RIGOLETTO O IL SACRO AMORE PATERNO

Carmelo Fucarino

Ph. Rosellina Garbo

Nel 1851 si avviava con Rigoletto, in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave, il celebre ciclo che tanta fama ha dato a Giuseppe Verdi, gruppo detto “trilogia popolare”, assieme a Il trovatore (1853) e La traviata (1853). Victor Hugo ne aveva creato quel capolavoro con il Le roi s’amuse in cinque atti, debutto a Paris il 22 novembre 1832, unica serata, perché subì subito la censura e fu bandito, scene con censura e decreto ministeriale di Filippo il Bello. Hugo perse la causa intentata in nome della libertà di parola. A quei tempi. Oggi sta andando peggio. Senza censura, ma con proprietà personale dell’informazione. Verdi e Piave adottarono delle modifiche: il re di Francia divenne quindi il Duca di Mantova, Triboulet (dal francese rigoler, “scherzare”) fu tradotto letteralmente in Rigoletto e debuttò al Gran Teatro La Fenice di Venezia, allora austriaca. Le cose non andarono meglio con la censura per un dramma sempre ritenuto immorale e anti-monarchico. Soltanto per la mediazione di Guglielmo Brenna, segretario di La Fenice, la censura seguì passo passo la stesura che si ambientò a Mantova, dato che la Casata dei Gonzaga era ormai estinta. Eppure un violento attacco era stato inserito contro gli uomini di corte che avevano favorito questo scherzo tragico contro il loro buffone con la violenta Aria Cortigiani, vil razza dannata, condanna di forte impatto sociale lanciata da Rigoletto (Scena IV), in una società che gravitava intorno alle corti e supportava i loro crimini. Allora fra potenti, oggi fra potentati non si poteva tracciare un’immagine così fosca e orrenda. Eppure l’assassinio globale delle guerre esiste ancora con la giustificazione della riconquista di una proprietà di un territorio intero, come se fosse questione privata. Non si può uccidere un uomo (decalogo), solo lo Stato può farlo, dalla forca, alla scure, alla scientifica ghigliottina, al nuovo gas chimico sperimentato in USA giorni fa ove si uccidono pure i bambini secondo il biblico metodo dell’occhio per occhio (in genere più, come alle Ardeatine e ad Haifa).Qui poco vale l’etica immorale del duca nel giudizio della volubilità delle donne, Questa o quella per me pari sono (Scena I). oppure la sua celeberrima antifemminista “Canzone” La donna è mobile, Atto III, Scena II. Il teatro direzione del Teatro Massimo di Palermo, forte del successo di quella regia, ha voluto ripetere sulla scena l’edizione che era stata offerta nel 2018 da John Turturro (cf. mia lettura in 8 maggio 2013, https://www.lionspalermodeivespri.it/wordpress/2013/05/08/rigoletto-luomo-son-io-che-ride/). L’allestimento del Teatro Massimo di Palermo è in coproduzione con Teatro Regio di Torino, Shaanxi Opera House e Opéra Royal de Wallonie-Liège di una ripresa però indiretta elaborata dalla regista veronese Cecilia Ligorio, i cui «interessi si dividono tra l’interpretariato linguistico, la regia e la drammaturgia. La sua più grande passione è creare una relazione semantica tra musica, teatro e danza. Lavora come attrice con D. Walcott (Premio Nobel per la Letteratura)». Ha prodotto e diretto al Massimo il 5 e 6 marzo 2016 il Caravaggio Rubato, testo di Attilio Bolzoni su musica di G. Sollima, direttore e violoncello solista.

A dirigere l’opera è stato ancora il coreografico e scalmanato Daniel Oren, che ha chiuso con una smorfia truce ed orrenda questa profanazione del sacro amore paterno. Per la sua plateale e invadente presenza davanti a quel podio possiamo dirlo ormai direttore quasi stabile del nostro teatro. Le scene sono ancora quelle di Francesco Frigeri con la loro essenzialità rustica e barocca, come i costumi di Marco Piemontese che vogliono rendere in immagini l’ambientazione storica dell’epoca dei Gonzaga, così l’adattabilità non eccessiva delle luci di Alessandro Carletti, secondo il precetto di massima espresso dal regista John Michael Turturro di Brookkulino (28 febbraio del 1957, figlio di Nicola Turturro, carpentiere di Giovinazzo, Bari) e cresciuto a Rosedale, quartiere del mio Queens, di non volere sorprendere e stupire con cervellotiche creazioni e ambientazioni moderniste, moda e spesso gratuito abuso che abbiamo spesso rilevato e rimarcato non solo al Massimo, ma anche al Teatro classico greco d Siracusa. A commento della sua direzione del Massimo di cinque anni fa, la prima sua prova nella direzione di un’opera lirica aveva spiegato: «Tenterò di rendere giustizia al materiale privilegiando i dettagli umani, senza tentare di reinventare qualcosa che non esiste o di portare un punto di vista moderno senza altro scopo che la ricerca della novità; vorrei invece scandagliare le profondità del dramma». La riproposta ha un significato e un senso se si riflette sulla commemorazione fatta dallo stesso sovrintendente Marco Betta ad apertura di scena con la dedica al decennale della morte di Claudio Abbado, una nostra presenza per anni. Eccellente come sempre la coreografia di Giuseppe Bonanno, con l’eccellente Orchestra, Coro e Corpo di ballo, Direttore del Corpo di ballo Jean-Sébastien Colau e Maestro del Coro Salvatore Punturo ormai a noi familiari e stimati per le scelte tecniche ed artistiche. Nell’allestimento del maggio 2013 mi aveva sorpreso Rigoletto, certo protagonista assai strano e diverso dai “tenorini” che in genere assumono questa mansione nell’opera lirica, «grosso grasso (?) greco di Kalamata, il sorprendente Dimitri Platanias, senza orpelli scenici, ma con una voce divina». E avevo aggiunto: «La difficoltà del teatro verdiano è proprio in quella partitura del baritono, che egli amava tanto da farne un protagonista al posto del bel tenorino, proprio per il colorito possente, cupo, scuro, ma che è oggi difficile o impossibile trovare.». Ciò in questa strana coincidenza di tipologia fisica, anche se di un mondo e di nazioni assai lontanissime, ieri sera in un fisico incompatibile con la città di Mantova, quella fisionomia assolutamente inconfondibile, dai tratti esplicitamente e vistosamente mongoli (nato nel 1986 a Suhbaatar in Mongolia), e quel corpo, una montagna che mi ricorda quell’esperienza di Dimitri. E lo straordinario che un’altra qualità eccellente li  accomuna, rare e speciali, la voce scura e cupa del baritono, dicevo la voce “divina” di Dimitri, ora nel mongolo esaltata e speciale la voce da tutti rilevata, un accento e una vocalità perfettamente italiana, chiara e bellissima che mai si trova in baritoni occidentali, sembrava la voce di un italiano di fonica perfetta e raffinata. Proprio lui che dichiara di non conoscere assolutamente la lingua italiana. E come suole precisare sorridendo: «Tanto Verdi nella mia agenda!». Memorabile don Carlo di Vargas in La forza del destino al Teatro del Maggio di Firenze per l’edizione 2021, diretto da Zubin Mehta, e poi l’Arena di Verona e il Rigoletto alla Scala con Mario Martone e l’Aida di Riccardo Chailly)

Merito di queste straordinarie prove vocali, di questa orchestrazione in cui Verdi risplendeva nella preziosità lirica, senza per nulla rinunziare alla popolarità dei temi e delle sonorità, Verdi, sì, e il complesso che lo hanno reso vivo e presente, meritata la richiesta e la concessione del bis al maestoso e ciclopico mongolo, che ha reso questo drammatico padre un gigante come lui, sventurato nell’amore, vittima umanamente resa di una società che offende tutti i crismi dell’umanità. E soprattutto la condanna di questo sfrontato e orrendo potere, di questo possesso che giustifica ogni sopraffazione. Certo che i potenti di allora da Parigi a Venezia a Vienna si sentirono percossi e offesi e intervennero con l’arma della proibizione e della censura. I potenti di oggi dimostrano che la questione di questo gobbo buffone di corte non li riguardi. Il potere dei borghesi odierni è di altro tipo, più raffinato e vago, eppure ogni giorno quella donna mobile subisce quotidianamente l’offesa di non essere libera delle proprie scelte. Ancora manca ed è irrisa e profanata la parità di due esseri, nati dallo stesso ceppo. Figurati a parlare di costola: oggi prevalgono gli -ismi, segno entrambi di sopraffazione e di possesso. Rispetto alla fama dell’opera che è eseguita e presentata ogni anno in moltissimi teatri lirici del mondo, non so perché misera ed esegua è la filmografia, dal film muto del 1918 dei registi austriaci Louise e Jacob Fleck, che manteneva l’ambientazione francese del dramma di Hugo. E poi nel 1941 di Mario Bonnard (con Michel Simon Rigoletto, il possente Rossano Brazzi: re Francesco I e Maria Mercader Gilda, Paola Barbara marchesa di Cossé), l’adattamento della pièce francese, nella Parigi del XVI secolo come da Hugo. Perciò mi limito a ricordare il Cartellone completo. Chi li ha sentiti e visti nella sintesi tra azione e canto non ha bisogno di prove, per gli altri serve da sintesi e preparazione.

Duca di Mantova – Ivan Ayón Rivas (febbraio 1993), tenore peruviano del Conservatorio di Lima, discepolo in Italia di Roberto Servile. Nel 2021 Operalia di Placido Domingo ha certificato con il primo premio le sue eccezionali qualità.
Gilda – Giuliana Gianfaldoni, tarantina, con una carriera in perenne ascesa, ha una serie di presenze di successo a Palermo, dall’Idomeneo al Don Pasquale.

Giovanna – Agostina Smimmero, mezzosoprano dai successi in Emilia Romagna a quello del Gran Thetre Liceu di Barcellona con La Gioconda di Ponchielli.

Sparafucile – Alexei Kulagin, basso russo di Orel, solista al Teatro Zazerkalie di San Pietroburgo nel 2018/19. Diplomato nel 2019 al Conservatorio Rimsky-Korsakov di San Pietroburgo, è stato accettato nel programma di formazione per giovani cantanti presso il Teatro Bolshoi di Mosca sotto la direzione di Dmitry Vdovin.
Maddalena – Valeria Girardello, mezzo soprano, specializzata all’Accademia del Teatro alla Scala di Milano, vi collabora, così a La Fenice di Venezia e in altre importanti istituzioni musicali nazionali ed internazionali.
Borsa – Rosolino Claudio Cardile, siciliano, debutta nel 2007 alla XLX settimana di Musica Sacra di Monreale, nel marzo 2008 canta in Gianni Schicchi di Puccini. Al Teatro Massimo di Palermo ha cantato nella Gisela di Henze, con regia di Emma Dante.
Marullo – Alessio Verna, di Alessandria, ha una vasta carriera. Di recente nel 2019 è stato Monterone al Teatro Regio di Torino e nella stagione 2019-20 Dulcamara al Teatro del Maggio Fiorentino di Firenze, nell’estate 2020 Marullo in Rigoletto nella regia di Damiano Michieletto.
Ceprano – Italo Proferisce, già Silvio in I Pagliacci al Teatro Massimo in Palermo.
Monterone – Nicolò Ceriani, veneziano, inizia con violino e pianoforte, a trent’anni entra nel coro dell’Arena, inizia l’attività di baritono negli anni Novanta con oltre duecento produzioni nei teatri del mondo.
Contessa di Ceprano/Paggio – Emanuela Sgarlata, catanese, al Teatro Massimo di Palermo, nel 2018, ha cantato come Paggio in Rigoletto, al fianco di Leo Nucci.
Usciere di corte Enrico Cossutta, un monfalconese in terra partenopea, al teatro San Carlo di Napoli, inaugura la stagione del 2018.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il nostro sito web utilizza i cookie per assicurarti la migliore esperienza di navigazione. Per maggiori informazioni sui cookie e su come controllarne l abilitazione sul browser accedi alla nostra Cookie Policy.

Cookie Policy