MA I SOCIAL POSSONO CREARE DIPENDENZA?

Ciro Cardinale*

I social possono creare dipendenza? La domanda sorge spontanea dopo che due giudici statunitensi nei giorni scorsi hanno ritenuto Google e Meta responsabili per negligenza per non avere fatto abbastanza per proteggere i minorenni dai predatori sessuali ed evitare dipendenza da social.

I fatti. Un tribunale del New Mexico ha riconosciuto Meta, la società che gestisce Facebook e Instagram, colpevole di avere violato le leggi dello Stato sulla protezione dei consumatori, condannandola così a risarcire i danni per avere fuorviato gli utenti delle piattaforme e non avere fatto abbastanza per proteggere i minorenni dai predatori sessuali online. Quasi in contemporanea in California un altro giudice ha riconosciuto Meta e Google, proprietaria quest’ultima di YouTube, colpevoli di avere creato dipendenza da social nei giovani, condannandole a risarcire i danni. Addirittura, al processo una ventenne ha pure testimoniato che YouTube e Instagram le avrebbero causato depressione e pensieri suicidi durante l’infanzia. Queste due decisioni hanno sostenuto in pratica che Meta e Google sarebbero state a conoscenza di falle nella sicurezza dei social da essi gestiti e tuttavia non avrebbero fatto nulla per evitare gli effetti negativi sugli utenti, soprattutto i più giovani. È evidente che la storia non finirà qui, perché Meta e Google hanno annunciato possibili controffensive legali, mentre si prospettano già altre cause milionarie. Ma quello che a noi interessa è la risposta alla domanda iniziale, cioè se davvero i social possono creare dipendenza negli utenti, soprattutto se minorenni.

Gli effetti. Dopo le due pronunce dei giudici statunitensi possiamo ancora continuare a dire che i social sono neutri? Oppure dobbiamo affermare che essi sono stati progettati consapevolmente per creare dipendenza e fare rimanere gli utenti, soprattutto i più giovani, sempre connessi? Le due decisioni rappresentano allora un punto di rottura con un modello di business e di progresso tecnologico che per anni è stato considerato intoccabile, inarrestabile, perché i giudici del New Mexico e della California hanno considerato Meta e Google responsabili di come sono stati progettati i social, generando dipendenza negli utenti più giovani, fino a istigare nella loro mente addirittura idee suicide. E allora i social non sono affatto neutri, come finora ci hanno fatto credere, perché agiscono come veri e propri ingranaggi di un sistema che ignora le fragilità delle menti umane, soprattutto quelle più giovani, solo per fare business. È allora questa la fine di un’epoca di impunità, il segnale che anche il Web deve tenere conto dell’etica? D’ora in avanti in ogni caso le multinazionali che operano sul Web devono decidere se continuare sulla strada finora seguita, accettando anche il rischio di subire condanne milionarie, oppure ripensare la struttura dei loro social, avendo come stella polare l’etica e la tutela degli utenti, perché l’economia e la tecnologia non sono affatto neutre, perché non si possono fare soldi all’infinito ignorando il benessere e la vita delle persone. Ma se è vero che i social sono diventati ormai “prodotti pericolosi” per lo sviluppo cognitivo dei minori, un loro divieto totale rischia però di essere controproducente, perché senza l’accesso a tali strumenti informatici – anche guidato – i giovani rischiano di perdere l’opportunità di sviluppare quella importante alfabetizzazione digitale che servirà loro una volta divenuti adulti; inoltre, per chi vive in contesti isolati queste piattaforme sono spesso l’unico ponte lanciato verso i coetanei, verso mondi nuovi e spazi immensi di conoscenza. Spegnere allora i social senza offrire valide alternative significa in molti casi condannare un’intera generazione a un isolamento sociale ancora più profondo.

* Lions club Termini Himera Cerere

 

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