LA PAROLA DELLA DOMENICA

Gabriella Maggio

Mandarino

La forma oggi di gran lunga più diffusa è mandarino, sia che si riferisca all’agrume sia che costituisca, in senso storico, il titolo che gli occidentali davano agli alti dignitari della corte imperiale cinese.

La parola deriva dal malese mantari, a sua volta dal sanscrito mantrin ‘consigliere’, collegata a mántrah ‘testo sacro, formula sacrificale, consiglio’; è entrata in Europa attraverso il portoghese mandarim, in cui sembra evidente l’influsso del verbo mandar .  La voce mandarino è entrata in italiano nel 1562 con riferimento ai funzionari imperiali cinesi. La presenza del gruppo -ar- sia nel malese sia nel portoghese rende la grafia e  la pronuncia mandarino, più corretta anche dal punto di vista etimologico rispetto a manderino, forma che si spiega come adeguamento alla fonetica fiorentina, documentata per il frutto nel “Giornale agrario lombardo-veneto”, IV, 1834, pp. 124-125  : « Un bell’arancio Manderino, che sono varietà di non gran mole e reggono assai bene in vaso e danno frutto quanto occorre per una famiglia ». Lo scrittore  Domenico Rea  nel romanzo Ninfa plebea, premio Strega nel 1993, riporta per tre volte manderino/manderini  per indicare il frutto o l’albero:  «Fu proprio una bella sera con la pancia piena di carne di cavallo arrecanata, insalata di arugola e purchiarello, patate fritte come tanti spicchi di manderino,  provolone piccante di Nola, fichi secchi e noci […]».«Ma anche in questo sfacelo costruttivo spuntavano qua e là minuscoli balconcini con vasi di gerani, aruta  e resedà o minuscoli  alberelli di aranci o di nespoli e  manderini ». «La guardava di sottecchi mentre si susseguivano le grandi piantagioni di carciofi, i giardini di aranci, limoni e manderini ». Manderino  dimostra  oggi   un carattere antico e letterario. Mandarino  invece  si lega meglio a derivati recenti come mandarancio, incrocio tra il mandarino e l’arancio, e mandarinetto  il liquore aromatizzato al mandarino, che non ammettono alternative.

 

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