L’orgoglio e la rabbia di una città declassata

( Renata De Simone)

image

Stemma ottocentesco di Acireale

Chi lo avrebbe immaginato? I cittadini di Aci Reale stentavano a crederci: la loro ricca e popolosa città assoggettata di fatto alla nemica di sempre, l’arrogante città di Catania, divenuta capoluogo di un vasto distretto che abbracciava, con Mascali, Randazzo e Lingluaglossa la gloriosa Aci Reale. Il Parlamento generale del 1812, decretando la divisione dell’Isola in 23 distretti, così aveva votato, nonostante le proteste di 16 delegati, rappresentanti del Braccio Demaniale che firmarono formale atto di dissenso. Conclusi i lavori parlamentari, non restava che appellarsi al Re che ben conosceva le pretese avanzate dalla città di Catania di inglobare Aci nel suo distretto fin dai tempi di re Alfonso. Questo sovrano infatti, nel 1421, respingendo la richiesta dei Catanesi, ribadì che castrum,terram et territorium Acis nunquam fuisse de districtu civitatis Catane et coram nobis costare non potuit de opposito, seu contrario. Nella sua lunga e accorata supplica al Re, il Senato di Aci Reale ricorda che la ricca città aveva una popolazione di più di 20.000 abitanti, come testimoniato dai 24 Notai della città, poteva vantare un’Accademia di Studi, Biblioteche pubbliche, Accademie di letterati, Collegi di Pubblica Educazione e Studi di Belle Arti. Era fornita di 17 Corporazioni di Artisti con i loro Consolati, dotata di un congruo numero di Conventi e Monasteri, Orfanatrofi, Reclusori, Ospedali, Albergo di Pellegrini, «Monti di prestamo e di pietà per esposti e mendici».

La cittadinanza era assistita da varie Deputazioni:di Salute Pubblica, per le strade urbane, per la illuminazione notturna della città, per lo «espurgo degli scari». Oltre alle giurisdizioni comuni a tutte le città del regno, Aci annoverava tra i suoi tribunali la «Corte Suddelegata di Monarchia, le corti Doganale e Secreziale, Vice Almirantica, Vice Portulana e Commerciale» oltre alla Corte della Crociata, con competenze simili alle Corti esistenti nelle città vescovili. Dotata di due Forti era anche sede di un Reggimento di volontari siciliani. Dal 1339 titolare degli stessi privilegi concessi a Catania. Era capitale di Comarca con 10 terre baronali e benemerita nei confronti della Corona, avendo sempre approntato ricchi donativi per le necessità finanziarie del Regno, e avendo offerto in particolare sostanziosi aiuti a Messina, per i danni subiti nel 1783. La seconda parte della supplica è volta a dipingere a tinte cupe la rivale Catania, invidiosa e malevola, tanto da attaccare la ricca città di Aci nei suoi interessi commerciali. Dopo una lite definita nella Giunta di Sicilia in Napoli, nel 1767, Aci riuscì a mantenere le sue fabbriche di tintoria e manifattura della seta, contro la pretesa privativa di Catania, la cui opposizione contro la concessione del Molo di Aci venne respinta dal Sovrano, che accordò pure alla città di Aci la franchigia in periodo di fiera, nonostante le proteste dalla città rivale, che arrivò perfino a contestare ai membri del Senato di quella città il privilegiato uso della toga. Ma a niente valsero le suppliche e le rimostranze contro il dettato parlamentare, successivamente recepito dalla riforma amministrativa borbonica del 1 gennaio 1818. Solo nel 1838, con decreto del 3 febbraio, venne restituita ad Aci Reale la titolarità di un distretto, ma allora Catania era già città capovalle.

image

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il nostro sito web utilizza i cookie per assicurarti la migliore esperienza di navigazione. Per maggiori informazioni sui cookie e su come controllarne l abilitazione sul browser accedi alla nostra Cookie Policy.

Cookie Policy