LO SPECCHIO DELLA STORIA

( Daniela Crispo)

Il sacco di Roma –Miniatura del XV sec.

Durante la notte del 24 agosto del 410 d.C. i Visigoti dopo un lungo assedio invadono Roma dalla Porta Salaria e per tre giorni la mettono a ferro e fuoco, poi si dirigono verso sud . Il fatto fa grande scalpore, perché la città era considerata al sicuro per la politica degli stanziamenti e dell’integrazione dei barbari, perseguita  da tempo dall’Impero. Ma gli  effetti  positivi di tale politica  venivano talvolta  vanificati   dall’ambizione personale dei grandi personaggi e dal pericolo insito nell’uso dei barbari come forza d’urto per combattere altri barbari. Questo era stato il piano di Stilicone,  il generale romano di origine vandala  che aveva più volte trattato con i Visigoti. Alla sua morte  i Visigoti, delusi dall’imperatore Onorio che non consente loro di stanziarsi nel Norico,  al comando di Alarico invadono l’Italia e giungono fino a Roma. Il terribile impatto del sacco di Roma si coglie nei toni accorati dei contemporanei, ma anche delle generazioni successive. Si prova sgomento per la trasformazione del mondo che sembra sconvolgere la stessa natura dell’uomo. La Storia stessa  sembra  divenire un’altra. Tra i testimoni  il monaco Pelagio che descrive  il saccheggio in una lettera : « Ognuno era mescolato agli altri e scosso dalla paura;  ogni famiglia aveva la propria afflizione e un terrore avvolgente afferrò  tutti.. ».  Ma  anche allora gli intellettuali appaiono di diverso orientamento nell’individuare le cause del disastro,  mossi non soltanto dall’amore della verità, ma anche da risentimenti o mire personali. Girolamo, spinto  dal risentimento di essere stato allontanato da Roma per avere  denunciato il persistere  del paganesimo, vede nel sacco di Alarico una punizione divina.  Nelle sue lettere  attribuisce la responsabilità  diretta a Stilicone ( un mezzo barbaro traditore) : «E questo è accaduto non per colpa degli imperatori che sono religiosissimi, ma per la scellerataggine di un mezzo barbaro traditore il quale con le nostre risorse ha armato il nemico contro di noi». Tuttavia in un’altra lettera rivela un sincero dolore per il rivolgimento delle  sorti  causato dai Visigoti : « Chi avrebbe mai creduto che Roma, costruita sulle vittorie riportate su tutto il mondo, sarebbe crollata? Che tutte le coste dell’Oriente, dell’Egitto e d’Africa si sarebbero riempite di servi e di schiave della città un tempo dominatrice, che ogni giorno la santa Betlemme dovesse accogliere ridotte alla mendicità persone di entrambi i sessi un tempo nobili e piene di ogni ricchezza? »  Anche Agostino di Ippona, che  valuta l’episodio dall’Africa,  pur attribuendo alla provvidenza divina l’intento di  correggere i peccati degli uomini non manca di riconoscere delle attenuanti negli invasori. Questa è anche  l’interpretazione di Paolo Orosio. Considerato il valore simbolico di Roma probabilmente una distruzione completa della città non era nei piani di Alarico, ma la morte lo colse due mesi dopo il sacco di Roma.

 

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