L’OROLOGIO CHE RACCONTA IL TEMPO
Francesco Pintaldi
A Messina una macchina straordinaria unisce astronomia, matematica, storia e memoria di una città.
A mezzogiorno, in Piazza Duomo a Messina, il tempo smette per qualche minuto di essere qualcosa che si legge semplicemente sul quadrante di un orologio. Un leone dorato si anima e ruggisce. Un gallo muove le ali e canta. Due donne percuotono le campane. Figure sacre compaiono e scompaiono, personaggi sfilano, ingranaggi nascosti mettono in movimento una rappresentazione che sembra sospesa fra teatro e astronomia. Ma ciò che accade sulla facciata del campanile della Cattedrale non è spettacolo destinato ai turisti. Dietro quelle figure si nasconde una delle più affascinanti macchine costruite dall’uomo per rappresentare il tempo. La sua storia appartiene a un’avventura molto più antica. Per millenni l’uomo aveva cercato il tempo nel cielo: osservava il percorso del Sole, l’allungarsi delle ombre, le fasi della Luna e il movimento delle stelle. Poi, fra il XIII e il XIV secolo, in Europa cominciarono a diffondersi i grandi orologi meccanici. Accadde, però, qualcosa di rivoluzionario: il tempo, poteva essere riprodotto da una macchina. Gli orologiai medievali, tuttavia, non si accontentarono di far girare delle lancette. Cercarono quasi immediatamente di riportare dentro quelle macchine il cielo dal quale la misurazione del tempo era nata. Comparvero così gli orologi astronomici: Sole, Luna, zodiaco, calendari e movimenti celesti furono tradotti in ruote dentate e rapporti meccanici. È la grande tradizione alla quale appartengono Praga e Strasburgo e, più tardi, Messina. Ma Messina arriva molto dopo. Quando l’orologio messinese viene realizzato, nel 1933, il mondo è già entrato nell’epoca degli orologi elettrici, dei segnali orari trasmessi a distanza e dell’orologio da polso. Non era certo necessario costruire una gigantesca macchina di ingranaggi e automi per sapere che ora fosse. Perché, allora, costruirla? La risposta va cercata nella storia stessa di Messina. Il terremoto del 28 dicembre 1908 aveva devastato la città. Nella ricostruzione della Cattedrale si volle ricreare anche il grande campanile. L’iniziativa fu sostenuta dall’arcivescovo Angelo Paino; la ricostruzione architettonica della torre fu affidata a Francesco Valenti, mentre Aristide Giannelli ne curò gli aspetti statici. Per l’orologio si guardò invece molto più lontano: a Strasburgo. L’incarico fu affidato alla prestigiosa ditta Ungerer, erede di quella straordinaria scuola di orologeria astronomica che aveva conosciuto i maggiori protagonisti. La concezione tecnica della macchina messinese viene attribuita a Frédéric Klinghammer, mentre Théodore Ungerer ne curò la parte artistica e figurativa. È sufficiente girare intorno al campanile per comprenderne l’originalità. Da una parte troviamo quello che potremmo chiamare il tempo dell’uomo: le ore, i giorni della settimana, le età della vita, la morte, la religione, gli avvenimenti della storia messinese. Dall’altra appare il tempo dell’universo: Luna, pianeti, zodiaco e calendario. Sono due mondi che la macchina riesce a tenere insieme.
Uno dei suoi apparati più affascinanti è il calendario perpetuo, del diametro di circa tre metri e mezzo. Un angelo indica anno, mese e giorno; allo scoccare della mezzanotte la data cambia automaticamente e il meccanismo distingue gli anni ordinari da quelli bisestili. Poco sopra troviamo un vero planetario meccanico. I pianeti ruotano con velocità differenti, corrispondenti ai differenti periodi orbitali. Un unico movimento deve quindi essere trasformato, attraverso opportune combinazioni di ruote dentate, in numerosi movimenti diversi.
E poi c’è la Luna.
Una sfera di circa 1,20 metri mostra progressivamente le sue fasi e compie il proprio ciclo in 29 giorni, 12 ore, 44 minuti e 3 secondi, valore sostanzialmente coincidente con il mese lunare. È difficile non rimanere affascinati pensando che tutto questo sia tradotto in meccanica.
La matematica nascosta negli ingranaggi
È forse questo l’aspetto meno visibile dell’orologio e, nello stesso tempo, uno dei più belli. Dietro il movimento degli automi esiste un universo di numeri. Se due ruote dentate possiedono rispettivamente (Z_1) e (Z_2) denti, il rapporto fra le loro velocità dipende dal rapporto fra quei numeri. Collegando opportunamente molte ruote è possibile trasformare un movimento relativamente rapido in un movimento lentissimo. È così che la macchina può passare idealmente dai minuti alle ore, dalle ore ai giorni, dai giorni agli anni e dagli anni ai cicli astronomici.
La matematica, dunque, non è semplicemente presente nell’orologio. È ciò che permette all’orologio di pensare il cielo.
Quando arriva mezzogiorno
Poi la precisione astronomica lascia spazio al teatro. Alle dodici entra in funzione la grande sequenza degli automi e la torre sembra improvvisamente prendere vita. Il leone dorato, simbolo della città, muove la coda, agita il vessillo e ruggisce tre volte. Il gallo apre le ali e canta. Ma fra tutte le figure ce ne sono due che raccontano qualcosa che nessun planetario potrebbe raccontare. Sono Dina e Clarenza. Le due donne che continuano a vegliare su Messina
Bisogna tornare indietro fino al 1282, durante la guerra del Vespro.
Secondo la tradizione, nella notte dell’8 agosto gli Angioini tentarono un attacco contro Messina dalla zona della Caperrina. Dina avrebbe affrontato gli assalitori facendo precipitare contro di loro delle pietre; Clarenza avrebbe invece suonato la campana, svegliando la popolazione e dando l’allarme. I messinesi accorsero e l’attacco fu respinto. Quando, oltre sei secoli dopo, si progettò l’orologio, quelle due donne entrarono nella macchina. Non furono però trasformate in immobili statue commemorative. Riceve un’informazione fondamentale — lo scorrere regolare del tempo — e la trasforma in numerosi risultati: ora, data, giorno della settimana, anno bisestile, fase lunare, movimenti planetari, calendario religioso, movimento degli automi e suono delle campane.
Una sfera di circa 1,20 metri mostra progressivamente le sue fasi e compie il proprio ciclo in 29 giorni, 12 ore, 44 minuti e 3 secondi, valore sostanzialmente coincidente con il mese lunare.
Ai progettisti venne un’idea molto più suggestiva: affidare proprio a Dina e Clarenza il compito di battere le campane. Le figure, alte circa tre metri e articolate nella parte superiore, scandiscono le ore e i quarti. Il significato simbolico è straordinario. Nel 1282 una campana sveglia Messina e la chiama alla difesa. Nel 1933 Dina e Clarenza tornano sulla torre. Ancora oggi continuano a battere quelle campane. La campana dell’allarme è diventata la campana del tempo.
E’ qui che l’orologio di Messina si distingue da molti altri celebri orologi astronomici. Praga rappresenta il cosmo. Strasburgo raggiunge livelli straordinari di astronomia meccanica. Venezia affida ai suoi celebri Mori il compito di battere le ore. Messina fa qualcosa di ulteriore: mette dentro l’orologio la propria memoria. Il leone rappresenta la città. Dina e Clarenza ne ricordano la difesa. La Madonna della Lettera introduce la devozione religiosa profondamente legata all’identità messinese. Le scene della Natività, dell’Epifania, della Resurrezione e della Pentecoste seguono il calendario liturgico. Persino le età dell’uomo — infanzia, giovinezza, maturità e vecchiaia — passano davanti alla morte, ricordando che esiste un tempo che nessun ingranaggio può arrestare. Così il campanile diventa qualcosa di difficilmente classificabile. È orologio, planetario, calendario, teatro di automi, monumento religioso e archivio della memoria cittadina
Il più grande del mondo?
Le fonti istituzionali messinesi lo presentano come il più grande e complesso orologio meccanico e astronomico del mondo. È una definizione affascinante, ma da usare con qualche prudenza, perché non esiste una misura universalmente riconosciuta della “complessità” di un orologio. I numeri, comunque, sono impressionanti. Il campanile raggiunge 60 metri e l’apparato meccanico e figurativo si sviluppa verticalmente su gran parte della torre. Non siamo quindi davanti a un quadrante al quale siano stati aggiunti alcuni automi. È la torre stessa a diventare orologio. Guardandolo con gli occhi del XXI secolo, possiamo azzardare un’altra definizione. L’orologio di Messina assomiglia a un gigantesco calcolatore analogico meccanico.


