BORGES E LA POESIA GAUCHESCA

( Gianfranco Rmagnoli)

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Josè Hernandez

In un mio precedente articolo, dedicato alla figura del gaucho quale simbolo romantico – benchè spesso fosse un fuorilegge – del nazionalismo argentino, ho avuto modo di presentare Martin Fierro, un personaggio che incarna il gaucho per antonomasia, creato dalla fantasia del poeta Josè Hernández, autore del poema El gaucho Martin Fierro del 1872. Quest’opera letteraria, peraltro, non nasce improvvisamente dal nulla, ma rientra in uno specifico genere letterario, la poesia gauchesca, nel quale Hernández conta predecessori e continuatori.

 

Il filone di produzione letteraria gauchesco ha come tema la vita del gaucho, il mandriano a cavallo, che vive nella sconfinata pampa isolato dal mondo e dalla civiltà. E’ un genere di scrittura alle origini orale e popolare: se ne trovano tracce nella poesia rustica e primitiva dei payadores, cantastorie girovaghi che usavano il verso ottosillabico, il romance, il lessico gauchesco e il castigliano già trasformato dal dialetto. La produzione gauchesca nel XIX secolo è invece una produzione di cui si sono appropriati gli scrittori colti, ma in un periodo in cui ancora esiste la civiltà del gaucho anche se sul punto di scomparire. A questo genere letterario Jorge Luis Borges ha dedicato uno studio, pubblicato insieme ad altri saggi nella sua opera Discusión del 1932, dal quale traggo la citazione di alcune espressioni.  L’iniziatore di questo genere letterario fu, indubbiamente, il rioplatense Bartolomé Hidalgo , vissuto tra la fine del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento. Questo autore fu l’inventore del personaggio antesignano del genere, il gaucho Ramón Contreras. Borges giudica superati i suoi -troppo esaltati dalla critica- dialoghi rurali, che «ormai confinano nell’oblio», ma rileva come egli sopravviva nei suoi continuatori. Primo tra questi fu il cordovese Ilario Ascasubi, che quasi dopo due decenni dalla morte di Hidalgo «proruppe nel canto» verso il 1841 e fu autore di El gaucho Jacinto Cielo (1843). Molto esaltato in vita, dopo che Hernández scrisse il Martin Fierro fu considerato un semplice precursore, e la sua opera una sorta di brutta copia del più noto poema hernandiano, pur se la somiglianza tra le due opere è accidentale e i rispettivi scopi assai diversi: Borges tende a rivalutare l’opera di Ascasubi, della quale cita ampi brani evidenziando la vivezza delle descrizioni. Suo dichiarato discepolo fu il porteño Estanislao del Campo, un ufficiale che ricoprì poi importanti cariche nel governo provinciale. Avendo assistito al teatro Colón di Buenos Aires, nel 1866, all’opera lirica Faust di Gounod, immaginò che tra gli spettatori in galleria vi fosse un gaucho, il quale avrebbe poi raccontato a modo suo a un compaesano la trama dell’opera e le impressioni riportate. Nacque così il poema Fausto  Impresiones del gaucho Anastacio el Pollo en la representacion de l’Opera  , popolarmente chiamato "El Fausto de Estanislao del Campo" o "El Fausto Criollo". Il poema, che piacque molto per la gustosità della parodia, ha avuto anche molti detrattori. Cito il giudizio conclusivo di Borges: «Molti hanno elogiato le descrizioni della pampa, dell’imbrunire, che il Fausto contiene … io ritengo che … quello che conta è il dialogo, è la chiara amicizia che traspare dal dialogo. Non appartiene il Fausto alla realtà argentina, appartiene – come il tango, come il gioco del truco … – alla mitologia argentina». Cito infine il più tardo esponente di questo genere lettarario, Ricardo Guiraldes, al quale è intitolato il museo gaucheso di San Antonio de Areco, che fu autore del romanzo Don Segundo Sombra (1926). Di tutti questi scrittori, il più noto rimane Hernández, con il suo El gaucho Martin Fierro: intorno alla sua figura ruotano tutti gli altri, come precursori -spesso con accostamenti arbitrari – o epigoni.  Borges, peraltro, individua il più diretto precedente del Martin Fierro nel poema Los tres gauchos orientales di Antonio Lussich, anch’esso del 1872, che egli inviò a Hernández, ricevendone le lodi (e facendo sorgere in lui l’idea di scrivere la sua opera immortale). Il giudizio che Borges ne dà, dopo avere rilevato i numerosi parallelismi tra le due opere, è peraltro negativo: «i dialoghi di Lussich sono una brutta copia del libro definitivo di Hernández. Una brutta copia incontinente, languida, occasionale, ma utilizzata e profetica».

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