell’occidente mediterraneo, una grande regione culturale mobile, in transizione. Siamo stati il primo Occidente del mondo orientale ma l’ultimo Oriente all’interno del mondo occidentale. Dobbiamo ricordare che il concetto di Mezzogiorno fu costruito dal pensiero che veniva dal nord dell’Europa nel Settecento. L’illuminismo ha costruito tre categorie che hanno nascosto quello che siamo stati: l’orientalismo (descritto benissimo da Eduard Said), l’occidentalismo fabbricato da Hegel (fra gli altri), e il mito del sud essenzialmente ritardato, quindi irreparabile. Per l’Europa settecentesca che faceva la rivoluzione industriale tutto il Mediterraneo era un mondo antico che non poteva guarire da una malattia eterna. Dobbiamo ripristinare la nostra regione Meridionale per stabilire un nuovo dialogo non eurocentrico sul mondo. E la poesia e la letteratura devono formare parte di questo scopo. Tenendoci per mano con Ibn Hamdis, dobbiamo decolonizzare l’Europa, dobbiamo incorporare nuovi sguardi, pensarci da nuove prospettive e camminare verso i margini dove ci sono le narrative degli esclusi, le nuove forme di dire, le espressioni che sono state spostate dalla cosiddetta modernità occidentale. E tutto quello che funziona per la società, per i gruppi umani, funziona anche per le persone individuali. Il poeta, la poetessa che crede che ha una personalità fissa, immutabile e che la sua poesia è tanto originale quanto lo è la sua personalità immutabile che ti definisce per sempre, penso che sia in errore. Tutti siamo un mucchio di correnti in flusso continuo. Quel paradigma dell’identità al quale la gente attribuisce tanta importanza, è veramente una bugia. Tutti siamo una combinazione di cose ammucchiate lungo il tempo. Concepire questo è una sorta di libertà. Tenendo per mano Ibn Hamdis, mio fratello, ricordo una mia poesia fatta a modo di autoritratto, di piccola autobiografia, dove parlo un po’ di queste cose:
Sono per sorte meridionale, mediterraneo,
e per scelta urbano, di medina, globale, planetario,
e per sogno mesoamericano, transalpino,
porteño, andalusí, di confine
e mi piacciono lo spagnolo e le sue hablas
che fanno al mio vetrina,
e in questa lingua ho letto un po’ di tutto
piluccando i secoli, gli stili, le scuole,
senza scrutinio alla morale e ai deliri degli autori,
avvicinandomi ai meandri dell’inglese e all’italiano
e a quel che resta coi viaggi tra galassie in traduzione,
e ho sbirciato per qualche filosofico spioncino
di sociologia e di storia, di teologia
e di un variegato pensiero, del sapere, insomma,
aperto, eclettico, speculativo o plausibile,
legato a una cultura o fintamente universale,
al di là di ideologie, credi, canoni, tradizioni,
e ho navigato le musiche del mondo, le architetture,
quel che offrono i musei e le strade,
i templi del teatro e della danza, e i piccoli locali,
e soprattutto ho bevuto l’Atlantico del cinema,
quello d’oggi, arte e industria,
linguaggio che ci appartiene, esperienza integrale
che abbraccia tutti i sensi,
coscienza e privilegio
delle prime generazioni che lo vivono
e sono stato catturato dalla bellezza della scienza tutta,
e in specie dalla chimica bella
che dà senso al mondo
e più ancora, da quella che mette ordine nel corpo
nel tempo del dolore, del malessere, del contagio,
e ho amato da lontano le altre scienze
che spiegano chi siamo
e che spiegano le stelle
e il funzionamento delle macchine
e in casa mia ho conosciuto la borghesia del mio tempo,
le sue giustificazioni, il suo operare, i suoi passaggi,
la sua gente, le sue contraddizioni, i suoi inganni
e per il mio credo ho conosciuto le periferie, la povertà,
l’ingiustizia, i loro quartieri, i loro orizzonti di mancanza
e ho frequentato le pentole e i cucchiai
di quelli che combattono,
soffrono, godono, usano e sbagliano
le grandi cause che nel mondo si rimescolano
e ho potuto, soprattutto, scrivere versi
e leggerli, condividerli, pubblicarli,
conoscere altri versicolanti e popolarne il mondo.
Sì, è questo il punto, essere pronti, aprire l’inquadratura
perdere, forse, intensità ma abbracciare il tutto.

