LA NATURA TRA SETTECENTO E OTTOCENTO

Alessandro Montagna

Dietro l’apparente dono di fragole selvatiche da parte di una ragazza a Tiburius, uomo misantropo ed ipocondriaco, protagonista del volume Il sentiero del bosco (1845) del letterato austriaco Adalbert Stifter (1805-1868), troviamo molto di più: si cela in esso il valore di un’autentica connessione con la natura. Il gesto simbolico suggella l’aspetto terapeutico della natura, del mondo incontaminato dei boschi e del carattere prezioso delle piccole cose, capaci di guarire dalle ossessioni e dalle corruzioni della società civile. Partendo da questo stimolo letterario e spostandoci a ritroso, cerchiamo in questo articolo di comprendere il rilievo che assume la natura nelle riflessioni che i pensatori del Settecento e dell’Ottocento hanno riservato a questa tematica. Il filosofo svizzero Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) è un illuminista atipico che in molte questioni anticipa il gusto prettamente romantico a lui successivo (e ribadito brillantemente da autori quali Novalis e Goethe). Già nel Discorso sulle scienze e le arti (1750, preparato per partecipare al bando indetto dall’Accademia di Digione) egli si oppone alla fiducia verso il progresso tipica della mentalità illuminista, sostenendo controcorrente che le scienze e le arti non solo a suo avviso non hanno migliorato i costumi, ma addirittura hanno corrotto l’uomo, di per sé felice e puro a contatto con la natura. Si evidenzia una condanna della cultura in nome della natura ed emerge al contempo il “mito del buon selvaggio”, autosufficiente e perfettamente a suo agio nella natura capace di offrirgli con generosità tutto ciò di cui necessita, senza alimentare altri bisogni falsi o nocivi. Occorre però sottolineare che lo “stato di natura” a cui si riferisce Rousseau è una sorta di ipotesi, di esperimento mentale, di una condizione che forse mai è esistita né mai esisterà, ma nello stesso tempo fornisce un criterio ideale per il pensatore ginevrino che, comunque, è consapevole che questo tornare a questa sorta di mitica età dell’oro si rivela davvero impossibile, così come è impossibile far tornare indietro le lancette della storia. Secondo il punto di vista di Rousseau il passaggio alla società civile si è verificato quando è venuta a generarsi la prima spartizione del terreno nella storia, momento descritto dal filosofo in questo un passo tratto dal Discorso sull’origine della disuguaglianza: “Il primo che, cintato un terreno, pensò di affermare, questo è mio, e trovò persone abbastanza ingenue da credergli fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quanti assassinii, quante miserie e quanti orrori avrebbe risparmiato al genere umano colui che, strappando i pioli o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: «Guardatevi dall’ascoltare questo impostore; siete perduti se dimenticate che i frutti sono di tutti e che la terra non è di nessuno!»” Lo scopo dello scritto pedagogico Emilio è quello di indicare un’educazione al riparo dalle ingerenze della società, venendo così a delineare un’educazione negativa, intendendo con il termine “negativa” proprio la prevenzione dal vizio e dall’errore. Emilio è un bambino orfano che vive in un paese della campagna svizzera in compagnia del precettore, al riparo da ogni tipo di condizionamento. Il precettore non inculca le sue conoscenze nella mente di Emilio, ma come un perfetto regista organizza l’ambiente circostante al fine di favorire l’apprendimento del fanciullo. Solamente l’interesse da parte del bambino si dimostra la molla che favorisce un vero e proprio apprendimento significativo. Per Rousseau esistono tre tipi di “maestri” coinvolti nel processo di educazione e questi sono, rispettivamente, la Natura, gli uomini e le cose. L’incipit del saggio riporta in maniera lapidaria: “Tutto è bene quando esce dalle mani dell’Autore delle cose, tutto degenera fra le mani dell’uomo”: con “Autore delle cose” il filosofo allude propriamente alla Natura. Il ritrovamento del “ragazzo selvaggio” Victor nei boschi dell’Aveyron in Francia nel 1798 accenderà l’interesse di intellettuali e non solo, facendolo divenire una sorta di esemplare dell’incontaminato e tanto idealizzato “stato di natura” (tanto studiato dal pensiero politico e dalle connesse riflessioni dei giusnaturalisti e dai filosofi Hobbes, Locke e Rousseau). Victor dell’Aveyron veniva considerato come una specie di “esperimento a cielo aperto” per comprendere che ruolo hanno nella crescita i geni e l’ambiente, oppure l’uso del linguaggio, le norme morali ed altre questioni cruciali. Questo ragazzo, pressappoco dell’età di 11-12 anni, cresciuto lontano dagli esseri umani, viene affidato al medico Itard. Da questo fatto storico prende ispirazione il famoso film Il ragazzo selvaggio del regista Truffaut. Un pedagogista che raccoglie la sfida rousseauiana con esiti personali è senza dubbio il tedesco Friedrich Fröbel (1782-1852), il quale reputava la natura e l’uomo come due manifestazioni diverse di un unico ordine metafisico. Nella visione vitalistica ed unitaria sostenuta da Fröbel, il divino si ritrova all’esterno nel mondo della natura e all’interno nello spirito di ciascuno di noi, per cui bisogna permettere di valorizzare il divino che c’è in noi e nella natura circostante. Secondo una sua celebre metafora, ossia quella del “maestro giardiniere”, il bambino rappresenta un “seme” che l’educatore, al pari di un giardiniere, deve saper coltivare e far crescere facendolo diventare una pianta sana. La stessa scuola d’infanzia che egli prospetta e fonda prende il nome di “Kindergarten”, che letteralmente significa “giardino d’infanzia”: si tratta di un luogo sereno che ospita bambini tra i 3 e i 6 anni e che presenta, come intuibile, negli spazi esterni un giardino diviso in due parti: una è dedicata al lavoro in comune, mentre l’altra è formata da appezzamenti individuali. Queste aiuole consentono ai fanciulli di osservare e di comprendere il ciclo della vita. I “giardini d’infanzia” influenzano in maniera importante gli sviluppi pedagogici successivi nonché le istituzioni educative, anche e soprattutto grazie all’interessamento dimostrato dalla sua conoscente, la baronessa Von Marenholtz. Grazie all’intervento di quest’ultima il metodo di Fröbel viene divulgato tramite una serie di conferenze che hanno sortito l’effetto di far proliferare vari giardini d’infanzia in tutta Europa secondo questa nuova frontiera pedagogica. Andando ancora oltre con i secoli, vale la pena rimarcare che ancora oggi il termine “Kindergarten” indica una sorta di sinonimo di asilo, a dimostrazione dell’onda lunga delle idee di Fröbel nell’ambito educativo. Il valore puerocentrico del bambino e la tutela dei suoi relativi interessi di stampo rousseauiano e la risonanza dei giardini d’infanzia fröbeliani hanno lasciato un’impronta indelebile ed hanno conosciuto una feconda eredità nelle concezioni pedagogiche successive, in primis nell’attivismo pedagogico che caratterizza gli ultimi anni dell’Ottocento e la prima metà del Novecento e che riprende fedelmente queste tematiche. Nello scoutismo di Baden-Powell il valore della natura viene ribadito con forza, altrove intanto compaiono esperienze pedagogiche come quelle dell’italiana Giuseppina Pizzigoni che a Milano fonda la Rinnovata, ovvero la sua scuola con orti didattici, giardini e serre; ricordiamo inoltre Joao de Deus Ramos che realizza in Portogallo, e precisamente a Coimbra, il “Jardim-Escola” costituito da spazi esterni ampi e flessibili, e con la presenza di grandi finestre panoramiche e la mancanza di lunghi corridoi per i locali interni. Infine è impossibile non menzionare, negli Stati Uniti, il contributo e le famose meditazioni condotte dallo scrittore H. D.  Thoreau (1817-1862) che ritiene la natura una maestra di vita ed un antidoto ad una civiltà che mira solo, secondo la sua ottica, ad un progresso alienante e senza prospettive. Accomunato a Thoreau nell’apologia della natura nell’ambito del cosiddetto “trascendentalismo americano” è anche il suo connazionale R. W. Emerson. Thoreau nel suo Walden ovvero vita nei boschi racconta che per poco più di due anni (tra il 1845 e il 1847) visse in una capanna nei boschi nei pressi del lago Walden a Concord, per svolgere il suo esperimento dimostrando ai lettori il suo grande amore per la vita naturale, annotando scrupolosamente i singoli avvenimenti e le strategie impiegate per la sussistenza: “Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita.”

 

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