DANTE POETA DELLA PACE
Irina Tuzzolino
Nella Divina Commedia di Dante Alighieri il termine pace ed i suoi derivati ricorrono 38 volte( quasi il doppio rispetto a guerra) dal I canto dell’Inferno, quando il poeta definisce la lupa con una litote : bestia sanza pace all’etterna pace del XXXIII canto del Paradiso. Tre occorrenze della parola si trovano al principio, al centro e al termine dei cento canti, individuando gli estremi di un complesso sistema di simmetrie e antitesi. In particolare i sesti canti delle tre diverse cantiche, esprimono il grande valore che il poeta dà alla pace. Per questo la Divina Commedia è stata definita il poema della pace. L’opera è stata composta durante l’esilio quando più acuto era in Dante il desiderio di tornare a Firenze. La pace è per il poeta vis unitiva che unisce il singolo alla comunità, è indispensabile alla costituzione dell’ordine universale ed è il più alto livello della perfezione umana. Già nel Convivio Dante veva affermato: “E però che questa è veramente quella perfezione, dico che quella gente che qua giù maggiore diletto riceve quando più hanno di pace, allora rimane questa ne’ loro pensieri, per questa, dico, tanto essere perfetta quanto sommamente essere puote l’umana essenzia.” Il concetto viene elaborato anche nel capolavoro politico del poeta, il De Monarchia, che contiene la teoria detta “dei due soli”, con cui il poeta, dopo anni di dolorosa coscienza di quanto “sappia di sale lo pane altrui” e soprattutto del disastro causato dagli egoismi e dagli odi di parte, cerca di andare alla radice del male proponendo la separazione del potere spirituale da quello temporale. La pace non è solo un fine della società, ma ne rappresenta soprattutto la premessa perchè, solo laddove essa sussiste ed è duratura, l’umanità si realizza compiutamente sia sul piano pratico delle arti e dei commerci, sia su quello intellettuale, perchè lo studio e la ricerca hanno bisogno di quello stato d’animo che solo la pace riesce a garantire. Solo nella pace inoltre si realizza quel massimo di giustizia possibile che, in situazioni turbolente, è impossibile assicurare. Pace e concordia Dante ha invocato e contrattato anche dopo aver deciso di far parte per se stesso durante l’esilio. Esemplare è l’accordo da lui procacciato e firmato nel 1306 tra i Malaspina e il vescovo di Luni e questa linea di condotta egli mantenne fino all’ultimo. È noto come venne a mancare subito dopo il ritorno a Venezia, dove aveva portato la sua parola conciliatrice per conto dei signori che lo ospitavano, i Da Polenta.

